Un libro brevissimo, poco più che un racconto, eppure terribilmente dispersivo, confuso e tedioso. Delusione vivacissima perchè titolo e quarta di copertina mi avevano regalato tutt'altre sensazioni. Il problema fondamentale non è la scrittura, a tratti ispirata e letteraria, ma un contenuto del tutto privo di chiarezza e sostanza legato insieme in una struttura zoppicante, senza alcun riguardo per il senso artistico e narrativo della storia. Storia, questa, che dice ben poco della vita di una femminista tedesca, ma è soprattutto flusso di coscienza: annotazioni, poesie, sogni, analisi, una riga di lagne che non mi coinvolgono affatto.
I temi sono affrontati da una prospettiva filosofica ed esistenziale che mi ha annoiata mortalmente, allontanandomi da questioni sulle quali ha ancora senso interrogarsi: il rapporto lesbico, la complessità della relazione con gli uomini, una sessualità costruita secondo esigenze maschili in cui le donne faticano a sentirsi libere, la consapevolezza femminile mediata dallo sguardo severo e oggettificante del maschio. Comprendo che per gli anni settanta il modo diretto e profondo di affrontare certi tabù abbia rappresentato una svolta per tante donne, che si sono riconosciute nello squallore delle fantasie maschili, nell’atrocità meccanica dei loro pensieri, nel modo di scansionarci per parti come una bestia da macello, nella volgarità imperdonabile degli sguardi e dell’umorismo da aguzzini. Purtuttavia, il microcosmo in cui l'autrice immerge in sè stessa non è in grado di comunicare. E' un libro che trovo invecchiato male, incapace di parlarmi in alcun modo. Questa snervante tendenza a prendersi troppo sul serio e ricorrere a toni inutilmente drammatici si aggiunge alla difficoltà di stare dietro a discorsi deliranti e interrotti a metà per poi essere ripresi all'improvviso, spingendomi puntualmente a chiedermi di che cazzo si stesse parlando. Autoreferenziale, retorico, inconcludente ai massimi livelli, tedia già a pag. 20. Valutate voi.