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La rivoluzione comincia dal tuo armadio. Tutto quello che dovreste sapere sulla moda sostenibile

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Come ci vestiamo? Quali abiti compriamo? Quali marchi preferiamo? Non è mai una scelta neutrale. E può fare la differenza. Quello della moda etica è un fenomeno cresciuto lentamente, anche se oggi la consapevolezza di quanto l’industria tessile inquini l’ambiente e sfrutti la manodopera più povera è sempre più diffusa. Domande quali «chi cuce i miei vestiti?» o «dove finiscono le acque delle lavanderie?» oppure «di che cosa è fatta la maglietta che indosso?» esigono risposte sempre più rigorose e concrete.
Luisa Ciuni e Marina Spadafora intrecciano le loro voci – di giornalista e di stilista militante – per raccontare l’avvento del fast fashion e le conseguenze del low cost, la bulimia dei consumi e le conseguenze dello spreco, le nuove schiavitù, l’esaurimento delle risorse e la crudeltà imposta agli animali. Eppure, l’innovazione tecno- logica apre strade ecologiche, modelli di economia circolare consentono di sposare profitto ed equità e tra i Millennial si va affermando una spiccata sensibilità per la green fashion. Se è vero che la rivoluzione inizia dal nostro armadio, saper discernere tra ciò che è sostenibile e no è il primo irrinunciabile passo per garantire un futuro ai nostri figli e al nostro pianeta.

159 pages, ebook

Published April 23, 2020

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Luisa Ciuni

9 books

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Displaying 1 - 9 of 9 reviews
Profile Image for エレオノラ.
72 reviews14 followers
August 2, 2022
Un libro sull'impatto della moda sull'ambiente che si divide in due saggi: il primo, scritto da Luisa Ciuni, si intitola Un mondo in crisi; il secondo La rivoluzione verde della moda è a cura di Marina Spadafora.

Premessa: a meno che non abbiate vissuto finora in una grotta sull'Himalaya, penso che sia noto a tutt* che la moda è una delle industrie più inquinanti e ingiuste al mondo. Oltre ai danni ambientali che vengono generati in ogni momento del ciclo di vita di un indumento, non scordiamoci di chi lavora e viene sfruttato in questa filiera: "[...] siamo davanti a una massa di operai e operaie senza alcun diritto, sfruttati, con orari di lavoro pesanti, compensati con paghe da fame."
Battersi per una moda sostenibile, quindi, significa farlo per il futuro del nostro pianeta e dell'umanità.

Un mondo in crisi
Il London Sustainability Exchange ha stimato che ogni anno si producono tra gli 80 e i 100 miliardi di capi d'abbigliamento: "Continue collezioni, continue novità, continui saldi hanno fortemente drogato tutto il mercato generando una grande banalizzazione del prodotto e una forte perdita di creatività e qualità [...]. Di più: il ciclone ha scatenato una crescita spropositata della produzione e un'enormità di invenduto che va smaltito, in genere bruciato."
Ma perché la moda è così inquinante? Basta pensare ad alcune pratiche diffuse:
- incenerimento delle eccedenze: una pratica comunissima che inquina sia il suolo sia l'aria
- uso di sostanze tossiche: soprattutto nell'industria della concia dove sono utilizzati abitualmente il cromo, gli acidi, il sodio e l'ammonio
- spreco dell'acqua: la produzione di vestiti rappresenta il 20% dello spreco totale di acqua, impiegata per la tintura, la stampa e il finissaggio.

E come si riesce a mantenere questi ritmi di produzione, come si può continuamente alimentare questo sistema disfunzionale e a soddisfare la bulimia di consumo? Azzerando i diritti dei lavoratori grazie a terzisti senza scrupoli dietro cui si nascondono i brand della moda.

La rivoluzione verde della moda
Un capitolo inquietante di questo saggio è quello sul cotone.
Nei Paesi in via di sviluppo la multinazionale Monsanto ha imposto la monocoltura del cotone introducendo dei semi geneticamente modificati chiamati BT Cotton che vende a caro prezzo (sia in termini economici che ambientali): in Paesi come l'India e l'Uzbekistan i contadini sono costretti a indebitarsi fino al collo e i lavoratori si ammalano perché non hanno le protezioni adatte per proteggersi dalle sostanze tossiche (pesticidi, coloranti tossici e ricchi di metalli pesanti); bambini/e e ragazzi/e sono costrette a lavorare in condizioni di semi-schiavitù (si stima che oggi 218 milioni di bambini lavorano nel mondo dei quali 152 milioni sono impegnati in lavoro minorile e 7 su 10 lavora in agricoltura), spesso in edifici fatiscenti e pericolanti; i tentativi di creare dei sindacati vengono soffocati brutalmente sul nascere con pestaggi e minacce di licenziamento; la terra diventa sempre più arida e sterile e le risorse idriche vengono prosciugate (un caso emblematico è quello del lago d'Aral).

