In un distretto di Tokyo, diventato nel dopoguerra «un pullulare di commerci clandestini», un bonzo del vicino tempio buddista è sorpreso a scavare spasmodicamente nel giardino della Locanda del Gatto nero. Dalla terra affiora un cadavere di donna. È una giovane evidentemente legata agli affari più o meno equivoci del locale ma ha il volto devastato e nessuno può riconoscerla. La polizia si concentra con poca fantasia sugli intrighi adulterini dei due proprietari dell’esercizio, i coniugi Itojima. Il marito sarebbe l’assassino della moglie in complicità con l’amante. Ma alcuni colpi di scena sconvolgono questa ricostruzione. È a questo punto che entra in scena il detective Kindaichi Kōsuke, trasandato, irritante, balbuziente, infallibile: e tutto quanto, da puzzle inestricabile, diventa narrazione coerente. Spiega l’autore, nella cornice del romanzo – in cui immagina che proprio il detective gli abbia consegnato i documenti per la storia da scrivere – che La locanda del Gatto nero è un thriller del genere del «delitto senza volto». Infatti Yokomizo Seishi è stato il popolarissimo traghettatore nella cultura giapponese della detective story di scuola occidentale; e capace di saldare questa solida tradizione con le paure ataviche e il gusto horror tipici della sua terra. Kindaichi, poliziotto privato giapponese dalla eccentrica personalità e un talento per i misteri irrisolvibili, è esemplare in patria quanto Maigret in Europa.
Seishi Yokomizo (横溝 正史) was a novelist in Shōwa period Japan. Yokomizo was born in the city of Kobe, Hyōgo (兵庫県 神戸市). He read detective stories as a boy and in 1921, while employed by the Daiichi Bank, published his first story in the popular magazine "Shin Seinen" (新青年[New Youth]). He graduated from Osaka Pharmaceutical College (currently part of Osaka University) with a degree in pharmacy, and initially intended to take over his family's drug store even though sceptical of the contemporary ahistorical attitude towards drugs. However, drawn by his interest in literature, and the encouragement of Edogawa Rampo (江戸川 乱歩), he went to Tokyo instead, where he was hired by the Hakubunkan publishing company in 1926. After serving as editor in chief of several magazines, he resigned in 1932 to devote himself full-time to writing. Yokomizo was attracted to the literary genre of historical fiction, especially that of the historical detective novel. In July 1934, while resting in the mountains of Nagano to recuperate from tuberculosis, he completed his first novel "Onibi" (『鬼火』), which was published in 1935, although parts were immediately censored by the authorities. Undeterred, Yokomizo followed on his early success with a second novel Ningyo Sashichi torimonocho (1938–1939). However, during World War II, he faced difficulties in getting his works published due to the wartime conditions, and was in severe economic difficulties. The lack of Streptomycin and other antibiotics also meant that his tuberculosis could not be properly treated, and he joked with friends that it was a race to see whether he would die of disease or of starvation. However, soon after the end of World War II, his works received wide recognition and he developed an enormous fan following. He published many works via Kodansha's Weekly Shōnen Magazine in serialized form, concentrating only on popular mystery novels, based on the orthodox western detective story format, starting with "Honjin Satsujin Jiken" (『本陣殺人事件』) and "Chōchō Satsujin Jinken" (『蝶々殺人事件』) (both in 1946). His works became the model for postwar Japanese mystery writing. He was also often called the "Japanese John Dickson Carr" after the writer whom he admired. Yokomizo is most well known for creating the private detective character Kosuke Kindaichi (金田一 耕助). Many of his works have been made into movies. Yokomizo died of colon cancer in 1981. His grave is at the Seishun-en cemetery in Kawasaki, Kanagawa (神奈川県 川崎市).
Un breve giallo scritto veramente molto bene, anche se di Yokomizo Seishi ho preferito Il detective Kindaichi. Resta comunque una lettura piacevole e che cattura, con una trama molto arzigogolata (tanto che per alcuni passaggi avrei forse preferito maggiore chiarezza).
Questo romanzo giallo è scritto molto bene, mi piace la penna dell'autore. La trama è carina, si legge volentieri in circa una giornata. Riassumendo: trama 3/5 e stile di scrittura 5/5. Lo consiglio a chi volesse leggere un romanzo breve ma "di buona compagnia".
