«Se all’uomo in questa vita non ci incontro aventure, non ave niente darracontare». E Vincenzo Rabito, da raccontare, aveva una vita intera. Un’esistenza guerreggiata. Passata attraverso le trincee della Prima guerra mondiale, le bombe della Seconda, il «rofianiccio» del Ventennio, il flagello di una suocera terribile, la fame atavica del Sud contadino, l’improvviso benessere della «bella ebica» del boom. Finché, un giorno del 1968, si è chiuso a chiave nella sua stanza, senza dare spiegazioni a nessuno, e per sette anni ha ingaggiato una lotta contro il proprio semi-analfabetismo, digitando su una vecchia Olivetti la sua autobiografia. 1027 pagine a interlinea zero, senza un centimetro di margine superiore né inferiore né laterale, nel tentativo di raccontare tutta la sua «maletrata e molto travagliata e molto desprezata vita».
From: Emiliano Bussòlo Sent: Saturday, June 27, 2015 12:51 AM To: xxxxxx@xxxxxx.xx Subject: Terra Matta
Gentile signor Rabito, mi scusi se la disturbo personalmente, ho trovato il suo indirizzo email dopo qualche ricerca su internet.
Ho appena finito di leggere la riduzione del diario di suo padre Vincenzo, Terra Matta. È così raro trovare un testo talmente umano, forte, straordinario, che non posso fare a meno di onorarlo, indirettamente, facendo a lei i complimenti per aver riportato alla luce questo gioiello. Più che la parabola di vita così intensa di avvenimenti e di intrecci con la storia “ufficiale”, è la figura di uomo di suo padre che lascia davvero sbalorditi; sempre compassionevole, intelligente, pieno di risorse, franco... che dire, una persona davvero straordinaria che con il suo lascito rinfranca e riporta fiducia nella specie umana.
Scusi ancora se la ho disturbata, tanti complimenti e auguri a lei, alla sua famiglia che un po’ ormai conosco, e tanta tanta riconoscenza a suo padre per aver spiegato a tutti senza retorica, in maniera piana e divertente, cosa significhi essere una persona di valore.
Saluti
Emiliano Bussolo
Da: gioba [mailto:xxxxxx@xxxxxx.xx] Inviato: sabato 27 giugno 2015 00:58 A: Emiliano Bussòlo Oggetto: Re: Terra Matta
La straordinaria testimonianza di uno scrittore autodidatta e semianalfabeta che ha attraversato il '900 vivendolo "dal basso" e che lo racconta con spontaneità. Un libro di non facile lettura, ma affascinante ed autentico.
Vincenzo Rabito non è uno scrittore, anzi, è quasi analfabeta. Eppure ha saputo arrangiarsi, nella scrittura come nella vita. A quasi 70 anni si è messo davanti a un'Olivetti e per circa 7 anni ha scritto, rubando alla lingua parlata e dividendo le parole col punto e virgola.
Ne è uscito un muro di parole di più di mille pagine, senza pause, senza interruzioni, giusto un po' di punteggiatura a casaccio.
Eppure, nonostante le grandi difficoltà che sicuramente avrà avuto, si è dimostrato un grande e prezioso narratore. Il testo ha una struttura e una forza invidiabile.
Il malloppone è rimasto chiuso in un cassetto per anni, poi, grazie al figlio Giovanni, il libro è stato pubblicato dall'Einaudi, ovviamente in una versione ridotta e sistemata sotto il punto di vista della punteggiatura e della suddivisione in capitoli... ma per il resto è rimasto autentico: la voce, la vita e la lingua sono quelle di Vincenzo Rabito.
Vincenzo, "dal basso", ci racconta un bel pezzo di storia d'Italia, tra le due guerre mondiali, il fascismo, il lavoro in Etiopia e in Germania e tutte le miserie connesse, la fame, la fatica e il conforto trovato solo nelle bestiemmie.
Finchè non arrivano i suoi figli, e lo scopo della sua vita diventa un loro futuro migliore.
È un libro intenso perchè è assolutamente vero, è come trovare in soffitta un diario del proprio nonno... ed è un libro commovente perchè ci si trova tutto l'amore per la famiglia, un uomo che fa qualsiasi cosa per la felicità dei figli e si stupisce ed è assolutamente estasiato dal fatto che il mondo, negli anni in cui i suoi figli studiano, sia diventato così bello e facile, un mondo in cui si può viaggiare senza spendere troppo e in cui non manca niente.
