«Cosa ne faremo delle migliaia di bambini che vivevano sotto l'Isis?» «Li dovevamo uccidere tutti.» Queste parole raccolte da Francesca Mannocchi durante uno dei suoi reportage di guerra sono l'avvio di una storia che nessuno vuole ascoltare. Una storia commovente e perturbante che per la prima volta dà voce a chi crediamo innocente o colpevole delle violenze della guerra. Un grande romanzo dal vero del nostro tempo.
Abbiamo diviso in modo netto carnefici e vittime, l'Occidente e il caos; abbiamo tranquillizzato la nostra coscienza con racconti semplicistici. Abbiamo tracciato un confine tra umano e disumano. Così l'Isis era un mostro sconosciuto che andava annientato, e le terre su cui ha allignato solo delle terre guaste da lasciare al loro destino segnato. Eppure, se avviciniamo lo sguardo scopriamo quanto di irresistibilmente umano è restato dove abbiamo pensato non ci fosse bisogno di guardare più nulla. Non c'è un solo ritratto in Porti ciascuno la sua colpache non si incida nella nostra mente: le donne vedove di miliziani pronte a essere madri di altri martiri, i bambini dei carnefici dell'Isis accanto ai bambini delle vittime dell'Isis nello stesso campo profughi, i giovanissimi orfani del Califfato che speravano di immolarsi in un attentato e adesso senza una gamba guardano fisso il vuoto, gli adolescenti terroristi che sembrano dei ragazzi di una qualunque periferia del pianeta.
Francesca Mannocchi scrive per «L'Espresso» e collabora da anni con numerose testate, italiane e internazionali, e televisioni. Ha realizzato reportage da Iraq, Libia, Libano, Siria, Tunisia, Egitto, Afghanistan. Ha vinto vari premi giornalistici tra cui il Premio Ischia, il Premio Giustolisi e il Premiolino 2016.
Francesca Mannocchi è una reporter freelance che da anni si occupa – sul campo – di migrazioni e zone di conflitto, luminoso esempio di cosa significhi fare giornalismo e svolgere la propria professione con competenza e passione. E coraggio. Il tema di Porti ciascuno al sua colpa è l’intervento militare contro l’Isis, ciò che è stato prima, ciò che è stato dopo ed è oggi; non si tratta di un semplice reportage di guerra, è molto altro. L’autrice restituisce con una scrittura vivida ed efficace il dramma della guerra, le immagini, i rumori, gli odori. Racconta la complessità di un conflitto dal quale è stato impossibile sottrarsi, combattuto tra le strade, le case, privo di una trincea, una visibile distinzione tra guerra e non-guerra. Ci sono le storie e le testimonianze di chi è stato vittima di Isis e di chi l’ha sostenuto, il ruolo delle donne e dei bambini, l’inferno dei campi profughi, le contraddizioni della liberazione e della ricostruzione. Ma Porti ciascuno al sua colpa è anche un libro all’interno del quale l’autrice fa i conti con le proprie domande ed i propri dubbi, contagiando anche chi legge. Una testimonianza in cui viene meno la tradizionale dicotomia tra Bene e Male, tra salvatori e colpevoli, “o presunti tali”. Ed in cui emerge violentemente il timore – o la certezza? – che le vittime di ieri, che chiedono giustizia ma desiderano vendetta, si trasformino nei carnefici di oggi, spianando la strada alle guerre di domani. Consigliatissimo.
Ci vuole coraggio. Il coraggio di viaggiare nei territori dell'ISIS appena sconfitto, e questo è già abbastanza evidente. E ancor più coraggio per mettersi nei panni dei vinti, nel cercare le ragioni di chi nell'ISIS ha creduto e crede ancora nonostante la sconfitta. Di chi subisce il disprezzo e la discriminazione dei vincitori e di tutto il mondo, e che perciò non ha diritto al perdono e alla normalizzazione. O alla pietà. Perché in loro, anziani, donne e bambini che non hanno mai sparato e combattuto, non c'è pentimento, ma solo la coscienza di una sconfitta che ritengono temporanea.
Questo è stato il coraggio di Francesca. Nel momento in cui il mondo gioisce per la sconfitta ormai prossima di Daesh, andare a registrare le condizioni di vita drammatiche dei vinti e a cercarne le motivazioni e le risoluzioni per il futuro. Scoprendo che la guerra vinta sul campo in realtà non è vinta negli animi di una popolazione maltrattata da sempre dalle istituzioni corrotte. E che le radici della sollevazione, di questa e delle precedenti, non sono state estirpate, ma forse moltiplicate. Dall'indottrinamento che Daesh ha perpetrato sopratutto sui bimbi e dalla crudeltà dei vincitori.
I bambini di Mosul di oggi che tanto dolore hanno visto e vissuto, che hanno perduto padri e fratelli maggiori sotto i bombardamenti o combattendo casa per casa, saranno gli uomini di domani e combatteranno gli stessi nemici di oggi. Ancora una volta sarà colpa delle loro ragioni inascoltate e della cecità di chi governa quelle terre complicate. Terre di popoli diversi arbitrariamente tracciate e mai ricomposte nel buon senso, terre di sciiti e sunniti, terre di curdi dispersi tra le nazioni. Terre di culture diverse che nessuno vuole veramente amalgamare. Terre di guerra, ieri come domani.
