03/01/2020 (*)
Finisco questo agile racconto storico di taglio divulgativo con una grande domanda.
Mah.
Che non è proprio una domanda, ma nemmeno un'affermazione. E' una via di mezzo fra un atteggiamento perplesso, uno infastidito e uno deluso.
In mezzo a questa triplice serie di sensazioni, cerco di tirare le fila di questo saggio. Saggio a tesi, così indirizzato come non ne leggevo da tempo. E non è un complimento.
Il pensiero dell'autore è sostanzialmente il seguente: esiste una Germania storica, coincidente con le regioni occidentali e meridionali dello stato tedesco che noi conosciamo, che è parte integrante dell'Occidente europeo, culturalmente forgiata dalla romanità e poi, definitivamente, annessa a tale porzione di mondo in età carolingia; poi esiste una Germania-altra, che Germania propriamente non è e che sarebbe più corretto chiamare col suo nome moderno - Prussia - e che corrisponde alle regioni tedesche site al di là dell'Elba, in quella regione periferica chiamata Ostelbein.
Di per sé, la sottolineatura che l'area tedesca, da sempre frammentata, abbia subito influenze molto diverse e quindi presenti al suo interno distinzioni culturali di rilievo, mi pare sacrosanta: pensare infatti a una Germania monolitica a livello culturale e sociale non ha più senso che pensare la stessa cosa di un paese come l'Italia, che ha avuto una storia simile. All'interno della grande area tedesca, sussistono arcinote differenze di carattere culturale, dovute a religioni diverse (occorre dirlo?), dialetti diversi (provate a vedere quanto un bavarese e un meclemburghese possono riuscire a capirsi nei rispettivi linguaggi locali), sviluppi e economie diverse.
Quello che lascia sconcertati del libro è che tale distinzione (Germania vs Prussia), continuamente ripetuta (molte volte assolutamente a sproposito), è sovrapposta dall'autore a una esplicita dicotomia bene vs male, dove la Germania (prevalentemente cattolica, moderata, industrializzata, liberale e filo-occidentale) è la portatrice di tutti gli aspetti positivi della cultura tedesca, mentre la Prussia (prevalentemente protestante, militarista, agraria, reazionaria e filo-orientale - o per meglio dire, rivolta a Oriente - per fame di territori e mano d'opera ma anche per paura della marea slava incombente) ne incarna tutti i lati negativi.
La prima, frammentata e divisa, è stata conquistata dalla seconda con una serie di spregiudicati e fortunati assalti diplomatici e militari, e portata da questa al disastro delle due guerre mondiali perdute per perseguire i propri esclusivi obbiettivi (e prevalentemente l'ossessione per il Lebensraum orientale).
Il tutto con un livore verso tutto ciò che sta oltre l'Elba (visto, in maniera devo dire abbastanza ridicola, come una sorta di limite netto fra due civiltà - nemmeno si trattasse di una insuperabile muraglia) francamente incomprensibile.
La ricostruzione storica, che nella sua semplicità potrebbe sembrare anche accurata e logica, crolla miseramente di fronte a alcuni fatti macroscopici clamorosamente dimenticati dall'autore. In particolare:
1) la conquista di tutta l'area tedesca (Austria esclusa) da parte della Prussia nel 1866-70 fu l'inevitabile conclusione di una situazione che non poteva perdurare, in un'epoca - quella ottocentesca - in cui stavano montando ovunque i nazionalismi. L'area tedesca, riunita in una obsoleta Confederazione germanica, aveva a capo due potenze mondiali (Prussia e Austria), che si contendevano entrambe l'egemonia sul mondo tedesco: semplicemente, Bismarck sfruttò l'immensa superiorità militare prussiana per annettersi la confederazione; se l'aristocrazia latifondista prussiana (i famigerati Junker) mantenne e incrementò il suo ruolo in un paese (e in un esercito) ancora più grande, gli industriali dell'area renana - in cambio della cessione dell'autorità politica ai prussiani - ottennero carta bianca per quel che riguardava il monopolio economio del nuovo Impero. Uno scambio che portava benefici per entrambe le parti, insomma; gli unici a uscirne sconfitti furono le classi povere, costrette a sobbarcarsi l'esplosione industriale a ovest (dove, come in tutti i paesi che costruiscono la propria ricchezza sull'esportazione, vennero compressi il più possibile i salari e i consumi interni - vedi Cina odierna) e l'inquadramento agrario e militare a est.
1bis) la debolezza politica della Germania occidentale era talmente proverbiale che non poteva durare, e prima o poi uno dei tre grandi stati confinanti (Germania, Austria, ma anche la Francia) ne avrebbe fatto un boccone; Napoleone, che come Carlo Magno badava più che altro a mettere in sicurezza il cuore del suo Impero, creò la Confederazione del Reno come stato satellite della Francia e stato cuscinetto fra questa e i suoi due peggiori nemici, Prussia e Austria, assolutamente disinteressato alla restaurazione della mitica Lotaringia carolingia (a differenza di quel che l'autore afferma).