E poi c'è l'amore per il cibo, l'affetto tradotto in buon cibo e buon vino, l'orgoglio per il vino più buono del mondo che producono le sue terre... quel farsi voler bene da tutti con un pensiero che si può mangiare o bere :)
Ci lamentiamo tanto, e certo, anche noi oggi non stiamo passando un periodo facilissimo... ma non abbiamo provato neanche la metà della sua vita "molto maletratata e molto travagliata e molto desprezata"... si, ci sono stati tempi peggiori. E tutto alla fine è passato.
”Questa è la bella vita che ho fatto il sotto scritto Rabito Vincenzo, nato in via Corsica a Chiaramonte Qulfe , d’allora provincia di Siraqusa, figlio di fu Salvatore e di Qurriere Salvatrice, chilassa 31 marzo 1899, e per sventura domiciliato nella via Tommaso Chiavola. La sua vita fu molta maletratata e molto travagliata e molto desprezata. Il padre morì a 40 anne e mia madre restò vedova a 38 anne, e restò vedova con 7 figlie, 4 maschele e 3 femmine, e senza penzae più alla bella vita che avesse fatto una donna con il marito, solo penzava che aveva li 7 figlie da campare e per darece ammanciare”. È l’incipit di Terra matta, il racconto autobiografico composto da 1027 pagine dattiloscritte che Vincenzo Rabito, bracciante e più tardi operaio di Chiaramonte Gulfi, oggi in provincia di Ragusa, redasse tra il 1968 e il 1975. Come noto - l’uscita del libro divenne infatti un caso editoriale - dopo la morte di Rabito nel 1981, il dattiloscritto rimase chiuso in un cassetto sino al 1999, quando il figlio Giovanni lo inviò all’archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano, ricevendo l’anno successivo il Premio Pieve e venendo quindi pubblicato da Einaudi nel 2007. In realtà, come avverte la Nota dell’editore in apertura del volume, il suo contenuto non è ciò che Rabito ha scritto. I curatori, Evelina Santangelo e Luca Ricci, ne fecero una selezione ed apportarono alcune, sia pur limitate, correzioni al testo, suddividendolo in capitoli, eliminando i punti e virgola che nell’originale separano ciascuna parola, apportando poche modifiche lessicali, puntualmente comunque riportate, al fine di rendere comprensibili alcune parole e frasi, ed infine eliminando gli elementi di riconoscibilità delle persone citate. Come si può notare, il linguaggio di Rabito conserva, nonostante queste limitate modifiche, una straordinaria forza espressiva, e costituisce forse, come spesso asserito dalla critica, il più straordinario esempio di scrittura popolare – almeno tra quelli giunti alla stampa – prodotto nel nostro Paese. Se le modifiche lessicali apportate al testo appaiono ampiamente condivisibili, più discutibile è stata a mio avviso la scelta di pubblicare solo una selezione - per quanto ampia – delle pagine scritte da Rabito, tanto più che non è mai uscita una versione integrale del testo. I curatori assicurano che ”[il volume] restituisce con fedeltà il testo dell’autore”: questo però a loro insindacabile giudizio, senza che il lettore abbia in mano alcuno strumento per poterlo verificare. Ritengo che anche per rispetto dell’autore tale selezione non andasse fatta, e comunque azzardo che in realtà alla sua base vi siano state soprattutto considerazioni di carattere editoriale che hanno fatto aggio sul dovere di recuperare in maniera filologicamente corretta il testo. Forse considerazioni analoghe hanno portato, un paio di anni fa, alla pubblicazione di un altro volume, cui è stato dato il titolo Il romanzo della vita passata, basato su un secondo dattiloscritto lasciato da Vincenzo Rabito: non ho letto tale volume, ma sia il fatto che – come detto nelle note editoriali – sostanzialmente ricalchi, ampliandole, le vicende di vita già raccolte in Terra matta, sia l’inquietante sottotitolo Testo rivisto e adattato da Giovanni Rabito mi fa pensare ad una operazione essenzialmente di mercato, volta a tentare di rinverdire i fasti anche commerciali che accompagnarono l’uscita del primo volume. Vincenzo Rabito nacque nel 1899 e morì come detto nel 1981; le vicende della sua vita, che definire movimentata è riduttivo, attraversano quindi gran parte del ‘900 italiano: Italietta liberale, guerra di Libia, prima guerra mondiale, biennio