In America Latina è scomparsa una frontiera che portava nei territori della felicità. Benché non comparisse su alcuna cartina, una volta chiunque sapeva come trovarla. Poi sono giunti tempi terribili, e la strada si è fatta un labirinto senza uscita. Ma c'è un giovane che non è ancora stanco di cercare quella frontiera scomparsa, e con essa le proprie radici, che affondano lontano, nel villaggio andaluso da cui il nonno anarchico è fuggito agli inizi del secolo per difendere il suo amore per la libertà. Il giovane ha uno zaino in spalla e tutto il tempo del mondo a disposizione. Ha pagato cari i suoi sogni, ha conosciuto il carcere, la tortura e l'esilio, ma non poteva tradire la promessa fatta da bambino al nonno, in Cile, di visitare il paese di utopia.
(Ovalle, Chile, 1949 – Oviedo, España, 2020) Luis Sepúlveda was a Chilean writer, film director, journalist and political activist. Exiled during the Pinochet regime, most of his work was written in Germany and Spain, where he lived until his death.
Author of more than thirty books, translated into more than fifty languages, highlighting An Old Man Who Read Love Stories (Tusquets Ed., 2019) and The Story of a Seagull and the Cat Who Taught Him to Fly (Tusquets Ed., 1996). Among his numerous awards are the Gabriela Mistral Poetry Award (Chile), the Primavera Novel Award (Spain) and the Chiara Award for Literary Career (Italy). Knight of the Order of Arts and Letters of France, and doctor honoris causa by the universities of Toulon (France) and Urbino (Italy).
In a direct, quick-to-read language, full of anecdotes, his books denounce the ecological disaster affecting the world and criticize selfish human behavior, but they also show and exalt the most wonderful manifestations of nature.
Un nonno anarchico tutte le domeniche rimpinza di bevande e gelati il nipote di otto anni così da fargli svuotare la vescica in chiesa in dispregio dei cattolici baciapile e poi commosso gli fa promettere di recarsi un giorno a Martos, il suo paese natale nelle Asturie spagnole. È questa la prima scena di questa raccolta di racconti a sfondo autobiografico dove Sepulveda racconta di sé e della sua famiglia, della sua avventurosa vita da prigioniero politico a esule dopo il golpe cileno del 1973. Il bambino cresce e entra nelle file del partito comunista acquistando "un biglietto per un viaggio che non porta da nessuna parte" dato che "è scomparsa la frontiera con il paese della felicità". Dopo il carcere e la tortura, l'esilio e la fuga attraverso l'america latina: Argentina, Paraguay, Equador, Bolivia... Fino a Martos, con il lungo viaggio che si conclude con il ritorno alle origini, l'unico approdo, la famiglia, di chi non ha più un luogo dove andare. Racconti che trasmettono un grande senso di serenità, di leggerezza, con il giusto pizzico di ironia, senza enfasi retorica anche nei momenti più duri, come il carcere, - un'esperienza da ricordare negli anni con chi è sopravvissuto brindando alla buona sorte (e alla morte di qualcuno degli aguzzini) o l'addio al padre all'aeroporto prima dell'esilio, che si sovrappone ai ricordi di un viaggio mitico nel sud nel paese, dove la fine della ferrovia coincide con la fine del mondo. Momenti divertenti e inverosimili quando il nostro viaggiatore rischia di essere maritato a forza con un donnone di un metro e novanta per assicurare la discendenza a una nobile e potente famiglia equadoregna, o durante la frequentazione insieme a un gruppo di professori universitari di un bordello, che nella letteratura sudamericana non è mai solo un luogo per rapide prestazioni a pagamento. In ogni tappa di questo viaggio, nonostante i tempi cupi invitino alla diffidenza, c'è sempre spazio per un incontro, una nuova conoscenza, un amico ritrovato da celebrare con lunghe bevute e mangiate, in una convivialità spontanea e generosa perché "vino e sigarette sono beni da mettere sempre in comune". Racconti consigliatissimi che hanno l'unica pecca di durare troppo poco, letti in poco più di un giorno. Quattro stelle.
Quante sono le vite che può vivere un uomo? Verrebbe da rispondere una sola, ma non per tutti questa affermazione corrisponde a verità. Sepulveda in sette racconti apre una finestra sulle sue avventure. Alcune sono intrise di eroismo, altre di semplicità. Non è facile raccontare la dittatura senza cadere (giustamente) nel tragico, ma l'autore riesce con poche parole a descrivere l'aspetto umano che rimane anche nelle situazioni più disumane. Un libro che parla di nonni, padri e amici e allo stesso tempo ti fa venire voglia di dire: ma io cosa ho fatto in questi anni?