PS: Forse nel mio rating c'è una stella in più del dovuto, ma all'umanità di Francesca sono veramente affezionato.
o melhor livro que li em muito tempo, com certeza entre os favoritos da vida - daqueles que saímos recomendando por aí pra todo mundo.
pesadíssimo, contando a história da guerra no Iraque - e contra o Estado Islâmico - a partir das histórias dos sobreviventes.
é preciso tomar fôlego, parar e digerir as muitas tragédias contadas pra seguir em frente.
como diz a autora, não existe justiça na guerra - existe vingança, raiva, remorso. na dúvida, se mata; nunca se sabe quem se voltará contra si depois de se reconstruir.
os libertadores são, também eles, criminosos de guerra. matam famílias inteiras, quando não as mantêm vivas pra que sofram - principalmente as mulheres e crianças.
a guerra e o pós-guerra são o horror, a barbárie, a vingança acima de tudo, a raiva de destruir quem matou os familiares que jamais voltarão. o ponto de não-retorno ultrapassado há muito.
o que se faz com aqueles que apoiaram os culpados pela destruição das nossas vidas?
Francesca navega por mares de tantas dores que chegam a ser impensáveis de imaginar: a dor da perda de um filho; a dor de não pertencer mais a um grupo e estar marginalizado à sociedade; a dor de ter paz mesmo vivendo na guerra. Esses "mares de dores" carregam mazelas atemporais da humanidade, e a jornalista as retrata de forma nua mas com muito respeito a quem lhe dá a entrevista, nos trazendo mais perto daquele relato e da vida dessa pessoa, chegando a um ponto que fica difícil saber quem está certo e quem está errado. Leitura indispensável.
A Francesca Mannocchi é uma jornalista italiana que se especializou em documentar o Iraque do pós guerra em filmes e agora em livros, andando num país que, além de tentar se reconstruir dos escombros, ainda tem que lidar com uma guerra imposta e com a criação do Estado Islâmico com todas as infinitas nuances que isso significa. Ela passa a entrevistar as pessoas, todo tipo de pessoas, buscando nos diversos depoimentos uma resposta que definitivamente não existe, porque nada é inequívoco ali, tudo tem dois lados, todo mundo é um pouco carrasco e vítima, e a razão não está em lugar nenhum. O Shakespeare disse que “a tragédia começa quando os dois lados têm razão”, e este livro é um pouco sobre aprender que ninguém tem razão. Tudo é humano e desumano, tudo é ambíguo, ambivalente, tão confuso quanto a situação do Iraque e que, quando olhado bem de perto, como a Mannocchi faz, continua não explicando nada. Mas ela humaniza o conflito quando enrevista as mulheres viúvas de milicianos que veem os filhos seguirem o mesmo caminho, o encontro brutal e nonsense num campo de refugiados entre os filhos dos carrascos do EI e os filhos das vítimas do EI; os órfãos do Califado mutilados em atentados que agora não conseguem nem entender o que estão esperando; a vida adolescente, rebelde, impulsiva, que é adolescência em qualquer lugar do mundo, mas que ali são terroristas suicidas. Ouvir essas vozes é de uma angústia sem fim, porque a gente entende que eles definitivamente têm uma existência positiva, viva e pulsante. Mas isso também é o mundo, ainda que a gente não entenda.
Una scrittura che rapisce, dal taglio documentaristico. Le parole costruiscono immagini estremamente efficaci. Il punto di vista della Mannocchi passa sempre attraverso le persone. Sono i diretti interessati che raccontano, non ci sono i resoconti "storici", ci sono solo le opinioni e le verità vissute sulla pelle. Il libro aiuta a comprendere ciò che l'ISIS è stato nei luoghi che noi occidentali abbiamo ignorato, preoccupandoci molto di più della nostra incolumità. Aiuta anche a comprendere ciò che sarà, molto probabilmente, in futuro. Andrebbe letto anche solo per comprendere l'ipocrisia di aver accolto in maniera ottusa e ingenua la retorica della lotta contro l'ISIS, l'ennesimo anello di una catena in cui la violenza scatena altra violenza.
Le pungenti parole dell’autrice aiutano a far capire cosa scuote gli animi dei protagonisti delle primavere arabe fino a quelli dell’attuale cronaca mediorientale. Drammatiche testimonianze dell’autrice che condivide con il lettore fanno scoprire una storia di cui se ne parla fin troppo poco. Consigliatissimo.
Un libro che ci parla di una zona di mondo particolare, di un conflitto mai risolto, ma che fa riflettere anche su altri conflitti ancora più attuali. Il racconto di Mannocchi è efficace, è puntuale, chiaro. Ma le testimonianze intervallate nel testo sono fotografie dolorose e necessarie, utili a capire persone e parti di mondo che troppo spesso facciamo finta di non vedere.
Cosa rimane dopo la lotta al terrorismo? Come cresceranno i bambini che sono nati sotto le dominazioni dell'isis? Ottimo libro che dà molto da pensare su temi che non vogliamo vedere