Nei romanzi di Seishi Yokomizo (e questo è il secondo che leggo, dopo “Il detective Kindaichi”), gialli di stampo classico che richiamano le trame machiavelliche di quelli di John Dickson Carr, l’atmosfera è sempre così squisitamente giapponese. Squisitamente giapponese. Le strade di campagna, i campi incolti, i ryokan con le stanze in legno, le locande semideserte, le ville con i shoji e i tatami, i piccoli e graziosi giardinetti…ogni dettaglio dei luoghi in cui la vicenda è ambientata contribuisce a creare un fascino del tutto particolare, minimal, molto orientale, quasi bonariamente kitsch, che in nessun altro giallo classico si può trovare. Anche il detective Kindaichi Kosuke, trasandato, balbuziente, poco brillante, è una figura così diversa da quella dei maestri di Carr che, con le loro epiche entrate in scena, i loro dialoghi mirati e i loro infiniti discorsi lungimiranti, risultavano a loro modo personaggi indimenticabili, tanto carismatici e tanto incisivi. Eppure anche qui Kindaichi alla fine, come un Deus Ex Machina, pare spuntare dall’ombra e risolve in un baleno l’enigma al centro del romanzo. E’ solo che chi è abituato ai gialli della camera chiusa occidentali si troverà di certo un po’ spaesato, diviso tra un senso di squisitezza e uno di spaesamento. Per me, ripeto, squisitezza. Diverso è il discorso della trama, che più gialla classica non si può. Qui si gioca, tra l’altro, con un elemento ben noto al lettore di gialli classici occidentali, quello dello scambio d’identità, del doppio, che confonde il lettore ma che in realtà vuole essere, nella mente di chi scrive, un gioco molto semplice. Dove casca Seishi, dunque? Nella risoluzione del caso, che risulta troppo, troppo confusionaria, più che nel romanzo precedente. E alla fine quello che nella sua mente voleva essere semplice diventa complicato in quella del lettore, il quale si ritrova a porsi una serie di domande soprattutto sul movente di chi uccide chi. Troppa macchinazione, troppa. Anche se alla fine lo sforzo di fare un “sunto” su quanto è accaduto, tramite la bocca del personaggio, si sente. Avrei preferito più semplicità, più chiarezza per un romanzo poi tanto breve e tanto piacevole. In definitiva un gradino sotto “Il detective Kindaichi”, apprezzabile da chi ama già tanto il genere ma di certo non imperdibile (e non consigliabile) per chi vi si accosta.
Sono ignorantissima in materia di giallo, ma le storie del detective Kindaichi sono sempre succosissime. In questa seconda avventura pubblicata da Sellerio e tradotta impeccabilmente da Francesco Vitucci, oltre allo splendido lavoro sul contesto storico, che fa da potente sfondo alle vicende, la parte più gustosa è la volontà dell'autore di presentarsi a carte scoperte e di lanciare una sfida diretta al lettore: ecco a te le regole del gioco, con tutti i suoi luoghi comuni e le sue caratteristiche fondanti ben descritte, nero su bianco. Riuscirai a sfruttarle per sconfiggermi e risolvere il caso prima che ti fornisca la soluzione nell'epilogo? La storia scorre liscia come un ingranaggio complicatissimo, ma oliato alla perfezione. E io non vedo l'ora di incontrare di nuovo il buffo detective balbuziente che affronta ogni delitto come un rompicapo da decostruire in poche mosse sotto allo sguardo incredulo di tutti i presenti.
Bravo Yokomizo eh, ma davvero, e poi bravo anche a Francesco Vitucci che si sbatte a tradurre impeccabilmente le novelle del detective Kindaichi per noi che non sappiamo il giapponese. La locanda del Gatto nero è un giallo dall'impianto iperclassico - del resto non è una roba scritta ieri - meno weird e meno inquietante rispetto alle cose di Ranpo Edogawa, in cui l'autore, in un gioco metaletterario in cui riceve il materiale su cui scrivere direttamente dal suo personaggio, si ingegna per tirare fuori un meccanismo cervellotico per far fare la figura da Sherlock a Kindaichi, elementare, no? Ammetto che alla fine di romanzi del genere mi viene un po' mal di testa, e qualche domanduccia ancora ce l'avrei (secondo me funziona un po' meglio Il detective Kindaichi, il primo della serie), anche se l'atmosfera funziona piuttosto bene e si arriva alla fine che manco ci se ne accorge. Bene così.
Definito il Simenon giapponese, leggo questo romanzo giallo di Seishi Yokomizo trovato per caso in biblioteca. Il caso è particolare: si trova il cadavere di una donna senza testa, e subito si pensa che ad ucciderla forse sia stato il marito, proprietario della locanda del gatto nero. Ma il detective protagonista non è convinto di questa messinscena e inizia a scavare nel passato della coppia dei gestori, scoprendo sorprendenti verità.
Più un racconto breve che un romanzo, centrato sul caso di scuola del cadavere sfigurato. Molti gli echi di Dickson Carr, specialmente nelle lunghe spiegazioni accademiche: peccato che il plot sia un po' sfilacciato e il patto con il lettore venga tradito in gran parte (le informazioni più importanti vengono celate fino a 3/4 della trama e poi svelate nella ricostruzione dell'omicidio). Il colpo di scena sul finale riscatta parzialmente la debolezza della prova. Restano intatte, invece, le atmosfere del Giappone del dopoguerra e la simpatia dell'investigatore. Tre stelle piene.