In questa raccolta di racconti autobiografici ritornano i temi cari a Sepúlveda: gli anni della prigionia, l'esilio, il lungo peregrinare in giro per il Sud America, la nostalgia per il Cile e per gli affetti da cui si è dovuto forzatamente separare. Ad ogni racconto corrisponde una tappa di questo viaggio dell'autore alla ricerca di una felicità anelata sin da quando, da bambino, il nonno gli regalò un biglietto per andare da nessuna parte. Il viaggio come metafora di vita, da cui trapelano i colori, gli odori, i suoni, i sapori del Sud America. Apparentemente potrebbe sembrare un po' ripetitivo, se si sono già letti diversi libri di Sepúlveda, ma non so perché la sua scrittura, così sincera, fa sempre breccia nel mio cuore. Voto: 3 stelle
Nonostante la copertina del mio libro fosse quella di Patagonia Express, sono felice che il destino abbia deciso di farmi leggere questo. Racconti teneri, duri, veri.
"Non te ne ho mai parlato perché ho imparato da te che le amicizie si costruiscono ben strette con la malta degli intimi dolori che non hanno bisogno di parole."
"Perché sputi il vino, vecchio? Osserva: il buon vino la terra se lo ingoia senza lasciare aloni di zucchero."
"L'importante era lasciar passare i tempi di paura nello stesso modo in cui le barche vanno in alto mare per sfuggire ai temporali costieri."
"I piedi. Goffi e inetti, cercavano di abbracciarsi mentre ci dividevamo una sigaretta. Un tempo era così facile andare nel paese della felicità. Non era su nessuna cartina, ma sapevamo tutti come arrivarci. C'erano unicorni e boschi di marijuana. Adesso la frontiera è scomparsa."
"Alcune gocce di sugo cercavano di sfuggirgli dagli angoli della bocca, ma la lingua agiva con implacabile rapidità."
"L'alba arrivò senza preavviso, come se una mano potente avesse lacerato con violenza le cortine d'ombra, e dalla finestra entrò una fiumana di luce che feriva le pupille."
"Come ha detto Lichtenstein, bisogna essere coerenti con le decisioni che ci consiglia il cuscino."
"Facendo conca con le mani bevvi quell'acqua fredda, rinfrescante, dal sapore minerale, che veniva da qualche posto sui monti per elargire il suo messaggio ristoratore agli assetati, e poi riprendere il suo corso fino alle radici degli olivi che si allineavano sulle colline."
"In quel vino c'era lo stesso sole che splendeva fuori."
"Mio nonno ammazzava il tempo nello stesso modo: si infilava in bocca un po' di zucchero, lo inumidiva con un sorso d'acqua e subito sputava il miscuglio. Poi metteva un piede leggermente sollevato su quella dolce trappola e aspettava che arrivassero le mosche. E allora, ciaf.... È un favore che faccio all'umanità. Se queste bestiacce si evolvono, diventano o preti o militari."
Ho poche certezze nella vita ma una è che ad Aprile si legge Lucho. Un po' perché la prospettiva del 25 aprile fa venire voglia di sentire la sua voce, un po' perché questo è il mese infame che l'ha portato via.
Quest'anno è toccato a La frontiera scomparsa
Ciò che compare sul retro non è preciso. Questo non è un racconto di formazione. I racconti che compaiono nel volume sono autobiografici e riguardano alcuni momenti specifici della vita dell'autore.
Ho sempre evitato di trattare il tema del carcere durante la dittatura in Cile. L'ho evitato perché, da un lato, la vita mi è sempre sembrata appassionante e degna di essere vissuta fino all'ultimo respiro. Per cui trattare un incidente così osceno era un modo vile di offenderla. E dall'altro, perché sono stati scritti già troppi libri di testimonianza al riguardo, disgraziatamente pessimi, per lo più
Eppure, Lucho qualcosa racconta. Momenti della vita in carcere, del suo "viaggio da nessuna parte". Momenti precedenti, i sogni di un ragazzo, di tutta una generazione di giovani e il periodo vissuto in un paese in cui la paura era diventata ormai una sostanza tangibile. Momenti successivi, la partenza per l'esilio, l'addio al padre, la scoperta delle radici andaluse, le amicizie, gli incontri casuali, le idee mai abbandonate e sempre difese.
Semplice e schietto, senza peli sulla lingua. Pieno di amore per la gente e per una vita di passione e di coraggio, un'esistenza da vivere al massimo fino all'ultimo respiro, di cui non si può dedicare neppure un solo istante alla paura, alla viltà e ai facili compromessi.
