C’è un passaggio di questo libro che mi ha fatto sorridere.
A proposito dell’oro vinto da Jury Chechi ai Giochi di Atlanta 1996.
La notte precedente a quel fantastico esercizio, il ‘Signore degli anelli’ era turbato da un dolore fortissimo alla spalla destra, che gli impediva addirittura di sollevare il braccio e, come immaginabile, le sue paure si riproponevano, gigantesche. Dopo la rinuncia forzata a Barcellona, qualcosa sembrava di nuovo mettersi in mezzo tra lui e la realizzazione del suo capolavoro. Chechi racconta che Salvatore Scintu, il suo giovane fisioterapista, fece irruzione nella sua stanza e lo massaggio a lungo parlandogli tutta la notte. Al mattino la spalla era miracolosamente a posto, il dolore sparito. Che c’entra tutto questo con l’egoismo di gruppo? Avete mai letto un titolo di giornale dedicato a Salvatore Scintu? Avete mai sentito parlare di lui?
Ebbene: certo che ho sentito parlare di Salvatore Scintu.
Oltre ad essere il fisioterapista della Nazionale di Ginnastica Artistica, vive di fronte a me, stesso pianerottolo.
Tra l’altro, una riga di sotto, viene definito anonimo fisioterapista bresciano e non capisco bene perché, dato che a quanto ne so, il signor Scintu è sardo e vive a Milano da decenni. Anonimo, poi, proprio no.
Detto questo: il libro è interessante e ha i suoi meriti. Berruto è un personaggio che nel mondo dello sport spicca per lo spessore culturale e per un approccio originale e personale che ha dato risultati importanti.
In questo volume spiega la sua filosofia di allenamento, ovvero cosa vuol dire per lui allenare e come ha lavorato - nelle sue esperienze di altissimo livello - per costruire una squadra.
Il libro merita sicuramente una lettura.
Dopodiché, per come me lo aspettavo io, ci sono due punti in cui mi ha lasciato perplessa. Uno riguarda l’innominabile: Berruto è molto preciso nel ricostruire anche le vicende che poi lo hanno portato al dare le dimissioni da ct della Nazionale di pallavolo. In tutta la ricostruzione, però, fa un rumore assordante il fatto che non si espliciti mai il nome di Ivan Zaytsev. Che pure, è stato un grosso attore, per esempio nella vicenda della ‘cacciata di Rio’, ma anche prima. Tra i due non c’è della simpatia, mi sembra di capire.
Così come ho trovato un po’ criptico il commento che viene riservato al post. Torno brevissimamente sulla vicenda: Berruto, all’epoca ct della Nazionale, decide di cacciare dal ritiro della World League a Rio, luogo dove si terranno le Olimpiadi (sarebbe stata una prova generale), 5 giocatori che hanno fatto le ore piccole senza permesso (tra cui, guarda un po’ Zaytsev), l’Italia fa male nel torneo e alla fine Berruto dà le dimissioni da ct della Nazionale. Tra le riflessioni annesse, ne fa una del tipo: ‘All’epoca anche tutti i miei collaboratori erano convinti della decisione, anche se poi probabilmente qualcuno ci ha ripensato’. Tra le righe, io ci vedo una stoccata al vice, che poi ha preso in mano la Nazionale, l’attuale ct, Blengini. E che a Rio ha vinto un argento. Con Zaytsev protagonista assoluto.
Non dico che mi aspettavo delle invettive, ma che la questione venisse sviscerata anche nei nomi, quello sì.
Secondo punto che mi ha lasciato perplessissima: Maradona.
Un passo indietro: Capolavori è un’esaltazione costante del gruppo, di quanto sia importante creare dei valori condivisi in un gruppo per trovare la vittoria, il gruppo vince su tutto, per questo la vicenda sportiva di Berruto nel volley finisce con le dimissioni dopo la citata ‘Cacciata di Rio’ con conseguente rottura dell’equilibrio nel gruppo della Nazionale.
Nella seconda parte del libro, però, viene lasciato spazio ad alcuni capolavori sportivi (pochi, per dire la verità, me ne aspettavo di più).
Uno di questi, il gol di Maradona all’Inghilterra. Sì, prima si prende le distanze dal Maradona cattivo esempio per i giovani. Poi si prende le distanze dalla ‘Mano de Dios’, il gol di mano che il Diez segna nella stessa partita all’Inghilterra prima di segnare il gol più bello della storia.
Io sono maradoniana e quello è il gol più bello della storia, non discutete.
Nella ricostruzione dell’autore: sarebbe stato meno il gol più bello della storia se il telecronista non ne avesse fatto una narrazione che è emozione collettiva di un popolo.
Ecco, però, signor Berruto, scusi se mi permetto, eh. Ma 100 e passa pagine a parlare del collettivo, dei valori, del gruppo. Va bene, il gesto in sé, la narrazione, il popolo argentino, l’Argentina e il calcio e tutte queste cose che a un certo punto se messe in mani meno abili delle sue magari diventano anche luoghi comuni, ma: MARADONA.
Se c’è un esempio di sportivo che è l’emblema del fatto che uno può non allenarsi, non fare vita da atleta, fare quello che ogni altro suo pari non potrebbe permettersi - pena il fallimento nell’anonimato, beh: quello, è Maradona. Individualismo e talento che va oltre ogni logica di gruppo e allenatori vari. Lui, degli allenatori se ne sbatteva un po’. E, al di là di tutto, come da lei giustamente notato: è diventato il più grande. Alla faccia di tutto quello che sta scritto nelle pagine prima. Sembra una contraddizione in terminis che lei mi metta lì Maradona, che rappresenta tutto il contrario di quanto detto prima - e che però, è un vincente. IL vincente. Come si fa, poi, a non ripensare sotto un punto di vista differente tutto quanto detto prima? Se poi per vincere va bene anche tutto l'opposto?
E qui potrei tracciare un parallelo interessante su quel che dice senza dirlo il punto 1, ma mi taccio, che col lavoro che faccio, non si sa mai.