Sabato 10 luglio 1976, alle 12.37, la valvola di sicurezza del reattore B dell’Icmesa cede e lascia fuoriuscire una diossina, la tetraclorodibenzoparadiossina o TCDD, che è la più tossica di tutte. Più specificamente, un solo grammo di diossina può contaminare migliaia di persone e dal reattore fuoriuscirono dai 15 ai 18 chilogrammi di diossina. Inizialmente si diffuse un odore acre che causò un’infiammazione agli occhi. Successivamente iniziarono a morire gli animali: cani, gatti, mucche, conigli, ma anche tutti i pesci e gli uccelli. Molte persone, fra cui diversi bambini, furono colpite da cloracne (seria forma di dermatosi dovuta all’esposizione al cloro). Quando ci si rese conto dell'effettiva gravità della situazione, all'incirca 700 persone furono costrette ad abbandonare le loro case e a trasferirsi in albergo, senza poter prendere nulla perché era tutto contaminato. Inoltre, durante le operazioni di bonifica molte case furono distrutte e molti animali abbattuti.
Laura Conti, medico e segretaria della Commissione sanità ed ecologia, nonché consigliere regionale del PCI in Lombardia, ha analizzato da vicino il disastro di Seveso; ne ha potuto constatare dal vivo le effettive conseguenze, traendone spunto per un libro divulgativo "una lepre con la faccia di bambina".
Il romanzo racconta la storia di due ragazzi dodicenni, Marco e Sara, le cui vite vengono profondamente colpite dalla tragedia. Nonostante i protagonisti siano di diversa estrazione sociale, tra i due giovani nasce un’amicizia speciale. La tragedia viene narrata da Marco che racconta di un silenzio profondo, dovuto in parte alla morte di tutti gli animali, ma soprattutto alla paura e alle menzogne degli adulti. Questi ultimi non si sono impegnati a trovare un linguaggio adatto per spiegare ciò che stava avvenendo, ma anzi, hanno fornito solo le poche informazioni che credevano fosse giusto dare. Un esempio è la frase che la madre di Marco rivolge al figlio, prima di allontanarlo dalla zona contaminata: “tu non sai niente, è meglio così”.
Laura Conti ha usato un linguaggio che definisce “un italiano da stranieri”: non sono usati nè il congiuntivo nè il condizionale, ma anche il futuro e il passato vengono sostituiti dal presente o dall’imperfetto. Inoltre il vocabolario in generale è molto povero: non compaiono pronomi relativi o riferimenti a emozioni e stati d’animo.
Nella prefazione la scrittrice motiva questa sua scelta dicendo che il modo di esprimersi dei protagonisti è simbolo della loro povertà culturale.
Personalmente, pur comprendendone le ragioni, non riesco ad approvare questa scelta. Ho trovato estremamente fastidioso e forzato l’uso sbagliato dei tempi verbali in frasi come “e facevo finta che mi guardavo” o “mi sono stretto le braccia al petto per la paura che vedeva la forma della gatta”. Inoltre, anche tutte le emozioni vengono eliminate e sostituite in egual modo da “un’incazzatura” che sembra l’unica emozione provata da Marco. In questo modo si riduce eccessivamente la descrizione della personalità di un bambino che diventa adulto attraversando un’adolescenza molto particolare e sicuramente ricca di stimoli, scoperte e forti emozioni.
Pertanto, mi sembra che, l’uso di un linguaggio così scarno e grammaticalmente sbagliato, descriva in modo troppo semplicistico la tragedia di Seveso e le grandissime problematiche che ne derivano (l’aborto terapeutico, gli effetti teratogeni, la cloracne...).