Posso riassumere il mio giudizio con tre I. Incredibilmente inconsistente e irritante.
Personalmente mi occupo di svolgere ricerca nel campo delle Scienze Biologiche, quindi il mio giudizio è inevitabilmente influenzato dalla mia attività e dal mio campo di interesse specialistico (ma tanto nel libro c'è scritto che non dovremmo ragionare per saperi in quanto corporazioni, per cui...).
L'apparato bibliografico è massiccio per l'esiguità del testo, il che dimostra più che altro che l'autore sia bravo a cercare i riferimenti bibliografici; il resto del testo contiene un paio di concetti interessanti per ciò che potrebbe riguardare un "cambio di paradigma" nell'osservazione della natura da parte dell scienziat , ma più in generale da parte dell'umanità. Non si tratta tuttavia di nulla di particolarmente originale, anzi, mi sembrano messaggi già recepiti soprattutto da chi si occupa di scienza, e mi riferisco principalmente al superamento del concetto di "ambiente" come qualcosa di esclusivamente esterno all'organismo, da esso non influenzato; un ambiente, insomma, che esercita una pressione evolutiva sugli organismi, ma che da essi ne è egualmente plasmato. È il concetto delle "specie ingegnere", citate da Coccia, ma a sua detta poco efficace per descrivere la magnitudine degli effetti degli organismi sull'ambiente, poiché, in realtà, l'organismo È l'ambiente. In effetti questo "nuovo" (ma non è nuovo - "The organism influences its own evolution, by being both the object of natural selection and the creator of the conditions of that selection" Levins & Lewontin, 1985) punto di vista potrebbe avere implicazioni importanti anche solo in una semplice riformulazione del concetto di evoluzione come "survival of the fittest" (è dunque "the fittest" l'organismo più adatto all'ambiente, o magari quello che fa adattare meglio l'ambiente a se stesso? Quello che riesce "meglio" a essere "ambiente di se stesso"?). Tuttavia l'autore preferisce l'argomento della supercazzola dal sapore new age, disseminando il tutto di potenze cosmiche, nature astrali, e non ricordo cos'altro di molto vago ed etereo, piuttosto oscuro, nonché ripetere davvero molte volte il messaggio principale diretto al lettore, ovvero "tutto è in tutto" (quindi senza confini, non circoscritto e senza pattern e quindi basicamente non studiabile dal punto di vista scientifico, ma ok - lo scrivo provocatoriamente, ma di pruriti provocatori me ne ha causati parecchi). Che tutto ciò che sia al di fuori dell'ambiente acquatico riproduca, in sé, le caratteristiche di un piccolo acquario, anche qui, è ciò che i libri di evoluzione chiamano, da tempo, uno dei "major steps in evolution". Intorno al concetto di nicchia, inoltre, si sarebbero potuti fare discorsi molto interessanti. Ma il problema è anche come vengono utilizzati i riferimenti bibliografici, che sembrano siano lì come un menù in cui l'autore sceglie cosa gli piace e cosa no, senza particolari spiegazioni in merito alle critiche e alle prese di posizione, non arricchendo granché l'esperienza di lettura. Ovviamente la struttura poco coerente dello scritto viene giustificata dal fatto che dobbiamo liberarci della scaffalatura troppo rigida del sapere, di legami logici troppo stretti perché "tutto è in tutto" quindi è ok scrivere libri con poca testa e poca coda perché è fluido e che bello olistico sciamani freak pazzesco wow.
Sarò pure troppo influenzata dalla scrittura scientifica, ma almeno i suoi codici si sforzano di essere universali e comprensibili, e non si parlano addosso e basta senza scomodare presunte metafisiche. Il che mi sembra molto più utile, e non da un mero punto di vista utilitaristico, ma nel fornire spunti a chiunque voglia leggere.
Colonna sonora consigliata: The Pescator, Latte e i suoi derivati. Concettualmente siamo lì.