Sepúlveda riesce con la sua scrittura a rendere tutto vivo e reale. E' così anche in questa raccolta di racconti in cui assistiamo alle sue peregrinazioni per il Sud America, alla tortura, al rimpianto per la terra natale e al raggiungimento del paese in cui tutto ha avuto inizio. Il viaggio come metafora della vita, che non può non piacermi. Ho letto il libro alla ricerca delle sue esperienze in Ecuador ma tutto il libro è un piccolo gioiello.
3.5 stelle. In questa raccolta di racconti facciamo un viaggio con l'autore dal Sudamerica alla Spagna, alla ricerca delle proprie radici, dopo aver ricevuto dal nonno (un vero personaggio!) un biglietto "per andare da nessuna parte". Ci ritroviamo nel bel mezzo di avventure ed episodi personali a volte divertenti, a volte malinconici. Non la ritengo una lettura memorabile ma piacevole, e un buon modo per approcciare questo autore.
Il mio interesse per la storia dei Paesi e delle popolazioni del Sud-America attinge dalla enorme commozione che aveva fatto nascere in me un meraviglioso e apprezzatissimo spettacolo offerto dal palinsesto del Piccolo Teatro e recitato da Massimo Riondino nell’aprile del 2023, che -omaggiando i desaparesidos e tutte le vittime delle dittature- aveva sancito il mio ritorno alla vita quotidiana dopo il periodo in ospedale e un dolce abbraccio ritrovato con l’amatissimo teatro milanese. Rimane ad oggi uno dei regali più importanti che abbia mai ricevuto in vita mia, la tenerezza di un gesto di chi sa conoscermi così tanto da regalarmi un’emozione. Da lì sono iniziati gli incontri con il Sudamerica dato che, manco a farlo apposta, uno dei miei più cari e letterati amici per il compleanno ha voluto regalarmi “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”; già dai primi capitoli si è riaperto e riconfermato il tenero affetto che provo per Sepulveda fin dai tempi della celeberrima “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”. In questo libro si parla di SudAmerica, ma si parla anche di Europa, di Andalusia, di Spagna, di territori a me cari; si parla di ritorno a casa nel senso di ritorno e al tempo stesso allontanamento alle/dalle origini… ma soprattutto -come suggerisce il titolo- si parla di frontiere e di confini e dell’inestimabjle valore che possiedono perché è proprio quando non esistono frontiere o quando ti vengono negate che non potrai mai varcare la soglia del Paese della Felicità
Le storie di viaggio valgono sempre il biglietto, anche per andare da nessuna parte. il tragitto però è brevissimo ed essendo il mio primo Sepulveda occorre senza dubbio approfondire altrove.
La frontiera scomparsa è un breve romanzo che racconta la storia di un viaggio, un viaggio verso le origini, la pace. Ripercorriamo per tutto il racconto le vicende del protagonista, che vediamo crescere e diventare un giovane intellettuale comunista, che viene incarcerato, perseguitato e costretto all’esilio, poiché il proprio paese non è ancora pronto ad accoglierlo e forse mai lo sarà. L’uomo non ha un volto, non ha un nome; ma viviamo i suoi ricordi, le sue emozioni per una totale immersione nell’ignoto. L’ignoto che caratterizza tutti gli esuli, i rifugiati, costretti ad abbandonare i propri paesi, senza sapere cosa il futuro riserva loro. Il libro comincia con una promessa, la promessa di un viaggio da nessuna parte, dove si trovano i sogni per cui vale la pena lottare duramente. Un libro schietto, diretto che non si perde in lunghi fiumi di parole, ma va dritto al punto. Alla fine del romanzo sono rimasta strabiliata dalla vita del protagonista, dalle difficoltà che ha dovuto attraversare. Mi sono immaginata seduta al bancone del bar di Martos, la bocca aperta e gli occhi spalancati di fronte a quell’uomo e al suo aspetto malaticcio, in contrasto con il luccichio di vitalità e saggezza che aveva negli occhi. Il luccichio di qualcuno che ha vissuto ben più di quanto un solo uomo non dovrebbe vivere. Il dolore e la gioia di centinaia di vite e disgrazie condensate in un solo essere. Lo sguardo perso davanti a se, il cuore calmo e un sospiro che sembrava dire: “Si, questa è la mia vita; ho visto il mondo, le sue gioie e le sue disgrazie, ma non ti spaventare la tua storia non sarà mai peggiore della mia”.
Ci sono molti modi in cui un ragazzo può diventare un uomo, e Sepúlveda, in questo libro, ci racconta autobiograficamente cosa significava vivere da cileno ai tempi della dittatura.
Incredibile quante vite diverse possa vivere un uomo. Incredibile quanto il mondo ci possa essere ostile, e quanto poi tutto possa cambiare.