rosso, ascesa del fascismo, ventennio, seconda guerra mondiale, dopoguerra democristiano, boom economico fanno da sfondo e spesso divengono protagonisti delle sue memorie, che si fermano attorno al 1970. Significativamente, nel testo Rabito ignora completamente la sua infanzia, che di fatto non è esistita. Già a sette anni infatti egli comincia a lavorare e poco dopo perde il padre: la madre resta sola con sette figli, dei quali il più grande ha 14 anni e la più piccola tre mesi. Vincenzo, dodicenne, lavora come salariato stagionale nelle campagne della Sicilia meridionale, con salari da fame. La fine definitiva di un’infanzia rubata, che lo vede restare completamente inafabeto, è sottolineata dalla sua iniziazione sessuale, che avviene in un bordello. Vincenzo presenta sé stesso come un ragazzo sveglio, pronto a qualsiasi sacrificio pur di portare qualche soldo a casa e nello stesso tempo capace di approfittare di ogni occasione per sfuggire allo sfruttamento e alleviare le fatiche del lavoro e della vita. In queste prime pagine non mancano gli episodi salaci, nei quali il ragazzo fa valere il suo fascino giovanile nei confronti di rappresentanti dell’altro sesso. Impara anche, grazie alle lezioni di una delle sorelle, i rudimenti della lettura e della scrittura. L’inizio della prima guerra mondiale porta un po’ di benessere in famiglia, in quanto la mancanza di uomini porta ad una forte richiesta di lavoro e ad un aumento dei salari: Vincenzo e i fratelli lavorano, ma in breve tempo il maggiore, Giovanni, e quindi lui, in quanto ragazzo del ‘99, devono partire soldati. Giovanni tornerà presto a casa mutilato, mentre Vincenzo verrà congedato solo nel 1920. I capitoli dedicati alla prima guerra mondiale e ai mesi immediatamente successivi alla fine delle ostilità assumono una particolare rilevanza nel testo stampato, anche quantitativamente, occupando quasi un terzo delle pagine. Non è dato sapere se fosse così anche nel dattiloscritto originale, ma in ogni caso è indubbio che Rabito rimase profondamente segnato da quell’esperienza, e le pagine che vi dedica sono tra le più vivide dell’intero libro. Dopo un periodo di addestramento tra la Sicilia e la Campania Vincenzo viene assegnato ad un reparto di fanteria, e mandato in prima linea sull’altipiano di Asiago. In seguito è sul Piave, presso San Donà, dove partecipa direttamente alla difesa del fronte durante l’ultima offensiva austroungarica del giugno del 1918; l’offensiva italiana che porterà all’armistizio del 4 novembre lo vede sempre in prima linea, in Valsugana. Sono molti gli episodi di guerra che Rabito racconta: piccole e grandi crudeltà, indicibili sofferenze fisiche e morali, cameratismo, nonnismo e amicizie fra soldati, strategie di sopravvivenza ed anche periodi di bella vita quando si trova temporaneamente lontano dal fronte. Tra le pagine che restano più impresse vi sono a mio avviso quelle nelle quali, descrivendo gli assalti alla baionetta sul Piave e in Valsugana, constata come si fosse trasformato in un individuo senza più alcun senso di pietà umana, e quelle nelle quali descrive la sua partecipazione ad uno stupro di gruppo nei confronti di una donna slava. Suo grande merito è quello di non cedere praticamente mai né alla retorica patriottarda né al melodramma, né alla nostalgia e neppure ad un facile autogiustificazionismo. Rabito mostra, senza dichiararlo apertamente ma esponendosi in prima persona, come la guerra possa trasformare gli uomini, facendo emergere le pulsioni più ancestrali, nel bene ma soprattutto nel male. Non mancano gli episodi picareschi e godibili nei quali Vincenzo torna ad essere un ragazzo non ancora ventenne che prima della guerra non si era mai spinto sino a Siracusa, episodi legati soprattutto alle fughe e alle licenze, con relativi piccoli furti di vestiario e suppellettili militari da portare alla famiglia, nonché al soddisfacimento di bisogni primari come quelli sessuali e alimentari. Particolarmente significativi sono i capitoli dedicati all’immediato dopoguerra, soprattutto perché riguardano un periodo generalmente poco conosciuto. Come accennato, infatti, molti dei soldati, ed in particolare le