Lotaringia che è fondamentale a livello politico e geografico essendo all'origine della frammentazione di quel lungo corridoio che divide Francia e Germania, composta dai Paesi Bassi (Olanda e Belgio), dal Lussemburgo, dalla Renania, dall'Alsazia e dalla Lorena, dalla Svizzera (cioè da quelle regioni di cultura mista che fino al tardo Quattrocento formavano il Regno di Borgogna, la cui improvvisa e impronosticabile scomparsa fu sì un fatto fondamentale per la storia dell'Europa, con ripercussioni enormi su Francia e Germania), e infine da Savoia, Delfinato e Provenza, non a caso le ultime regioni a essere annesse al regno francese. Corridoio che divide l'area francofona da quella tedesca, unendole nel contempo; e l'area tedesca è chiaramente tutto ciò che c'è oltre e a cavallo del Reno.
P.S. non ditelo all'autore, ma la Renania storica, quasi tutta ricompresa nell'attuale Germania, ne rappresenta una minima parte in termini di estensione.
2) dal patto, nemmeno vagamente nascosto, fra industriali dell'ovest e militari/politici dell'est, nasce la I guerra mondiale, cercata più o meno da tutte le potenze ma in particolare dal Reich tedesco, sia per ragioni espansionistiche (a est, ma anche oltremare) che per ragioni economico-commerciali, dato che tutta la struttura economica del paese era fondata sul più spietato mercantilismo, entrando in rotta di collisione con la Gran Bretagna: tutto ciò per esplicita volontà e nell'interesse dell'ovest tedesco, considerando anche che, da che mondo è mondo, a trarre i maggiori benefici da una guerra sono sempre gli industriali;
3) questo patto scellerato proseguì in epoca nazista, quando gli industriali tedeschi (i Krupp, gli Opel, ecc) - tutti o quasi nativi della Germania al di qua dell'Elba - diedero carta bianca a Hitler (come noto, austriaco, non prussiano), impauriti dalla marea socialista che stava montando: di questo fatto, fondamentale, nemmeno un vago accenno. Pare poi, a leggere, che la nascita del nazismo sia un fattore totalmente prussiano (non tedesco, prussiano), nato per caso in Baviera, totalmente slegato dal contesto europeo (Fascismo);
4) vengono - incredibilmente - sminuiti gli straordinari successi militari tedeschi a cavallo fra 1860 e 1945, dovuti secondo l'autore alla superiorità tecnologica degli armamenti (merito questo, ovviamente, del genio della Germania "buona" e progredita) e a una buona dose di fortuna; basti solo ricordare come i tedeschi nella I GM - quasi da soli - tennero testa ai tre più potenti eserciti del mondo e nella II GM annichilirono gli eserciti francese e britannico grazie a una innovativa concezione della mobilità tattica delle truppe - e nonostante l'inferiorità tecnica dei propri carri armati e dell'artiglieria leggera. Successi ovviamente riconducibili alla superiore preparazione e professionalità dell'aristocrazia prussiana e all'organizzazione maniacale che avevano impresso a tutto l'esercito del Reich (non ne traccio un giudizio culturale e sociale positivo, sia chiaro - do semplicemente a Cesare quel che è di Cesare).
Peraltro, l'autore con un salto mortale carpiato triplo riconduce l'attutudine militare tedesca alla sola Prussia, ignorando tutta una serie di dati storici (i Lanzichenecchi, per dirne una; la provenienza dei generali tedeschi delle due guerre mondiali, per dirne un'altra).
4bis) oltre all'incredibile giudizio fra l'ironico e il farsesco sulle competenze militari tedesche, c'è questo continuo refrain secondo cui i tedeschi "avrebbero sottovalutato le capacità militari delle potenze anglosassoni". Il che è vero, ma fuori contesto, perché uno dei principali difetti dei tedeschi (e causa somma delle loro sconfitte) è sempre stato quello di considerarsi troppo abili rispetto a qualunque nemico: che fossero i francesi e gli inglesi (a ragione) o gli americani e i russi (spaventosamente a torto). L'essere "potenze anglosassoni" non c'entra nulla, se non nelle menti anglocentriche dei saggisti d'oltremanica.
E mi fermo qui, che poi divento tedioso.
L'idea, balzana, secondo la quale tutti i problemi tedeschi siano venuti dalla Prussia è semplificatoria e totalmente infondata: casomai si può discutere del fatto che le due parti non avessero obiettivi comuni (da una parte: dominio commerciale, industriale e marittimo - e dire pure predominio continentale - verso ovest, frutto di un mercantilismo aggressivo e proiettato sui mercati occidentali e d'oltremare; dall'altra: espansione territoriale a est, con sviluppo in dimensioni dei latifondi e assoggettamento delle popolazione slave come forza lavoro a basso costo, anche in funzione difensiva nel terrore di un'avanzata russa e polacca) e che tale aspetto rappresentò una oggettiva debolezza in entrambe le guerre mondiali, dovendo la Germania sostenere una guerra terribile su due fronti lontanissimi e formidabili; ma da lì a dire che la Germania occidentale (e le sue elìte in particolare) subì la politica guerrafondaia della Germania orientale, quando invece ne fu fieramente complice e braccio armato, passa tutta l'acqua del fiume Elba (che credo non sia poca).