3.5 ★ Come per la prima avventura del detective Kindaichi, sono rimasta molto sorpresa dal caso e dalla sua risoluzione. Avrei preferito però maggior contesto per comprendere meglio i protagonisti della storia e l'ambientazione. Il prologo inoltre ha anticipato un po' troppo per i miei gusti, ma nonostante questo è stata una lettura veloce e d'intrattenimento
Carino ma con pochissimo spessore. Poche pagine, si legge in un pomeriggio, ma è un peccato perché l’idea e l’Intreccio puramente giallo sono molto originali. Forse semplicemente un giallo invecchiato malino.
Il mio primo libro del 2022 è giapponese! Dopo la lettura de Il detective Kindaichi ho deciso di dare un'altra possibilità a questo autore. Ne La locanda del Gatto nero si ripresentano i problemi già noti: una narrazione confusionaria, metanarrativa, con lunghi spiegoni sulle tipologie di romanzi gialli. La storia in sé è brevissima, appena 100 pagine, con un rush finale in cui viene spiegata la soluzione del delitto. Tutto molto improbabile come l'altro suo libro tradotto in Italia. Tuttavia, è interessante immergersi nel mondo giapponese, con la sua cultura e i suoi dettagli. Curioso pensare che alcune descrizioni, buttate lì giusto perché in un romanzo servono dettagli concreti che creino un contesto, risultino più interessanti della trama stessa.
Racconto che si legge in un paio d'ore. Non sono un esperto di gialli, ma mi è piaciuto parecchio, nonostante lo stile di scrittura sia abbastanza piatto. Per lunghi tratti sembra la trascrizione di una puntata di "Quarto grado", ma comunque è talmente breve che ci si ritrova a metà libro con la voglia di capire come siano andate effettivamente le cose e chi sia l'assassino. Ho trovato ben fatta, in questo senso, la spiegazione finale.
Troppe cose date per scontate e qualche assurdità (il gatto nero che "avrebbe assistito" a un omicidio? E quindi?) mi hanno portato a disamorarmi in fretta di questo romanzo breve che avrebbe avuto grandi potenzialità. A mio parere, un'occasione persa.
3,5 Un giallo con ambientazione giapponese, dalla trama parecchio complessa ma dalla risoluzione spiegata molto bene. Nonostante ciò non mi ha convinta, forse non il mio genere di giallo.
Sempre curiosi e interessanti i gialli giapponesi di stampo classico. Questo ha pure una piccola disquisizione su diversi tipi di giallo: "Si tratta di un delitto con un cadavere senza volto, capisce? Ben diverso dai casi di sostituzione in cui una persona interpreta due ruoli. Normalmente, in letteratura quando sono presenti casi di cadavere senza volto si sfida il lettore a scovare l'identità della vittima. Di contro, nei romanzi in cui sono presenti casi di sdoppiamento, è necessario celare la verità fino a quando il lettore non giunge alla risoluzione sconfiggendo l'autore stesso. Questo tipo di racconto si differenzia anche dai delitti della camera chiusa, ovviamente, dove - nonostante il lettore venga incaricato di risolvere il caso - possono esistere infinite soluzioni a cui pervenire."
Un raccontino lungo. Se fosse stato un romanzo mi sarei lamentato della soluzione troppo macchinosa e disonesta (informazioni taciute al lettore) però appunto essendo una storia breve ci può stare. A conti fatti il libro è solo un esercizio di stile e abilità dell'autore alle prese con un classico enigma dei gialli (il cadavere irriconoscibile), con personaggi lasciati lì a galleggiare tra le pagine senza un reale approfondimento.
Una caratteristica non dovuta all'incapacità dello scrittore, ma da questi voluta (e fin troppo comune in certi libri gialli), perché permette all'autore di far agire i personaggi a suo piacimento senza il duro laccio della coerenza e quindi di costruire più facilmente una soluzione plausibile. Dopotutto se non conosci il personaggio, se non a grandi linee, puoi accettare più facilmente che faccia tutto e il contrario di tutto.
Molto carino, soprattutto lo stile di scrittura. L'andamento non è incalzante, eppure il ritmo è ben dosato. La vicenda è perfettamente incastonata nelle poche pagine che la raccontano, con una spiegazione finale che, seppur macchinosa, risulta comunque soddisfacente.
Carino, ma molto arzigogolato nella trama. Mi è piaciuto meno rispetto al precedente romanzo dello stesso autore con Kuichi protagonista. Buono per una lettura estiva da ombrellone.
Mah… forse quando è uscito, in Giappone, sarà stata un’opera originale, ma è praticamente assente qualsiasi forma di indagine e metà dell’opera è dedicata alla rivelazione finale. L’approccio metanarrativo poi l’ho trovato pacchiano. Il pregio principale sta nella sua brevità. Ma alla Sellerio, devono proprio pubblicare tutto quello che viene recapitato in casella postale?????