classi più giovani, non vennero congedati subito, ma solo parecchi mesi dopo la fine delle ostilità. Vincenzo fu mandato prima a Gorizia, città, praticamente distrutta dalla guerra, con il compito di seppellire i morti che ancora giacevano a centinaia lungo il fronte, quindi nel territorio dell’odierna Slovenia, con il compito di reprimere le ribellioni contro i nuovi occupanti. Anche in questo caso, ovviamente, il contesto storico-politico si deve desumere dal racconto degli episodi di vita di Vincenzo, che tra l’altro ebbe una fidanzata slava, peraltro presto dimenticata, il che non gli impedì di essere parte attiva in uno stupro di gruppo guidato da un commilitone di Feltre che così voleva vendicare le angherie subite dai parenti durante l’occupazione austroungarica della città. Ancora più interessante è la descrizione del clima che si respirava a Firenze, dove tra il 1919 e il 1920 egli con il suo reparto fu acquartierato: la rivoluzione socialista sembrava ormai alle porte, e ad essa aspirava di fatto la totalità delle classi subalterne. L’esercito, si intuisce da quanto racconta Vincenzo, fu impiegato massicciamente per difendere edifici pubblici ma anche grandi proprietà private. Egli viene anche mandato a reprimere i moti di Ancona del 26 giugno 1920, quando, a seguito del rifiuto di un reparto di bersaglieri di partire per l’Albania, la città fu per un paio di giorni in mano alle forze popolari: la repressione fu dura, causando morti e feriti. Vincenzo, pur dichiarandosi di sentimenti socialisti, non si ribella mai agli ordini ricevuti, e l’unico momento in cui rischia di passare guai è quando a Firenze si unisce ad un gruppo di persone che cantano Bandiera Rossa. Rabito ha ben chiaro il fatto che il ”ciovene ciorneliste Benito Mossoline e il suo partito sorsero proprio per reprimere il movimento operaio e contadino: il suo socialismo non giunge però mai a fargli appoggiare apertamente gli sforzi rivoluzionari e – pur rendendosi conto presto che tutte le promesse fatte dai fascisti agli ex combattenti vengono disattese e nulla cambierà - si adatta presto ai nuovi tempi, e per poter lavorare prenderà già nel 1923 la tessera del partito fascista. Nel 1920 comunque viene congedato e può tornare in Sicilia, dove insieme ai fratelli diviene operaio specializzato e, avendo imparato a suonare la chitarra, forma con essi un’orchestrina che suona ai matrimoni ed alle feste paesane. Del tutto picaresche sono le avventure di Vincenzo durante il fascismo, che si rivela essere un regime in cui il clientelismo e il malaffare la fanno da padroni. Dopo un periodo di lavoro durante la costruzione di una linea ferroviaria, vorrebbe andare in Africa Orientale, dove pensa di poter fare soldi, ma grazie alle raccomandazioni di ras locali si ritrova, in camicia nera, nel deserto della Cirenaica. Riuscirà comunque ad andare in Africa Orientale, dove sono in corso grandi lavori a seguito della proclamazione dell’impero, e dove la corruzione regna sovrana. Tornerà in Italia, con qualche soldo messo da parte, dopo trentatré mesi, il due settembre 1939. Vincenzo fa un matrimonio combinato nel 1940, quando ormai è quarantunenne, e le pagine dedicate a questo avvenimento - che egli considera una delle grandi disgrazie della sua vita - e alla famiglia di sua moglie sono molto divertenti, anche se un po’ troppo private e sicuramente di parte: sta di fatto che soprattutto i rapporti con la suocera sono burrascosi, e Rabito non si risparmia quanto a epiteti ingiuriosi nei suoi confronti. Presto ancora una volta la Storia bussa alla sua porta, e nel 1940 viene mobilitato per alcuni mesi, restando però in Sicilia. Il secondo incontro con la guerra è però solo rinviato, e avverrà tra il 1941 e il 1942, quando Vincenzo, andato a lavorare nell’area della Ruhr anche e soprattutto per sfuggire al pesante clima familiare, si troverà sotto i bombardamenti alleati, ed assisterà alla distruzione di Düsseldorf. Nel frattempo nasce il suo primogenito Salvatore, e naturalmente Vincenzo vive con estremo orgoglio la sua paternità. Tornato a casa, assiste allo sbarco alleato in Sicilia e alla caduta del fascismo. Il suo rapporto con il regime