Mettiamo che ci sia un naufragio. Mettiamo che i naufraghi siamo noi. Anche le terre che cerchiamo di scorgere all'orizzonte siamo noi, perché ciò di cui siamo naufraghi è noi stessi. E in questa ricerca, si evidenziano la nostra perversione e il nostro paradosso, la nostra condanna, anche: lasciamo una società ricchissima, ma che in realtà è povera di quello che ci manca e che ci occorre. Da questa metafora partono le storie di Paolo Crepet. La sua formazione e l'esperienza professionale di psichiatra sono l'humus che sostanzia le storie, ma non ci troviamo di fronte a una serie di "casi clinici": ogni storia vale per tutti, è un caso clinico generale, in cui di "vero" c'è la memoria affettiva e sensoriale.
Paolo Crepet, psichiatra e sociologo, è un esperto nel campo della ricerca sul tentato suicidio, dell’epidemiologia psichiatrica e della psichiatria sociale.
È il primo libro di Crepet che mi sia capitato di leggere e non sarà l’ultimo. Racconti costruiti in modo perfetto...e la metafora del naufragio calza a pennello
"Naufragi" è tante cose. È un turbinio di emozioni pesanti, difficili da affrontare e da riconoscere. Naufragi racconta di quel vento, muro o nebbia che nella nostra vita tutti abbiamo incontrato almeno una volta. Crepet in 108 pagine strazia, svuota e riempie di nuovo per lasciare un segno molto particolare senza dare spiegazioni, senza accompagnarti in questo viaggio. Tre racconti, tre storie diverse, tre metafore. Nel primo, un vento cambia gli equilibri di una famiglia già di per sé molto precari, rovinando l'esistenza di Elda, soffocandola in un cubo di pareti grigie e di ossessioni incontrollabili, di ricerca della perfezione, e di Orazio, la cui fine non è chiara (o forse ho voluto io non averla chiara nella mia mente). Nel secondo, un muro divide - o unisce - un uomo al suo vicino di casa, un individuo senza identità di cui sente solamente i passi. Entrambi senza nome, senza volto, senza affetti. Entrambi rinchiusi. Starà a noi scegliere se questi sono la stessa persona o meno. Nel terzo, una nebbia avvolge il passato e il presente, ma persino il futuro, di una ragazza che non ha radici e che, forse, vuole andare dove sa che qualcuno l'attende. Tre confini, tre spaccati di vita che apparentemente non hanno nulla in comune eppure la delusione è insita in loro, loro che hanno trascorso ogni giorno cercando di non naufragare. È una lettura potente, che arriva dritta al cuore spesso senza invito, come se dicesse: "Leggimi, perché in fondo mi riconosci". Sì, ho riconosciuto parecchie emozioni e illusioni perché "<> e "Per una volta si può, si deve fare il punto della propria vita, come i naviganti con le stelle. [...] Non c'è progetto senza nostalgia, non c'è futuro senza rimpianto, costruire è lacerarsi." Lo consiglio a chi ha voglia di navigare nel proprio di naufragio, a chi ha voglia di guardarsi dentro e di riconoscere i propri confini per capire come superarli. A questo libro posso solo dire Grazie.