Die Held
Seconda notte del Nibelungo, quella in cui entra in scena quello che avrebbe dovuto essere il centro di tutta la grande opera, almeno nelle prime intenzioni di Wagner.
Sigfrido è l'Achille norreno, violento e grezzo, diretto e manipolabile, splendido ed ingenuo - e, in effetti, ad un lettore/spettatore la figura centrale e più affascinante risulta invece quella di Wotan, il viandante disilluso e conscio di essere al crepuscolo e che, comunque, compie il suo destino di inutile opposizione al giovane eroe umano.
Interessante notare l'importanza della parola nella vicenda di Sigfrido - con le parole Mime lo raggira per anni, con le parole Fafner lo mette sull'avviso e la magia del sangue del drago più potente è quella che permette a Sigfrido di capire gli uccelli. E il dialogo finale con Mime è giocato tutto sulla contrapposizione tra le nuove parole "vere" (a cui il nano è costretto dall'incantesimo) e la vecchie parole "false".
Indubbiamente l'atto migliore della tetralogia, così giocato sulla diarchia tra i due "eroi" e permeato dal cupio dissolvi di Wotan di grande epicità e forza espressiva.