Ho iniziato a leggere Nostalgia di Ermanno Rea spinto dai sentimenti provocati dalla visione della trasposizione cinematografica omonima di Mario Martone. Quando ho visto il film al cinema pareva fatto apposta per me. In quel periodo stava incominciando la mia curiosità verso i film girati a Napoli, quei film che catturano l'essenza caotica e romantica della città. Nel film di Martone il protagonista ritorna nella sua città natale come un esploratore non richiesto; girovaga tra i vicoli e le viuzze, i budelli del Rione Sanità, ritrovando quell'affetto verso dei luoghi che parevano averlo rigettato via. Martone riprende Napoli con un'ammirazione che raramente ho visto al cinema: la città si appropria delle immagini, così i palazzi di tufo dalle facciate scrostate, come la luce che si imbuca tra le viuzze strette, oppure le vedute dei vicoli, quei vicoli suggestivi e sregolati, mi ammaliavano, e parlavano a me, a me soltanto, che mi sentivo solo e unico in una sala piena di gente. E poi la nostalgia è pure un mio vizio. Così la ricerca vagante del protagonista diventava la mia ricerca. La ricerca di cosa non si sa: si vaga e ci si perde per ritrovarsi.
Mesi dopo ho rivisto il film a casa e si è sviluppata in me una sensazione che avevo già avuto dopo la prima visione: il film è bellissimo, ma pareva che mancasse qualcosa. Un pezzo, un'attaccatura, qualche cosa. Con questi sentimenti ho letto il romanzo di Rea: sedotto dal film, certo, ma come un innamorato un poco titubante. Volevo risposte ai miei dubbi, volevo capire certe cose, non sapevo che nel romanzo avrei trovato un modo completamente inesplorato nel film. Più che mamma e figlio, libro e film paiono due gemelli eterozigoti, questo perché il film rimescola le carte del tempo e rivede alcune situazioni, oltre a dedurre diversi passaggi narrativi in modo intelligente. Ma poiché è un film e deve rispettare una certa durata, e poiché evita la voce fuori campo, molti dettagli si perdono, dettagli che però provocano delle conseguenze che, appunto, lasciano un senso di insoddisfazione. Comunque, per fortuna che manca la voce fuori campo: il cinema è un racconto di immagini, e infatti nonostante questa mancanza il film sa bene cosa vuole essere e grazie a questa sicurezza raggiunge comunque una propria compiutezza.
Il film però decide di incominciare più o meno al capitolo 24 del romanzo (su 35 capitoli), escludendo dal racconto quella costruzione minuziosa (direi rothiana, autore citato dallo stesso Rea) del contesto socio-culturale attorno alla storia raccontata. Felice Lasco, il protagonista, torna a Napoli e prova nostalgia: ma nostalgia per cosa? Rea racconta una storia a partire dalle fondamenta, non dalla storia di Lasco, ma ancora più giù, dalla storia del Rione Sanità. La storia di quelle battaglie sociali e politiche combattute negli anni Settanta tra i budelli del Rione, da abitanti del quartiere che hanno tentato di cambiare le cose o di reagire contro l'inevitabile degrado economico verso cui si stava dirigendo il Rione. Rea non può non far comprendere, e quindi giustificare, la nostalgia di Lasco senza dispiegare la storia dell'oggetto verso cui è rivolto questo sentimento: appunto il Rione Sanità - con tutto ciò che comporta, quindi i suoi vicoli e le loro storie, ma soprattutto ciò che significa attraversarli, con tutto il bagaglio di reminiscenze e ricordi.
Per questo motivo, per la capacità di Rea di costruire il contesto del Rione Sanità, e quindi di un pezzo di Napoli, quando Lasco torna nella sua città natale il lettore capisce ciò che prova: non soltanto perché Rea si perde (e lo dico con la massima ammirazione: per me la letteratura si dovrebbe perdere in divagazioni e parentesi, dovrebbe approfondire) nella descrizione dei sentimenti provati da Lasco, ma anche perché il lettore conosce perfettamente Lasco e sa esattamente in che luoghi sta andando e quali personaggi incontrerà. E quali storie avranno sia gli uni che gli altri. Quindi Rea giustifica la malinconia di Lasco, e in questo modo costruisce la malinconia anche nel lettore, e la costruisce minuziosamente. Per questa scrupolosa ricostruzione, nel romanzo di Rea ho trovato una complessità e un'intensità che non mi aspettavo dalla stessa storia che avevo visto nel film di Martone. Nel film la malinconia è principalmente visiva, nel romanzo viene descritto l'abisso dietro ciò che si osserva.
Ma nonostante la sua bellezza, Nostalgia sa essere anche un romanzo difficile: racconta una storia densa in una struttura apparentemente irregolare. La narrazione avanza intervallata da capitoli che approfondiscono la storia di un evento o un luogo del Rione Sanità. Inoltre, è un romanzo scritto come se fosse un resoconto, in uno stile a tratti saggistico che non ho potuto non apprezzare (da amante dello stile similare di Philip Roth) anche se forse compromette il coinvolgimento, almeno a tratti, e che diventa dispersivo arrivati in prossimità della fine, senza però compromettere l'interesse del lettore. Sì perché il racconto di Rea mi ha conquistato come pochi altri racconti che ho letto di recente. La vicenda raccontata è dolorosa, inserita in un Rione che racchiude un organismo ingarbugliato e contraddittorio; eppure, davanti a questa sfida, la penna di Rea riesce a divincolarsi dalle difficoltà espositive e costruire una narrazione che dispiega brillantemente la storia.
Una storia che inizia dalla sua conclusione; quindi la lettura non lascia scampo (un espediente su cui si può speculare a lungo), ma nonostante ciò, anzi, forse proprio per questo, riesce a scatenare una reazione emotiva ancora più intima che fa venire voglia di perdersi tra le strade del Rione Sanità e trovare dei vicoli e delle viuzze nelle quali sembra di essere cresciuti.