Cosa ne deduciamo? Che quello del fashion è un settore in generale altamente redditizio ma poco trasparente, colpevole di perpetrare la schiavitù, di negare i diritti fondamentali dei lavoratori e di contribuire pesantemente all'inquinamento del Pianeta (un dato su tutti: secondo la World Bank il 20% dell'inquinamento delle acque mondiali è dovuto alla produzione di abbigliamento).

C'è qualche speranza di miglioramento? Secondo la scrittrice sì: nell'aria c'è "un vento nuovo che scuote il sistema moda internazionale, una richiesta di cambiamento che si insinua nelle maison e che dà vita a giovani realtà di moda sostenibile".
Si sta assistendo alla nascita di molti progetti di economia circolare che "comprende tutto ciò che viene ideato e prodotto prevedendo che l'oggetto creato possa essere disassemblato alla fine del suo ciclo di vita e che le sue componenti possano essere riutilizzate per creare nuovi oggetti o per tornare come nutrienti nel terreno, nel caso di prodotti naturali" in opposizione all'economia lineare che ha spadroneggiato finora per cui "un oggetto viene ideato, prodotto, consumato e buttato via".
Al di là delle pratiche di presunta sostenibilità introdotte dai brand del lusso e del fast fashion - che spesso puzzano di greenwashing lontano un miglio - ci sono nuove realtà di moda veramente sostenibile come WRÅD, Progetto Quid, Cangiari, Le Gallinelle, la Sartoria SanVittore, Altromercato e progetti di economia circolare quali Orange Fiber (tessuto creato cone le bucce d'arance), Piñatex (derivato dalla pianta dell'ananas), Pellemela (realizzata per il 50% con scarto di mele e per l'altro 50% con poliuretano), Vegea (un tessuto simile alla pelle che deriva dagli scarti della lavorazione del vino), Desserto (una pelle vegana creata con il cactus Nopal), Bolt Threads (nota per i materiali Microsilk e Mylo), Biocoture (tessuti derivati da culture di microbi e batteri), Kombucha e Dry Dye.

Il lavoro da fare è tanto e dobbiamo affidarci al buon senso dei governanti e delle aziende. Tuttavia anche noi consumatori possiamo e dobbiamo fare la nostra parte: uscire dalla logica del "take, make and waste" e chiedere alle aziende di fermare questa produzione senza regole (davvero abbiamo bisogno di 52 collezioni all'anno?); riflettere prima di ogni acquisto e chiederci se quella nuova T-shirt, quel nuovo paio di jeans o quel nuovo paio di scarpe è davvero necessario; comprendere che "l'acquisto è un atto morale, e non solo economico, in quanto coinvolge migliaia di persone che seminano, raccolgono, filano, tessono, tingono, cuciono e ricamano" e che ha impatti anche sull'ambiente; prediligere i capi vintage e di seconda mano, imparare a riparare i vestiti e rivalutare quello che già possediamo.

Risorse utili:
https://www.fashionrevolution.org
https://www.fashionrevolution.org/abo...
https://truecostmovie.com
https://riverbluethemovie.eco
Profile Image for Irene.
31 reviews1 follower
August 23, 2020
Per secoli i vestiti e le scarpe sono stati considerati dei beni di lusso: chiunque, persino i re, ne possedeva ben pochi. Tuttavia, il boom degli anni ’60 ha portato ad una generale diffusione dei capi di abbigliamento e lo shopping ha iniziato una rapida corsa che ha portato alla moda low cost e all’abitudine dell’abito “Kleenex”, detto anche, più semplicemente, usa e getta.

Oggi si vende circa il 400% in più rispetto a 20 anni fa, a prezzi sempre più bassi, e “i consumi passeranno dai 62 milioni di tonnellate nel 2019 ai 102 milioni di tonnellate nel 2030”. Oltre ad una banalizzazione del prodotto e ad una più generica perdita di creatività, il fenomeno del Fast Fashion ci pone davanti enormi PROBLEMI che il consumatore non può continuare a trascurare: lo smaltimento dell’invenduto, l'inquinamento della filiera tessile, il lavoro minorile, lo sfruttamento della manodopera, la diffusione di OGM, la tutela della salute inesistente, le sevizie dugli animali, i salari da fame e le sedi inadeguate.

