Ho audioletto questo breve saggio illuminante di Paolo Giordano, scritto durante il primo lockdown.
Eravamo chiusi nei nostri appartamenti. Eravamo stati colti impreparati dall’imperversare del virus Sars-Cov-2.
“Era visibile all’orizzonte come un addensarsi di nubi, ma la Cina è lontana, e poi figurati. Quando il contagio è arrivato da noi in forze, ci ha lasciato storditi.
Per diradare l’incredulità ho pensato di ricorrere alla matematica, a partire dal modello SIR, l’ossatura trasparente di ogni epidemia.
Una distinzione importante: Sars-Cov-2 è il virus, Covid-19 la malattia. Sono nomi faticosi, impersonali, forse scelti cosí per limitarne l’impatto emotivo, ma sono piú precisi del piú popolare «coronavirus». Quindi userò quelli. Per semplicità poi, e per evitare fraintendimenti con il contagio del 2003, da qui in avanti abbrevierò Sars-Cov-2 in Cov-2.”
Avevamo tanti propositi costruttivi. Avevamo imparato a capire che eravamo parte di una collettività, che dal bene comune scaturiva il nostro ben-essere e che tutto era strettamente collegato e interconnesso.
Gli esperti paventavano una seconda ondata, ma non vedevamo l’ora che tutto passasse e quindi alla seconda ondata non ci credevamo tanto.
O meglio, in molti non ci credevano. Io invece sì, ero certa ci sarebbe stata questa seconda ondata, semplicemente perché la matematica aveva parlato chiaramente.
La matematica, scienza delle relazioni, aveva illuminato tutti coloro che con la matematica avevano un po’ di confidenza. E in questa cerchia ristretta di confidenti nella matematica è da sempre ben noto che “Il tutto è più della somma delle parti.” e che bisogna distanziare le “biglie”, perché i valori ritornino nella normalità:
“Facciamo che siamo sette miliardi e mezzo di biglie. Siamo suscettibili e ferme, quando all’improvviso una biglia infetta ci arriva addosso a tutta velocità. Quella biglia infetta è il paziente zero e fa in tempo a colpire altre due biglie prima di fermarsi. Quelle schizzano via e ne colpiscono altre due a testa. Poi ancora. E ancora. E ancora.”
E la matematica insegna che gli andamenti lineari sono solo una prima approssimazione di come vanno le cose, nella realtà:
“L’incremento dei casi, invece, è sempre piú grande. Sembra fuori controllo. Qui potrei aggiungere: ecco un altro modo che il virus ha trovato per spiazzarci, ma sarebbe una concessione eccessiva alla sua intelligenza limitata. In realtà, è la natura stessa a non essere strutturata in modo lineare. La natura preferisce le crescite vertiginose o decisamente piú morbide, gli esponenti e i logaritmi. La natura è per sua natura non-lineare.”
E nella rete di infinite relazioni, la nostra personale responsabilità fa la differenza:
“Ancora adesso dire «globalizzazione» mi disorienta come un’idea vaga, proteiforme. Ma riesco almeno a intuirne il contorno, i suoi effetti collaterali la disegnano. Per esempio una pandemia. Per esempio, questa nuova forma di responsabilità allargata, alla quale nessuno di noi può piú sottrarsi.
Nessuno davvero. Se gli esseri umani che interagiscono fra loro fossero collegati con dei tratti di penna, il mondo sarebbe un unico gigantesco scarabocchio. Nel 2020 anche l’eremita piú rigoroso ha la sua quota minima di connessioni. Viviamo in un grafo molto ma molto connesso, per dirlo con la matematica. Il virus corre lungo i tratti di penna e arriva ovunque.
Quella meditazione abusata di John Donne, «nessun uomo è un’isola», assume nel contagio un nuovo, oscuro significato.”
Chissà se impareremo ad assumere comportamenti responsabili. Chissà se riusciremo ad avere uno sguardo globale. Chissà se riusciremo ad andare al di là del particolare, per considerare l’universale.
Chissà se impareremo a contare i nostri giorni.
“Nel Salmo 90 c’è un’invocazione che mi torna spesso in mente in queste ore:
Insegnaci a contare i nostri giorni
e acquisteremo un cuore saggio.
Forse mi viene in mente perché nell’epidemia non facciamo altro che contare. Contiamo gli infetti e i guariti, contiamo i morti, contiamo i ricoveri e le mattine di scuola saltate, contiamo i miliardi bruciati dalle borse, le mascherine vendute e le ore che mancano al risultato del tampone; contiamo i chilometri dal focolaio e le camere disdette negli hotel, contiamo i nostri legami, le nostre rinunce. E contiamo e ricontiamo i giorni, soprattutto quelli, i giorni che ci separano da quando l’emergenza sarà passata.
Ho però l’impressione che il Salmo voglia suggerirci un computo diverso: insegnaci a contare i nostri giorni per dare un valore ai nostri giorni. A tutti, anche a questi che ci sembrano solo un intervallo penoso.”
Chissà se impareremo a non permettere che tutta questa sofferenza trascorra invano.
“Possiamo dirci che la Covid-19 è un incidente isolato, una disgrazia o un flagello, gridare che la colpa è tutta loro. Siamo liberi di farlo. Oppure, possiamo sforzarci di attribuire un senso al contagio. Fare un uso migliore di questo tempo, impiegarlo per pensare ciò che la normalità c’impedisce di pensare: come siamo arrivati qui, come vorremo riprendere.
Contare i giorni. Acquistare un cuore saggio. Non permettere che tutta questa sofferenza trascorra invano.”
Chissà se impareremo a non oltraggiare la memoria dei 64.520 morti in Italia per Sars-Cov-2. Chissà quando diventeremo cittadini adulti.