Anche la supposta scissione culturale fra le due parti mi pare un'invenzione (o una necessità di fiction?) dell'autore. Che le regioni al di qua e al di là dell'Elba abbiano avute storie diverse è noto, ma che le diversità siano così profonde e inconciliabili è tutto da dimostrare (se non altro, per ragioni puramente geografiche: nelle pianure del nord Europa, prive di ostacoli naturali difficilmente superabili quali catene montuose, le influenze culturali sono inevitabili e profonde, e un fiume non può in nessun modo rappresentare un confine insormontabile). Il nazionalismo prussiano poi attecchì profondamente a ovest, perché l'ovest aveva bisogno di un ideale nazionale a cui aggrapparsi e l'universal caserma prussiana, per ricordare Foscolo, assicurava ordine, stabilità, prosperità per le classi borghesi, espansione territoriale e commerciale, prestigio e gloria militare: tutte cose che i tedeschi occidentali apprezzavano, e molto, anche a costo di sacrificare i propri diritti politici, in nome di una Weltanschauung (visione del mondo) che di fatto univa est e ovest e che predicava l'espansione mondiale tedesca.
Culturalmente poi, ricordo che i tre maggiori filosofi che la cultura tedesca abbia prodotto nell'età moderna (Kant, Schopnhauer, Nietzsche) sono tutti e tre nati oltre l'Elba (due nientemeno che in Prussia) mentre il quarto, Hegel, da me sempre odiato a scuola e di cui l'autore ha un'opinione più che pessima, affibbiandogli "un'influenza malefica incalabile sul pensiero tedesco del XIX secolo" (cit.) .... è l'unico a essere nato nella "vera" Germania!
Poi, quando il libro si è avventurato nell'età contemporanea più recente, ho capito il perché della tesi della supposta e mefitica divisione est-ovest.
Già il racconto di come avvenne l'unificazione è scorretto (la DDR - che nella visione dell'autore perdurò l'irredimibile impronta prussiana con la spregievole dittatura comunista a cui fu soggetta, descritto quale paese fallito e inetto, ricordato solo per la STASI - era nella realtà lo stato più avanzato del blocco sovietico, ricca di industrie tecnologicamente moderne e avanzate che vennero letteralmente spolpate dagli industrali occidentali in uno dei più clamorosi sacchi della storia moderna d'Europa, lasciando poi allo Stato tedesco l'onere di mettere le pezze con immani iniezioni di denaro pubblico in regioni senza più tessuto industriale e già devastate dal traumatico passaggio dal modello comunista a quello capitalista).
Poi si arriva all'incredibile peana della Germania attuale quale antemurale al degrado politico europeo, al disimpegno americano, all'avanzata di Russia e Cina (la marea che monta da est...), ai populismi. Solo la Germania (occidentale, ovviamente) e la sua stoica cancelliera possono salvare l'Europa, dice l'autore. Meglio, solo la "vera" Germania può salvarci (dato che l'altra, la Germania-non-Germania aka Prussia aka DDR, incontentabile nel suo bisogno di assistenzialismo pubblico (cit.!!!), vota per i partiti di estrema destra e estrema sinistra).
Rimango esterrefatto. E capisco il perché della bislacca tesi.
TUTTI i commentatori non faziosi della terra hanno ravvisato che proprio uno dei maggiori problemi dell'Unione Europea e fonte della sua debolezza politica è che, con la caduta del Muro di Berlino, si è ricostituito in mezzo ad essa uno stato che per dimensioni economiche e demografiche non ha contraltari (ancora più ora con l'uscita del Regno Unito) e che ha, di fatto, spadroneggiato in questi ultimi decenni, un pò per l'ignavia e l'incapacità dei partner e molto grazie alla sua posizione di forza, accumulando un surplus commerciale che viola ogni regola comunitaria e che sta deprimendo le altre economie. Altrimenti non si capisce come siano spuntati fuori tutti questi nazional-populismi che fanno tanta paura a Bruxelles.
Quello che l'autore invoca è di dare carta bianca ai tedeschi per migliorare l'Europa unita. Si è già visto due volte dove la lungimiranza tedesca (che non è peculiarità prussiana) ha portato l'Europa: sarebbe meglio, invece, accellerare il processo di integrazione europea (che comporterà, e deve comportare inevitabilmente, l'eliminazione degli stati nazionali ottocenteschi, tutti, Germania compresa): solo allora potrà formarsi una vera Unione confederale nel continente, funzionante e equa.
Se invece si perseguirà la via già battuta in questi ultimi anni, come ritengo assai probabile, prevarrà l'egoismo nazionale (e sopra a tutti quello della nazione più potente), non verrà presa nessuna decisione politica seria e si tirerà a campare.
Magari continuando a costruire teorie storiche costruite sul nulla per alimentare il nulla politico che, ahimé, sta costruendo questa Europa. E il cerchio si chiude.
p.s. quanto mi piacerebbe leggere i commenti di lettori tedeschi a questo libro.
p.p.s. interessante e piacevole la narrazione, epurata delle bestialità di cui sopra.