Saggio imprescindibile per chi è interessato al post colonialismo, allá teoria della rappresentazione e al ruolo dell'arte nel plasmare la nostra percezione della realtà e nel riflettere, rendere palpabile il nostro filtro interpretativo di ciò che ci circonda.
Il percorso parte dall'Africa, dalle prime fotografie ma arriva ai nostri giorni e propone una analisi accurata di come la fotografia sia stata un modus propagandistico, una tecnica per limitare lo sguardo e creatrice di un mondo secondo parametri congeniali al messaggio che si voleva fare arrivare, uno strumento per supportare la propria percezione, e propone un nuovo approccio di riappropriazione del mezzo per una rappresentazione più completa e sfaccettata ma anche, e soprattutto, un approccio critico e analitico delle vecchie fotografie in modo tale che diventino figlie della loro epoca e se ne possano apprezzare i retroscena politici (inteso in senso lato) e sociali così da comprendere la percezione dell'epoca, i messaggi che venivano costruiti e la realtà dei fatti. Ho molto apprezzato l'analisi che fa della corporeità, del rapporto con la rappresentazione della violenza e soprattutto come venivano percepite nel mindset dell'epoca certe fotografie che attualmente ci lascerebbero Al minimo in estremo disagio, perché con la consapevolezza attuale ne vediamo tutta la inappropriatezza del rapporto fra colonizzatori e colonizzati. Il focus sui missionari, inoltre, è quello più interessante perché mette in luce in modo più chiaro tutte le contraddizioni: chi va ad aiutare, con comunque buone intenzioni, ma è comunque settato su una concezione di superiorità, di deus ex machina, di non comprensione ma solo imposizione del proprio modello di bene e quindi si vive in un contrasto etico attualmente evidente ma all'epoca giustificato e normalizzato, anzi esaltato.