Sono andata alla presentazione di Camurri. Volevo capire perché nel leggere il suo libro mi sentivo come il bambino nella folla al passaggio del re in mutande, ovvero l’unico a vedere l’ovvio (perdonate la mia franchezza) mentre tutti gli altri inneggiavano quello che volevano vedere o gridavano per convincersi del contrario delle loro opinioni. Ora, propro per non peccare di presunzione e arroganza nel considerarmi l’unica persona saggia a trovare questo libro una delle più grandi nullità mai state scritte, sono andata a vedere Camurri dicevo per capire perché non riuscivo a vedere e ad apprezzare in questo libro quello che (tanti) altri invece trovano niente po po di meno che stupendo.
Quello che infatti mi sono ritrovata tra le mani, dopo tantissimo tempo, è un libro che a pagina 15 avrei piantato lì. E, siccome io un libro tendo a non mollarlo, che ho fatto una fatica terribile a leggere fino in fondo. E’ un romanzetto (nel senso che è molto breve, un centinaio di pagine) suddiviso in capitoletti (originariamente, spiega Camurri, erano racconti slegati, ma l’editore gli ha consigliato di unirli e di farci un romanzo. Forse era meglio lasciarli slegati), in qualche modo collegati tra loro. Dico in qualche modo perché la storia è frammentaria e lascia diverse domande non risposte così come i personaggi sono incompleti. Ora, non che sia necessario rispondere ad ogni domanda del lettore perchè è vero che il tacere può essere una strategia letteraria per solleticare la curiosità (che però poi va soddisfatta, sennò è troppo facile) ma troppi silenzi (soprattutto non colmati) alla fine allontanano il lettore, invece di avvicinarlo, perché si sente escluso, come se guardasse degli altri giocare ad un gioco in cui non è voluto. Il silenzio poi non significa: vuoto. Camurri spiegava come lui sia stato tirato su in una famiglia di silenzi – in cui però i sentimenti c’erano e si intuivano da piccoli gesti quotidiani. Vero e bello, devo dire. Peccato però che i personaggi di Camurri (tutti i protagonisti dei vari capitoli sono giovani coppie sulla trentina, in procinto di sposarsi e/o di fare figli. Un momento di passaggio importante nella vita dell’uomo, completamente mancato) siano invece semplicemente vuoti. I loro silenzi è perché non hanno assolutamente niente da dire. E non ce l’hanno perché nessuno di loro (tranne uno che cerca di diventare illustratore) ha progetti. Sono tutti le fotocopie gli uni degli altri (cambiano i nomi, ma le case sono le stesse, la quotidianità è la stessa, i silenzi appoggiati a bottiglie di birra e sigarette sono gli stessi in ogni racconto. Persino i gesti di affetto sono gli stessi. Ho perso il conto di quante volte ho letto: “Le accarezzò la schiena” o “Le baciò il collo”), tutti che ricordano (senza rimpiangerla) la loro infanzia, come un momento felice della loro esistenza senza rendersi conto di essere diventati adulti senza progetti – ed è il progetto che rende l’adulto felice. I capitoli quindi ripetono lo stesso vuoto, come se si fosse in una camera degli specchi. Non c’è progresso. Non c’è maturazione. Non c’è pathos. Non c’è amore (tutti i capitoli sono delle implosioni di amore che non riesce nemmeno ad esplodere tale è lo spessore dei personaggi). Non c’è nemmeno eros, per tacere della passione. Penso a “Danny l’eletto” di Potok, di un padre che tira su un figlio nel silenzio. E nella lontananza. Il padre praticamente non si vede mai nel romanzo, solo alla fine. Eppure la sua haunting presence è così forte che diventa quasi violenta. I silenzi sono pieni di sentimenti di affetto, paura dell’ignoto, dialogo con sé stessi. Ma no, sicuramente i silenzi dei personaggi di Camurri quando stanno zitti non ci trasmettono niente – perché dentro di loro non succede niente.
L’autore spiega poi che ha voluto lasciare delle lacune nel raccont per farle riempire al lettore. Però! Strategia molto in voga negli anni ’70 utilizzata anche da Yehoshua, che scrive i suoi romanzi sotto forma di dialogo, in cui però lui fornisce solo le risposte, perché, spiega, anche se le domande sono praticamente uguali per tutti, ciascun lettore ci metterà un po’ del suo (un po’, dice Yehoshua, non tutto..): il tono, qualche parola... Camurri lascia il vuoto perché si capisce invece che nemmeno lui sa bene come riempirlo. Scritto in uno stile ordinato ma povero (il caldo è caldo e basta, il freddo è freddo e basta), ci presenta lo schizzo di personaggi che sono tutti tristi (gli uomini poi piangono praticamente sempre e hanno costantemente paura. Gesù. Sono davvero questi i 30enni di oggi?) e non credibili: operai che guidano Volvo e che abitano da soli (ma quanto guadagnano?), che guardano film come Il grande Lebowski o padri che creano il momento speciale per stare con la figlia quindicenne, che ormai a casa ci sta sempre meno, in bagno, quando la figlia si lava i denti! Al di là della pochezza della creazione artistica (perché poi ovviamente in bagno cosa fa il padre? Parla con la figlia? La figlia parla col padre? Macché. Lei si lava i denti e lui si limita a guardarla), l’autore chiaramente non ha una figlia 15enne, perché altrimenti saprebbe che nessun adolescente accetta la presenza in bagno di chissà chi. Nemmeno della made che li ha fatti. Nemmeno l’editore però ha allora un figlio adolescente. E nemmeno l’editor. Nemmeno Camurri che del resto, ci racconta ancora, è ancora alle prese con la paternità: ci riferisce che sta vivendo il passaggio dalla materna alla scuola elementare con sua figlia, che ha 7 anni. Sì, ha detto così: 7 anni. Ma quanto è riamasta alla scuola materna? Poi racconta del suo (bellissimo) lavoro coi matti, ma non sa bene perché fa questo lavoro nè lo vuole capire. L’editore imbastisce una presentazione del libro alternativa: invece di far parlare l’autore (che invece comunque qualcosa ha detto), decidd di far leggere degli incipit ai lettori (entusiasti). Gli “incipit” poi duravano anche qualche pagina.
Camurri è simpatico ed ingenuo. L’editore forse ha fatto un’astuta mossa commerciale. Ma a me questo libro non mi ha convinta per niente.