Un affresco vivissimo, realistico, “veristico” del mondo yddish e chassidico in un angolino sperduto della Galizia austriaca, in una data non meglio precisata del XIX secolo. Corti rabbiniche in piccole città rurali, con sinagoghe e scuole di preghiera letteralmente brulicanti di vita: rabbini e scaccini, studenti, massaie, stallieri, macellai kasher e calzolai, sarti, mercanti di cavalli, mendicanti e accattoni, lestofanti e santi taumaturghi, in un susseguirsi di luci del Sabbath, feste di Purim eYom Kippur. Un piccolo mondo di devoti attaccati alla Legge ma soprattutto alle Tradizioni, un piccolo mondo clericale in versione ebraica che tanto ricorda i nostri piccoli paesini di montagna, che invece cha al rabbino e alla sinagoga, ruotavano intorno al parroco e alla chiesa parrocchiale, dove religione, tradizione, abitudine e conformismo sociale erano un tutt’uno che costituiva la “Legge”. Sì, ho visto anche questo leggendo Israel Joshua Singer; sarà una mia deformazione; anche un’operazione di nostalgia, forse…, in parte…
Un piccolo mondo fatto di pii devoti chassidici che si dedicano del tutto allo studio del Talmud, ma anche di indaffarati amanti del denaro, scaccini e becchini un poco truffaldini e un poco lestofanti, rabbini abbastanza ignoranti e anche un poco venali, puzzolenti di cuoio e tabacco, in un turbinio di contratti matrimoniali tra sposi poco più che bambini, affari e mediazioni, feste con migliaia di persone che arrivano da ogni dove della Polonia, con tanti parassiti e mendicanti queruli, astiosi, bramosi, avidi… Un piccolo mondo con tante piccole miserie, meschinerie, avidità, ipocrisia e conformismo, ignoranza e superstizione, tratteggiate tutte da Singer con nonchalance, direi quasi con bonarietà, comprensione. Sì, il bello di Singer è proprio questo: la bonarietà e la comprensione quasi divertita nel descrivere le miserie umane e le debolezze di noi bipedi, senza puntare il dito però, senza accusare, fustigare.
In questo piccolo mondo prende vita la vicenda di Nahum, giovanissimo studioso della Kabbalah e lettore appassionato della Zorah, il libro dello Splendore. Figlio del colto e raffinato rabbino di Rachmanivke, a quindici anni si trova a dover sposare suo malgrado la quindicenne Serele, grazie agli intrighi e alla spossante insistenza del padre della sposa, l’ignorante e arruffone rabbino di Nyesheve, Rabbi Melech. Catapultato nella crassa e sordida ignoranza della corte rabbinica di Nyesheve, il giovanissimo sposo ha un tracollo psichico e morale e se ne fugge di notte durante un incendio. Yoshe Kalb è il suo alter ego scisso che riemerge quindici anni dopo. Yoshe il Tonto, l’ignorante, il viandante mendicante coperto di stracci che sembra trovar pace soltanto nei cimiteri ebraici. Yoshe Kalb che rifugge ogni contatto umano se non forzatovi, sempre intento alla preghiera, sempre intento nella recitazione continua dei salmi. Yoshe il Santo che subisce le vessazioni e le ingiustizie senza fiatare. Accusato di aver provocato con la sua “empietà” un’epidemia, è costretto dal lestofante becchino di Bialagura a sposare sua figlia, la demente Zivyah, come riparazione per placare l’ira divina. Yoshe Kalb-Nahum che non trova pace, né identità, anzi sembra che le identità siano a lui date dagli altri: tonto, imbroglione, santo, dotto, ignorante, briccone, pio, mistico; chi più ne ha, più ne metta. Senza che lui ne accetti e ne adotti una propria. “Chi sei?” “Non lo so” risponde dinanzi al tribunale dei settanta rabbini chiamati a decidere (ancora una volta!) la sua identità.
Ho pensato se in fondo Joshua Singer si sentisse lui stesso Yoshe Kalb-Nahum, lui in fondo sradicato e sradicatosi dall’ebraismo chassidico. Non lo so. Certo è che allontanatosi fisicamente e ideologicamente da quel mondo, “Da un mondo che non c’è più”, Israel Joshua Singer lo guardasse alla fine con affetto e con tanta nostalgia, nonostante tutto.
Non lo so.