Io mi sto scoprendo appassionata alla letteratura cilena, per cui Sepúlveda non può mancare. Nei suoi libri compaiono gli stessi argomenti - l’esilio, le amicizie necessarie, la scrittura come sopravvivenza - ma la sua scrittura è piacevole e aggiunge ogni volta una sfumatura necessaria, invece di annoiare. Anche questo libro l’ho finito in una giornata, tanto è piacevole la sua lettura.
Un libro intimista. Sarebbe meglio conoscere la vita dell'autore prima di leggere quest'opera che comunque ha la capacità di regalare piccole perle di pensiero e riflessione
La frontiera scomparsa è il quinto libro di Sepúlveda che leggo; di quelli, due mi sono piaciuti molto (Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare e Il vecchio che leggeva romanzi d'amore) e due molto poco (Jacaré e Diario di un killer sentimentale). Penso che La frontiera scomparsa sia una sintesi perfetta di quel che provo quando leggo qualcosa di questo autore: la sensazione di essere su una bilancia in perenne movimento, che pende a volte sul lato "meraviglia", altre sul lato "e 'sticazzi". Sette racconti autobiografici di cui tre molto belli, in cui si viene trascinati dalla forza della scrittura e da vicende interessanti, talvolta emozionanti, ma altri di cui mi sono dimenticato un'ora dopo averli letti. È davvero strano muoversi continuamente passando da un libro all'altro per poi rendersi conto che, considerando l'intera durata del viaggio, si è rimasti in un limbo di medietà.
La trama è fortemente autobiografica, parla di un personaggio che cresce, viene imprigionato, viaggia per l’America Latina alla ricerca di sé stesso, poi arriva al paese natale del nonno, in Spagna. Il tutto è strutturato come una successione di racconti brevi ed efficaci, scritti con un linguaggio colloquiale eppure mai trasandato. La profondità di certe scene e l’arguzia di certe battute (indimenticabile lo scambio: - Ma perché mi trattano male? Li ho chiamati fratelli. - Forse sono figli unici.) condito dalla solita aura di fascino per l’America Latina, i suoi popoli, le sue usanze, la gente miserabile e vissuta e quella ricca e decadente, tutto è godibile e interessante.
4.5/5 "e una terra che disse loro: uno è di dove si sente meglio."
Un viaggio per le terre del Sud America per poi arrivare in Spagna, dove il nonno era partito decenni prima per il Cile. Ogni volta che leggo un libro di Sepúlveda mi prende una sensazione di nostalgia di posti che non ho mia visto che non mi ha mai dato nessun altro scrittore; muoio dalla voglia di "tornare'' in Patagonia, nella foresta amazzonica insieme agli Indios, a Santiago del Cile, a Martos con le sue case tutte bianche. Magico.
Amo la scrittura narrante di Sepúlveda. Come un treno d'altri tempi, di quelli che andavano lenti. Quelli con le panche in legno e le innumerevoli fermate dove i paesaggi venivano afferrati dagli occhi con tutti i dettagli al loro posto. Nella Frontiera scomparsa, la narrazione del viaggio di ritorno alle origini, di ricerca delle proprie radici di un giovane il cui vecchio nonno anarchico proveniente dall'Andalusia, ha trasmesso oralmente. Attraverserà tutta l'america latina pur di mantenere la sua promessa. Bellissimo.
Nonostante il inguaggio semplice non sono riuscito ad immedesimarmi nelle vicende dell'autore, ho trovato interessante il viaggio verso la frontiera scomparsa e ritengo efficace l'utilizzo di racconti di esperienze a volte sconclusionate. Ho percepito una energia positiva nonostante i ricordi siano a volte pesanti. Il racconto che ho preferito è banalmente quello della donna scappata dal quadro, ma anche il militare alberello mi ha fatto riflettere parecchio.
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Nessuno può sapere dove ti porti la vita, sopratutto quando lo spirito è ribelle e segue i propri istinti. Queso libro ne è una rappresentazione lampante. Un viaggio per il Sud America che rappresenta un percorso interiore che non ha un vero verso… o meglio, il cui senso non è dato sapere fino al momento in cui invece risulta chiaro.
Cit. "Una nota canzone cilena dice: due estremi ha la strada e a tutte e due qualcuno mi aspetta. la fregatura è che questi due estremi non delimitano una strada lineare, ma piena di curve, meanbri, buche e deviazioni che invariabilmente ti portano da nessuna parte. "
Quante vite può vivere un uomo? Sepulveda in 7 racconti racchiude una, dieci, mille, sette (?) vite, racconti di uomini, di amici, di fratelli, di persone che lasciano il lettore con mille e più emozioni.