“Com'è bella la matematica: Lettere a una giovane amica” è un libro a metà tra un memoir e un manuale, scritto in forma epistolare e rivolto a Meg, un'ipotetica ragazza, prima bambina, poi adolescente, studentessa universitaria e infine adulta, dottoranda e poi ricercatrice.
È una raccolta di lettere in un certo senso, e purtroppo, “a metà”: abbiamo l'occasione di leggere solo gli scritti dell'autore, il celebre matematico scrittore e divulgatore Ian Stewart, e non le risposte di Meg. Il resto dobbiamo immaginarlo a partire dalle frasi di Stewart, che ci fa intuire la crescita dal punto di vista anagrafico della ragazza, così come le nuove sfide scolastiche e formative, ma sempre matematiche, che le si pongono davanti. Stewart presenta la professione della persona ricercatrice in matematica approfondendo varie dimensioni, dalla scelta dell'argomento al valore dei teoremi e delle dimostrazioni, dalla matematica pura a quella applicata e alla inutilità di ritenere queste distinte. Pensando a Meg, inoltre, si può considerare anche il problema della disparità di genere e del soffitto di cristallo in ambito accademico.
C'è un aspetto che ritengo essere il più importante, o almeno, è quello che ha toccato me maggiormente: è il capitolo 14, intitolato “I gradini della carriera”, dove Stewart parla di quello che è l'ingrediente chiave per la crescita accademica, ovvero il fattore umano. E non penso che mi abbia colpito solo per il periodo instabile degli ultimi mesi, tipico di chi ha finito il dottorato da poco e si è messo a cercare una futura posizione in università, ma perché è fondamentale, non solo nella ricerca.
“Qui sta il paradosso del nostro mestiere: pur essendo un'attività solitaria, a volte persino erimitica, l'aspetto più importante della ricerca non è il campo che scegli, o i problemi che decidi di affrontare, ma i rapporti che intrattieni con chi ti circonda.” – Pag. 102
Stewart aggiunge che è importante identificare il proprio ruolo all'interno della tribù. Penso che questo processo possa svolgersi con l'avvio del dottorato, quando si potrebbe avere la non sempre garantita facoltà di scegliere il proprio supervisore. Oppure ciò potrebbe avvenire anche in seguito, ma ci si augura sia comunque il prima possibile. Tuttavia, penso anche che sia – che dovrebbe essere – un'attività che continui a ripetersi a ogni nuovo inizio.
Avrei preferito che si fosse tradotto il titolo inglese del libro, “Letters to a young mathematician”, in maniera letterale. La parola “amica” ha sostituito una professione. L'ho trovato forse un po', come dire, sminuente?