Mongolia vuol dire natura selvaggia, praterie senza fine. Un paese sterminato – cinque volte l’Italia – dove metà della popolazione vive in continuo movimento, perché l'essere nomadi fa parta della sua essenza più intima. Un milione e mezzo di persone, metà di tutti imongoli, vivono ad Ulan Bator nella capitale più fredda del mondo (temperatura media annua -13 °C); gli altri sono nomadi nell’hodoo – la campagna – come vezzosamente chiamano tutto quello che è steppa, deserto, vallate, foreste per migliaia di chilometri intorno. Una presenza umana fondamentale quanto irrisoria (la densità è di nemmeno 2 abitanti per chilometro quadrato, un altro record mondiale). Non poteva che nascere e attecchire qui lo sciamanismo, la religione della natura, dell’estasi e della semplicità.
Okay, lo ammetto: questo libro non mi ha conquistata. Sì, racconta paesaggi incredibili e riflessioni profonde… ma a volte sembra perdersi proprio in quelle nuvole che cita nel titolo. Troppo prolisso, troppi giri di parole, e la narrazione finisce per rallentare fino quasi a fermarsi.
Sarà che l’ho letto per un esame (quindi zero libertà di scelta 😅), ma mi è pesato parecchio. Più di una volta mi sono trovata a contare le pagine invece di perdermi nella storia — e per me questo è già un segnale chiaro.
Detto questo, riconosco che Bellatalla sa scrivere e che l’esperienza in Mongolia trasmette autenticità. Solo… non è il mio tipo di libro. Troppo descrittivo, troppo “pensato”. Avrei preferito più vita, più emozione, meno filosofia.
⭐️⭐️💫 (2,5-3/5) Interessante per chi ama i racconti di viaggio lenti e contemplativi. Ma se cercate ritmo e coinvolgimento, qui rischiate di perdervi nel deserto prima della fine.