Oltre i prati, tra la neve …
Ci sono libri che hanno fatto la storia della letteratura e che non dovrebbero mancare nelle librerie di ognuno di noi. Potrei citarne cento e ancora cento, e fra questi, molti non letti e che probabilmente mai leggerò. E me ne dispiace. Ma poi la vita ti offre di imbatterti in altri libri e altri autori, forse meno universalmente noti dei primi, ma non per questo meno significativi dal punto di vista del messaggio e della capacità di insegnarti tanto. Se solo sei nella giusta disposizione d’animo di ascoltare … quel messaggio.
Questo librettino smilzo, di poche pagine, mi ha confermato in questa convinzione. Su Mario Rgoni Stern, tanto si è detto; e tanto si è detto anche sulle sue opere ‘maggiori’. Il Bosco … non fa che confermare quanto di buono sul Sergente si sia già detto e scritto.
E’ una raccolta di raconti brevi, legati da un filo conduttore che è la Montagna. Una montagna raccontata attraverso i suoi villaggi, i suoi uomini, i suoi ritmi e le sue leggi; ma anche attraverso la partenza, il viaggio, il ritorno.
Una “sporca dozzina” che narra di montagna, di caccia, di America e di Australia, delle due guerre, della neve, del bosco, della vita quotidiana nelle valli e sui monti …
«Passarono le stagioni: la primavera con il disgelo, l’estate con il fieno e le malghe, l’autunno con la legna e i funghi, l’inverno con i morbidi pimini sui letti tiepidi e la neve sulle finestre. Tutte le cose mutano in fretta. Troppo in fretta.».
Racconta dei treni che partono per il fronte russo, trasportando uomini giovani e ‘stranieri’ che andavano alla guerra, con l’incoscienza forse dei vent’anni, ma anche con la consapevolezza, data dalla saggezza contadina, della insensatezza della guerra.
«Intanto, sdraiati nella paglia uno a fianco all’altro, dormivano sognando montagne e ragazza. Ma uno quella notte non dormì. In un angolo del vagone, accompagnato dal ritmo delle ruote sulle rotaie, pensava, per la prima volta in vita sua, al destino della povera gente, alla guerra che pretende che la povera gente s’ammazzi a vicenda e si chiedeva: “Chi ritornerà di quanti siamo su questo treno? Quanti compaesani uccideremo? E perché?” Giacché al mondo siamo tutti paesani.»
E poi racconta ancora del ritorno degli alpini, di quei pochi che erano sopravissuti alla guerra, alla prigionia, ad anni di stenti e di fatica, alle loro montagne, ai loro villaggi, al loro focolare. E mi fa rabbia pensare ai quattro … Senza Memoria, che in occasione del raduno di Trento, hanno dimostrato di non aver minimamente compreso il senso profondo della parola “Alpino” e lo spirito, altrettanto profondo, dei loro raduni e del legame con quelle terre e quelle popolazioni. Soprattutto oggi, che la guerra, chissà ancora per quanto, rimane sullo sfondo, come ricordo assai sfocato, ma non meno inquietante.
Mario ci narra della caccia e del suo significato più profondo, che può essere spiegato, mi rendo conto della contraddizione che questa parola potrebbe evocare, con un’unica parola: rispetto. Caccia come rito collettivo, ma non quello dei ‘cittadini’ che arrivano al mattino in macchina ed in macchina se ne vanno la sera, indifferenti a tutto. Caccia come ocasione di rinsaldare il legame profondo con la montagna, con la natura, con gli animali. Tutti gli animali, quelli che ti aiutano nella caccia e sì, nella sua brutalità, anche quelli che vengono cacciati.
Ero piccolino, quando mio zio, la sera prima della caccia, mi faceva assistere ai preparativi, dal confezionamento delle cartucce alla preparazione del fucile e dello zaino, che sarebbero stati fedeli compagni del giorno successivo. Mi raccontava cose, di come avrebbe aspettato con trepidazione l’alba, bangiato un boccone, fumato una sigaretta, per poi ritrovarsi sulla piazza del paese con gli altri cacciatori, cercando invano di far tacere i cani. E del muto rapporto che lo avrebbe legato con la terra, gli alberi, il cielo, gli stessi animali che avrebbero cacciato. E il ritorno la sera, comunque sereni anche se a mani vuote, perché quella giornata, magari in perfetta solitudine, li aveva avvicinati all’unicità del creato(?) e reso più leggero lo spirito. altro che Prozac. Avete presente la pesca con la mosca di In mezzo scorre il fiume? Ecco, la mia penna non lo sa rendere, ma era questo che volevo descrivere.
Mario racconta della partenza al mattino che è ancora buio, accompagnato dalle sobrie raccomandazioni della moglie.
«Quando, uscendo, richiusi la porta, mia moglie al rumore si svegliò e mi chiamò sottovoce. – A che ora tornerai? – Mah! – risposi. – Si sa quando si parte ma non quando si torna. Ad ogni modo prima di notte, spero. – Che cosa prepararti da mangiare? – Zuppa di patate e verze e salsiccia. – Che tempo fa? – Nevica. – Matto! Torna a letto. – Ciao. – Abbi prudenza. – Ciao, dormi.»
Essenziale. Non una parola di troppo.
E racconta così di una dura giornata di caccia del suo amico, che si conclude con l’uccisione di ‘un lepre’, grazie all’impegno del cane (Franco), che arriva a sera stremato e sanguinante:
«Aprì il lepre: levò il cuore e il fegato. Si inginocchiò a lato di Franco, tagliò il cuore e il fegato ancora caldi e a piccoli bocconi glieli metteva in bocca. Dopo gli carezzava la testa, gli puliva gli occhi con il fazzoletto, gli asciugava le zampe sanguinanti senza dirgli nulla e sentiva dentro una cosa, una cosa ecco che si fa fatica a dire e che a volte non si prova nemmeno per i cristiani.»
Ma, per concludere, dopo queste mie sgangherate riflessioni, voglio riportare il commento (non so di quando) de La Stampa: «Mario Rigoni Stern è la sentinella e l’interprete di un mondo sempre meno vero, irriso, sfregiato… Ma lui, il sergente, non demorde, non abbandona la trincea e distilla quotidiane lezioni di civiltà.». Che altro aggiungere? …
Mi immagino ancora Marione che sale lungo i sentieri della sua montagna (con o senza fucile, poco importa) con il suo passo lento, la mente assorta e gli occhi a contemplare quella natura di cui lui si è sentito sempre parte.
Ehi, voi due … Sergentmagiù! … Poppy! … grazie!