“Che ore sono in Cina?”
“Adesso?”
Ruby annuisce.
“In Cina oggi è domani.”
Alle volte, quando leggo buona narrativa americana recente - per brevità “postmoderna“, molto dialogata, sebbene postmoderno non significhi granché, esiste in definitiva chi sa scrivere come si deve e chi meno - mi viene in mente Pavel Florenskij, che diceva di aver vissuto un’infanzia talmente felice che se a casa loro si fosse ipoteticamente presentato Dostoevskij, suo padre avrebbe detto sottovoce ai suoi figli, “bambini andate a giocare in cortile, Fëdor Michajlovič non si sente molto bene.”
A.H. Homes è nata nel 1961, non siamo in ambito Dostoevskij, naturalmente, benché uno dei 12 racconti sia esplicitamente dedicato a Flannery O’Connor (“Punto Omega”). Ma non siamo neppure dalle parti della O’Connor. Qui la morte e la vita sono decorazioni, sullo sfondo. Siamo a Los Angeles (la raccolta è del 2018) e i giorni di apprensione del titolo, «Days of awe», sono giorni di parole estenuanti, comiche, anche patetiche, volutamente patetiche da risultare comiche. Le preoccupazioni e le parole per dirlo, che siano quelle di un genitore ricoverato in clinica, di una spesa familiare a Walmart, di una gita a Disneyland, di un ennesimo intervento di chirurgia estetica, sono sempre brillanti, ma di un brillante angoscioso.
(Una coppia che osserva il cielo)
“Difficile a dirsi, vero?” dice lui guardando il cielo. “Guardalo. Non è incredibile? Così azzurro, così aperto.”
“Le mie lacrime sanno di crema solare,” dice lei.
Ci sono racconti brevi, fatti di dialoghi, che sono praticamente perfetti, tutto il libro potrebbe avere come epigrafe una poesia di Wisława Szymborska: «quasi non bastassero i guai veri della vita/ci uccideremo con le parole».
Vi copio alcuni dialoghi che trovo esemplari, dal racconto “Mio”:
“Sto invecchiando,” dice lei quella sera quando sono a letto, uno accanto all’altra. Lei legge. Lui finge di dormire.
“Un giorno alla volta,” dice lui.
“Di più,” dice lei. È come se tutto fosse accelerato, se un’ora contasse per due, sempre più veloce.”
“Cominci a ricordarmi tua madre.”
“Che c’entra mia madre?”
“Era sempre convinta di stare per morire,” dice lui.
“Be’ vedi un po’ cosa le è successo,” dice lei.
“Aveva ottantatré anni,” dice lui.
“La morte è sempre la morte, a qualunque età. E lei era bella viva, finché non è morta. Senti qua le mie dita, fredde come il ghiaccio,” dice lei.
“Le tue dita sono sempre fredde e tu hai un bel pezzo di strada davanti.”
“Che ne sai tu?”
“Sono obiettivo... La gente della tua età e nelle tue condizioni non muore così.”
[…]
E prima che possano dire altro, lui incolla le labbra su quelle di lei e lei su quelle di lui, e insieme mangiano le loro parole.
I racconti migliori della raccolta per me sono: “Domenica con fratello”, “Tutto a posto tranne la pioggia“, “L’ultima stagione felice“, “Mio”, “Se n’è andata”.
Quello che dà il titolo alla raccolta è forse uno dei meno riusciti, altri due sono troppo surreali. Ma nel complesso è una raccolta che si fa ricordare. O no?