“I russi sono matti”, afferma Paolo Nori già dal titolo. Probabilmente però non lo sapremo mai, o almeno non grazie a questo libro; perché, nonostante la promessa di un corso sintetico di letteratura russa, quello che ci troviamo davanti è tutt’altro: non un manuale, non un saggio organico, ma piuttosto un mosaico frammentato dove l’autore racconta soprattutto sé stesso, la propria carriera, i viaggi, le traduzioni e i suoi rapporti personali con la Russia.
Il libro è strutturato in più parti, ciascuna dedicata a temi come il potere, l’amore o il byt (la vita quotidiana). Sulla carta, una parabola attorno alla nascita, all’apice e alla caduta della grande letteratura russa. Nella pratica, però, lo spazio concesso davvero agli autori e alle opere è esiguo poiché le pagine si popolano di aneddoti autobiografici e riflessioni personali che finiscono per sovrastare la materia principale, lasciando al lettore solo frammenti, tessere di un puzzle che per avere senso richiedono ulteriori approfondimenti al di fuori del libro.
Certo, alcuni spunti non mancano: la sofferenza come tratto distintivo della narrativa russa, l’arte come straniamento, la prolissità descrittiva che riflette un modo diverso di vivere e percepire il tempo, temi affascinanti, che potrebbero aprire a riflessioni ricche e approfondite, ma che qui vengono appena accennati, senza sviluppo né organicità. L’amore che raramente conosce un lieto fine, la tragicità come consapevolezza esistenziale, l’inevitabile contrasto tra la nobiltà colta e occidentalizzata e la realtà di un paese povero e ancora segnato dalla servitù della gleba: intuizioni preziose, ma ridotte a cenni rapidi, spesso interrotti da digressioni che li spezzano sul nascere.
La struttura del libro risulta così caotica: capitoli che si interrompono bruscamente, discorsi lasciati a metà, una narrazione che fatica a trovare un filo logico. Nemmeno l’appendice, che ci si aspetterebbe finalmente dedicata agli autori, riesce a colmare il vuoto: anche lì domina la prolissità, senza un vero discorso critico. Persino l’inserto fotografico, privo di spiegazioni o contestualizzazione, appare superfluo: immagini che chiunque potrebbe reperire con una semplice ricerca online.
Colpiscono poi le assenze: Gogol’, Turgenev, Čechov, Gor’kij, Bulgakov, Blok, Majakovskij e molti altri non trovano spazio. Dostoevskij, Tolstoj e Puškin sono citati, ma come di passaggio, senza un’analisi che permetta davvero di comprendere il perché della loro grandezza.
In definitiva, I russi sono matti è un libro dalla veste grafica accattivante, ben impaginato e con una copertina indubbiamente riuscita, ma dietro l’estetica resta un contenuto povero e dispersivo, che lascia insoddisfatti sia i lettori curiosi che cercano una porta d’ingresso alla letteratura russa, sia chi sperava in un saggio capace di restituirne il fascino e la complessità.
Vale la pena leggerlo? A mio avviso no.
Meglio investire tempo e denaro in una ricerca personale, o ancora meglio, cominciare direttamente dai classici russi: saranno loro, con la loro intensità e profondità, a spiegare davvero perché da secoli la loro letteratura continua a incantarci