Il libro di Luisa Ciuni e Marina Spadafora è una vera e propria guida che accompagna il lettore alla scoperta di tutti quei temi legati all’etica dell’abbigliamento. “La rivoluzione comincia dal tuo armadio” è il testo ideale per chi si approccia per la prima volta all’argomento: chi sa poco o nulla sul tema della moda sostenibile può trovare in queste pagine dei grandi spunti sia per riflettere che per agire. Chi conosce già l’argomento potrà invece rinfrescarsi la memoria e affidarsi alla ricca bibliografica e sitografia presente in appendice.
Il saggio ci ricorda che scegliere cosa acquistare può contribuire a creare il mondo che vogliamo: ognuno, grazie alle proprie scelte, ha il potere di cambiare le cose per il meglio. “Battersi per una moda sostenibile significa farlo per il futuro del nostro pianeta e dell’umanità”.
Profile Image for PirateAriel.
153 reviews8 followers
August 16, 2020
Un libro interessante per chi sta approcciando al tema della sostenibilità del proprio armadio. Luisa Ciuni e Marina Spadafora hanno realizzato una bella guida che tratta tutti i temi principali dell'etica dell'abbigliamento: dagli animali, all'ambiente fino ai diritti dei lavoratori. Il testo è breve e non approfondisce nel dettaglio ma dà un'infarinatura su ogni cosa e ha proprio lo scopo di solleticare l'interesse dei consumatori. Alla fine c'è una ricca bibliografia e una lunga lista di consigli di lettura e visione per continuare a informarsi su altri testi, online o attraverso documentari.
Profile Image for Sara.
9 reviews1 follower
January 16, 2023
Sicuramente si cerca di far luce su una problematica che spesso non viene adeguatamente affrontata e della quale molti non hanno piena consapevolezza. Purtroppo, però, il tutto risulta abbastanza ripetitivo. Per dare un'infarinatura generale sulla questione, sarebbe bastata soltanto la prima parte ("Un mondo in crisi").
Profile Image for Sara Guella.
4 reviews
April 2, 2023
Un buon libro che getta delle basi per chi non sa cos'è la fast fashion e i problemi legati ad essa.
Profile Image for Livia.
59 reviews2 followers
July 28, 2022
I temi del libro mi stanno a cuore, ma non è stata una lettura illuminante, l'ho anzi trovata molto ripetitiva e non ha aggiunto molto a quanto già letto altrove. Peccato!
Profile Image for Daniela - The Flare D.
59 reviews4 followers
February 11, 2025
Il sistema della moda è un sistema complesso che ci riguarda tuttə. Ognuno di noi acquista un capo di abbigliamento, anzi, ormai molti più di uno senza controllo: i nostri armadi sono stracolmi di capi che non abbiamo nemmeno il tempo di indossare, spesso realizzati con materiali di scarsa qualità da persone che lavorano all’altro capo del mondo in condizioni prive di ogni sicurezza e dignità.

La moda riguarda aziende e relative persone che ci lavorano, riguarda chi compra, riguarda tradizione, cultura, storia, politica e ambiente, sì.

Oggi l’industria della moda è una delle industrie più inquinanti di pianeta, un sistema che ha un impatto su ogni persona, indipendentemente se siamo acquirenti compulsivə o meno.
Ciò che ci sfugge di questo sistema è un po’ di cultura, molta consapevolezza e capacità di scegliere di partecipare a un cambiamento di rotta ancora possibile.

In questo libro la giornalista Luisa Ciuni e la stilista Marina Spadafora si dividono il compito di offrire a chi legge un viaggio tra la crisi del sistema moda e il futuro sostenibile verso cui ancora è possibile pensare e costruire: il libro affronta la storia della moda con l’avvento del fast-fashion e dello shopping low cost con le relative conseguenze come lo spreco, diverse forme di schiavitù, le risorse del pianeta. Nonostante ciò l’innovazione tecnologica e una nuova sensibilità per un sistema più green e sostenibile possono contribuire ad adottare un cambiamento di rotta il cui punto di partenza è il nostro armadio e le nostre personali scelte.

Una lettura molto scorrevole, accessibile e - oserei dire - necessaria.
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