Esistono le parole per raccontare l’esilio?
Questa è la domanda da cui parte la narrazione di Atiq Rahimi, il quale sente il dovere di raccontare l’esperienza sua e di chi come lui è costretto ad abbandonare la propria terra, la propria lingua, la propria “madre”.
In seguito all’arresto del padre, la vita di Atiq e della sua famiglia viene cambiata radicalmente dalla necessità di partire e allontanarsi dalla terra natia, l’Afghanistan, per cominciare una vita di peregrinazione ed esilio.
Quello di Rahimi è un vero e proprio bisogno di raccontare la sua esperienza e insieme quella di migliaia di altri “esseri migratori, dispersi ai margini della terra, sospesi nella nebulosa spirale del tempo [che] mi guardano mentre cerco disperatamente le parole, i respiri, per raccontare i loro peripli, riportare le loro grida.”
È un bisogno doloroso e anche difficile da soddisfare, tanto che la ricerca delle “parole” si trasforma in un’altra forma di linguaggio, un linguaggio artistico che è l’unico in grado di rendere giustizia al tema.
Il principio di questa trasformazione sta in un carattere dell’alfabeto arabo - persiano, anzi il suo primo carattere, che è tanto semplice quanto racchiude in sè il significato stesso dell’esistenza dell’essere vivente: l’ “alef”, la “A” dell’alfabeto arabo-persiano che rappresenta, per lo scrittore, l’origine di ogni cosa e allo stesso tempo la solitudine in quanto lettera isolata (la lettera “alef”, infatti, non si lega alle altre consonanti o vocali nella scrittura arabo-persiana).
L’origine, la nascita, la madre: sono i temi, rappresentati da alef, che ricorrono nel libro e nella vita di chi è destinato a vagabondare per il resto della propria esistenza fin dal primo momento in cui mette piede fuori da casa.
È la lettera sacra per eccellenza, che caratterizza anche la scrittura e la calligrafia, espressione diretta della parola divina.
“Ogni parola è ineluttabilmente nata da qualche parte, in un certo tempo, da un essere vivente. Porta in sé il racconto, la memoria, il respiro, la carne, il sangue...di un essere, di un popolo, di una civiltà...e dunque dell’umanità.”
Il passaggio dalla scrittura alla calligrafia e, infine, alla callimorfia è quello che segna l’arrivo a una forma di racconto realmente efficace, per l’autore, di quelli che sono corpi liberi, senza volto, che emergono dallo spazio vuoto del foglio. Lo spazio bianco che rappresenta la sensazione di assenza che prova chi vive in esilio: “Questa assenza è quella di una madre, della mia terra, della lingua…”.