23 ottobre 2016
E’ stato un percorso lungo quasi due mesi, perché Montale non regala nulla, un viaggio in salita, arduo, impervio, faticoso, fatto di inciampi, pause, soste forzate, note rimandi e ritorni sui propri passi due tre strofe indietro, due o tre liriche fa, e ancora non ho colto tutto, né ma riuscirò a cogliere ciò che sta sotto la superficie dei suoi versi, perché il percorso è come una muraglia che ha in cima anche aguzzi cocci di bottiglia.
Ossi di seppia, è una raccolta di liriche, un libro equoreo che ha un aroma salino che sa di acqua e di mare.
Gli ossi di seppia sono i miseri resti che rimangono dopo che la seppia si è sciolta al sole e che la risacca abbandona sulla battigia, sono ossi inzuppati del mare di Liguria, delle sue bufere che lo fanno ribollire in superficie, ossi arsi da un sole, cui la vegetazione mediterranea fatta di agavi, ulivi, canneti offre rara ombra di tregua, una solarità che acceca ma non come pienezza di vita bensì nel suo senso contrario, luce che non allegra mai, che non dà gioia di vivere, un mare che risucchia l’io del poeta e che poi lo espelle lo rigetta confinandolo a terra lasciandolo prostrato e privo di risposte.
Eugenio Montale è al contempo poeta e filosofo esistenzialista, nei suoi versi facoltà poetica e filosofica colloquiano e si scambiano ruoli, celate nelle sue metafore canta la difficoltà del suo e del nostro vivere, e ancora prima la difficoltà di essere, nemmeno una natura così ospitale come quella mediterranea riesce a sedare il suo travaglio interiore.
Da un punto di vista linguistico Montale è debitore di Dante, Leopardi, Pascoli, D’Annunzio i suoi modelli linguistici, ma attinge anche a piene mani dai dialettismi liguri.
E’ un poeta che offre un plurilinguismo ricchissimo, scorrendo le sue rime si ha l’impressione di imparare quasi un’altra lingua.
Il suo rigore lessicale arriva poi ad essere maniacale, a volte cade in un tecnicismo esasperato: si percepisce tra le strofe che quella parola messa lì nel bel mezzo di un endecasillabo o di una quartina non è collocata per ventura ma è frutto di una scelta precisa, ragionata a lungo dopo uno scarto di altre dieci parole troppo generiche e vaghe, e solo quella parola diventa non fungibile, l’unica efficace a indicare con chiarità un’idea, un sentire, a illuminare e musicare un paesaggio, a descrivere una specie vegetale della flora o un animale della fauna.
E precipitano a cascata nuovi lemmi gli aggottare (togliere l’acqua da una imbarcazione), il meriggiare pallido e assorto il balbo parlare, quel parlare che è quasi un balbettio, il falotico mutarsi della mia vita per bizzarro, pazzo, quel cielo bioccoso (nuvoloso) il colore falbo (giallo), lo strinato bruciacchiato, il suolo che s’abbevera, vocaboli che attingono dalla infinita ricchezza di un dizionario poetico che riesce ad ampliarsi all’inverosimile e che il poeta compone in una architettura complessa di strofe di metrica e di significati, quando accade di riuscire ad abbracciare nella sua interezza il tempio delle sue parole allora senti veramente di avere elevato alla enne quell’afflato metafisico che sta sopito o urgente dentro ognuno.
La più nota degli Ossi:
SPESSO IL MALE DI VIVERE
Spesso il male di vivere ho incontrato
era il rivo strozzato che gorgoglia
era l'incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.
Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato
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Sempre sul male di vivere:
AGAVE SULLO SCOGLIO
O rabido ventare di scirocco
che l'arsiccio terreno gialloverde
bruci;
e su nel cielo pieno
di smorte luci
trapassa qualche biocco
di nuvola, e si perde.
Ore perplesse, brividi
d'una vita che fugge
come acqua tra le dita;
inafferrati eventi,
luci-ombre, commovimenti
delle cose malferme della terra;
oh alide ali dell'aria
ora son io
l'agave che s'abbarbica al crepaccio
dello scoglio
e sfugge al mare da le braccia d'alghe
che spalanca ampie gole e abbranca rocce;
e nel fermento
d'ogni essenza, coi miei racchiusi bocci
che non sanno più esplodere oggi sento
la mia immobilità come un tormento
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Sul destino del poeta e dell’arte di fare poesia:
NOI NON SAPPIAMO QUALE SORTIREMO
Noi non sappiamo quale sortiremo
domani, oscuro o lieto;
forse il nostro cammino
a non tòcche radure ci addurrà
dove mormori eterna l’acqua di giovinezza;
o sarà forse un discendere
fino al vallo estremo,
nel buio, perso il ricordo del mattino.
Ancora terre straniere
forse ci accoglieranno; smarriremo
la memoria del sole, dalla mente
ci cadrà il tintinnare delle rime.
Oh la favola onde s’esprime
la nostra vita, repente
si cangerà nella cupa storia che non si racconta!
Pur di una cosa ci affidi,
padre, e questa è: che un poco del tuo dono
sia passato per sempre nelle sillabe
che rechiamo con noi, api ronzanti.
Lontani andremo e serberemo un’eco
della tua voce, come si ricorda
del sole l’erba grigia
nelle corti scurite, tra le case.
E un giorno queste parole senza rumore
che teco educammo nutrite
di stanchezze e di silenzi,
parranno a un fraterno cuore
sapide di sale greco