«Io?... Scomparso... riconosciuto... Mattia Pascal...»
Rilessi con piglio feroce e col cuore in tumulto non so più quante volte quelle poche righe. Nel primo impeto, tutte le mie energie vitali insorsero violentemente per protestare: come se quella notizia, così irritante nella sua impassibile laconicità, potesse anche per me esser vera. Ma, se non per me, era pur vera per gli altri; e la certezza che questi altri avevano fin da jeri della mia morte era su me come una insopportabile sopraffazione, permanente, schiacciante...
Come ogni maturando che si rispetti («Individuo appartenente alla specie homo sapiens di età compresa tra i diciotto e i diciannove anni, subordinato alle arbitrarie bizze di una razza dominante detta "corpo docente"; la sua peculiarità risiede nel fatto che, in accordo con le teorie bergsoniane e con i risvolti più oscuri della relatività einsteiniana, probabilmente ibridati con i più reconditi e sadici corollari della legge di Murphy, per il tapino maturando tempo scorre diversamente: in breve, non ne ha neppure per respirare» -così si legge nel Glossario dello scolaro); come ogni maturando, dicevo, ho dedicato le notti del mese di maggio alla redazione della mia tesina. Il metodo che ho adottato per scegliere gli argomenti è stato semplice: ho scelto le materie che mi piacciono di più e ho seguito lo stesso criterio per gli specifici moduli, poi mi sono messa alla ricerca del legame che li univa e, una volta trovatolo, ho avuto la mia mappa. Ecco, una delle prime voci comparse su questa mia lista è stata proprio la dicitura Pirandello, con aggiunto, tra parentesi, un timido possibilmente la buon'anima del bibliotecario.
E sì, infine il mio progetto si è realizzato e io ho avuto la fortuna di unire piacere e dovere e rileggermi con bell'agio questo Fu Mattia Pascal senza dovermi rimproverare di togliere tempo allo studio. Così nella tesina ho potuto sproloquiare a piacere (sotto il beffardo titolo di "Chi non muore si rivede": dovevo pur introdurre il motivo dell'umorismo) della tappa che questo romanzo rappresenta nella poetica pirandelliana, come essa viene espressa, quale sarà il passo successivo e di innumerevoli altre cose per me sempre interessantissime ma più marcatamente accademiche. In questo recensione, invece, voglio fare quello che nelle mie recensioni faccio sempre: voglio cosa è stato questo libro per me e per me soltanto, lasciando stare il vitalismo, la trappola, la lanterninosofia, o meglio reinterpretandoli su misura per una lettura che si proponeva, oltre ai fini didattici, anche quelli propri di una degustazione dell'opera che sia individuale, solitaria, indipendente e deliziosamente soggettiva.
Il drammaturgo girgentino dal puntuto pizzetto bianco è sempre stato uno dei miei pilastri letterari, e con "sempre" intendo proprio dal principio, quando ero ancora una bambinetta imberbe e il mio numero di libri letti non superava la cinquantina, compreso Geronimo Stilton. Se adesso dovessi cercare di mettere nero su bianco quel che ci capii alla mia prima lettura il risultato sarebbe una parola di cinque lettere che comincia con n e finisce con a, ma non importa, perché, anche se avevo solo undici anni e mi pareva di leggere un'altra lingua, anche così questo libro mi lasciò qualcosa. Ora, a distanza di anni, a colpirmi è soprattutto la forte umanità di Pascal, un'umanità che è in primis debolezza; un'umanità che non si desume da caratteristiche morali o spirituali, ma che è piuttosto condizione comune a qualunque persona viva, attributo terreno, che non presume né elargisce meriti, che è anzi un peso, una zavorra. Mattia Pascal è convinto di potersene liberare, e con essa liberarsi anche di quelle disgrazie che la appesantiscono, la moglie, la suocera, il lutto per le morti della madre e della figlioletta, quando il caso lo uccide annegandolo nella gora del mulino del suo stesso terreno, la Stìa, ma lasciandolo vivo e vegeto e gettando al suo posto, in quel canale, il cadavere di uno sconosciuto. Pascal si gode la sua libertà, girovaga, fa il vagabondo, vede tante città da perderne il conto; ma eccola, eccola l'umanità, quella bestia ferina che Mattia non è abbastanza «forestiere» da seminare, non abbastanza «filosofo» da stordire a pensieri o a parole, che lo fa stabilire, lo fa diventare Adriano Meis, lo fa innamorare penosamente, teneramente, della creatura più dolce che esista. Lei, però è viva, viva mentre Mattia Pascal è morto e Adriano peggio che morto, perché vivo ma tale da dover vivere da morto. Tutti gli svantaggi dell'esser stato trovato cadavere e nessuno dei privilegi, aver liberato dalla propria presenza la moglie ma non poter a sua volta voltare pagina, non dover pagare le tasse ed essere derubato senza possibilità di denunciare il fatto: sfuggire ad una trappola e gettarsi di propria sponte, quasi con voluttà, tra le maglie dell'altra. Quale incubo peggiore di questo?
Credo che chiunque di noi abbia sognato almeno una volta di essere Mattia Pascal, di ritrovarsi di colpo con un bel gruzzolo in tasca e sgravato da qualunque incombenza, libero di poter fare della propria vita quel che meglio crede. Forse il problema non sono le costrizioni sociali ma il modo in cui noi le viviamo, o forse ha ragione Pirandello e nessuna serenità quantomeno apparente potrà essere raggiunta fino a che il mondo e i suoi tranelli continueranno a ipnotizzare l'uomo col loro canto della sirena riconducendolo sempre punto e a capo; sinceramente non lo so, e temo che la risposta sia troppo cruda per essere sopportata. Solo che, mano nella mano con Pirandello, la sua ricerca, seppur spaventosa, è anche incredibilmente, paradossalmente piacevole.