"Cosa sono io agli occhi della gran parte della gente? Una nullità, un uomo eccetrico e sgradevole [...] Ebbene, anche se ciò fosse vero, vorrei sempre che le mie opere mostrassero quello che c'è nel cuore di questo nessuno"
Mi ero già avvicinato più volte alla vita di Van Gogh, ma mai attraverso il punto di vista di chi lo aveva conosciuto e frequentato. Di solito, la sua figura viene raccontata come quella di un reietto della società, un’anima tormentata che trova nell’arte l’unica via di fuga. Questo libro, però, offre un'immagine diversa e più sfaccettata dell'artista.
Ho imparato che per Van Gogh l’arte non era solo un rimedio alla sofferenza, ma un’espressione imprescindibile della sua identità, un elemento presente nella sua vita senza soluzione di continuità. Non era un talento innato o il frutto di un genio spontaneo, ma il risultato di anni di studio intenso, guidato da una sensibilità artistica e umana profonda. La sua costante ricerca del perfezionamento lo tormentava, al punto che l’arte diventava sia la sua più grande passione che la sua rovina.
Il libro mette in luce anche un altro aspetto spesso trascurato: Van Gogh non era un uomo isolato e privo di affetti. Era amato e apprezzato da chi gli stava vicino, in particolare dal fratello Theo e dalla moglie di quest’ultimo, senza il cui sostegno – economico ed emotivo – oggi probabilmente conosceremmo molto meno della sua opera e della sua vita. Theo è quasi un salvatore per Vincent, ma il loro legame è complesso: Van Gogh lo apprezzava davvero? Gli voleva bene, o vedeva in lui solo un'ancora di salvezza? E Theo, a sua volta, lo aiutava per puro affetto fraterno o per evitare la rovina della famiglia?
La narrazione segue la struttura di un diario, un espediente che aiuta chi legge a immedesimarsi sia nel narratore che nel narrato, creando un forte legame empatico. L’inserimento delle lettere di Van Gogh rende il racconto ancora più coinvolgente e autentico.
Un aspetto che ho trovato particolarmente interessante è il modo in cui il libro smonta l’idea di Van Gogh come un puro genio artistico. Troppo spesso lo si idealizza, tralasciando la fatica, lo studio e la ricerca continua dell'accuratezza, che per lui era essenziale. Se per molti la sua pittura sembra caotica o incompiuta, per lui ogni opera era un tentativo di raccontare la verità: non si limitava a ritrarre un corpo, ma cercava di trasmetterne la storia, il dolore, l’anima.
Viene poi sfatata l’immagine di Van Gogh come un uomo egocentrico e incapace di empatia. Al contrario, emerge il ritratto di un individuo profondamente sensibile, capace di amare intensamente e di sentire il dolore altrui in modo quasi lacerante. Il suo desiderio più grande era quello di essere accettato, amato, compreso, eppure ogni rifiuto – sia artistico che personale – lo spingeva sempre più lontano dalla realtà.
La sua connessione con la natura è un altro elemento centrale: per lui, la natura era più importante delle opere degli altri artisti. Non cercava solo la bellezza, ma la verità, l’autenticità. Era solo, ma non solitario, sempre divorato dal bisogno di comunità. La sua famiglia, pur preoccupata, continuava a sostenerlo, accogliendolo sempre a braccia aperte nonostante le difficoltà.
Van Gogh era un anticonformista: non dipingeva per vivere, ma viveva per dipingere. Assorto nel suo lavoro, attribuiva alla pittura anche un significato etico. Eppure, il suo continuo spostarsi da un luogo all’altro dimostra un’inquietudine costante, un senso di non appartenenza.
Un libro che mostra un Van Gogh inedito e più umano, ricordandoci che dietro le sue opere c’era un uomo determinato, perseverante e, soprattutto, profondamente legato al mondo che dipingeva.