è stato, come accennato, contraddittorio, e molto italiano: socialista da giovane, sembra di capire più per tradizione familiare che per coscienza di classe, prende subito – strumentalmente – la tessera del PNF e durante il ventennio se ne serve per procurarsi raccomandazioni e piccoli favori. Anche a posteriori, scrivendo, sembra dar credito alla vulgata di un Mussolini brava persona circondato, soprattutto a livello locale, da personaggi corrotti ed incapaci. Forse la frase che riassume meglio il suo atteggiamento politico è quella mormorata al suo rientro in Italia dall’Africa: ”Ma noie che cosa ci corpiammo? Ci hanno detto di fare i fasciste e abiamo fatto i fasciste”. Naturalmente, caduto il fascismo, è pronto, sempre come strategia di sopravvivenza, a cambiare di nuovo appartenenza politica, come registra con una frase quasi gattopardesca: ”E quinte, era tempo che campiaveno le cosi. E io, che era fascista della prima ora, di fascista subito mi offatto parteciano e comunista, perché altremente umposto [di lavoro] non lo poteva capitare”; tale ritrovato antifascismo gli frutta un posto come cantoniere. Inizia così l’ultima fase del racconto di Rabito, quella del secondo dopoguerra, con il raggiungimento di un relativo benessere economico che gli consente tra l’altro di dare ai figli l’istruzione che lui non ha avuto. Terra matta è a tutti gli effetti un libro straordinario, che consegna al lettore un affresco del novecento italiano visto dal basso, attraverso le vicende di un operaio siciliano che le narra senza l’ausilio di alcuna mediazione intellettuale. Egli tra l’altro non indulge (quasi) mai verso sé stesso, e si mostra al lettore per quello che è stato, con la crudezza e forse l’orgoglio di chi ha dovuto, per sopravvivere, divenire anche crudele ed opportunista. Il libro è così, oltre che una rivisitazione della storia d’Italia della quale si scoprono anche episodi sconosciuti ai più, la candida esposizione di una certa italianità, capace di adattarsi ad ogni situazione avversa, sconcertante a tratti nella sua prontezza ad annusare l’aria e svoltare verso la direzione più conveniente. Vincenzo Rabito assurge così al ruolo di grande personaggio letterario, che avrebbe potuto ad esempio combattere durante la grande guerra accanto ai due eroi dell’omonimo film di Monicelli: solo che lui non si sarebbe fatto fucilare. Resta da dire che la straordinarietà del libro è data anche, e soprattutto, dal suo linguaggio. Rabito non usa la lingua siciliana, ma un fantastico mix di dialetto ed italiano che, se all’inizio può parere ostico al lettore (soprattutto a chi come me è del nord) quasi subito rivela la sua musicalità interna, data anche dalla concisione delle frasi e da quel Così che costituisce il loro ripetuto incipit: si deve però avere l’avvertenza di leggerlo (sia pur mentalmente) come se Rabito ci parlasse, in quanto questo è uno di quei libri che non va letto, ma detto. Affermo spesso che oggi fare letteratura non ha più senso: sono felice di aver trovato un libro che mi smentisca; forse però mi smentisce proprio per la sua eccentricità rispetto al desolante panorama letterario italiano contemporaneo.
Sarebbe facile definire questo libro un miracolo. ma faremmo solo un torto a chi lo ha scritto. Un miracolo è qualcosa che piove dall'alto, qualcosa che riceviamo ma di cui non abbiamo realmente merito. Questo splendido libro è invece un capolavoro della letteratura italiana.
Vincenzo Rabito in tarda età ha caparbiamente scritto, parola dopo parola, la storia della sua vita, combattendo contro il suo essere quasi analfabeta. Il risultato è la Storia del '900 italiano mediata attraverso una lingua orale riportata sulla carta. Una lingua altra, non italiano e non dialetto. Ne esce un libro vivo, potente, divertente; assolutamente INDIMENTICABILE.
Uno di quei libri da cui non riesci più a staccanti da leggere tutto d'un fiato. Una storia vera raccontata da chi l'ha vissuta ripercorrendo tutto il '900.
Vincenzo Rabito era un ragazzo siciliano del '99 semianalfabeta. Nel 1968, si siede davanti alla macchina da scrivere del figlio e comincia a compilare le proprie memorie. Siccome non sa cosa fare dei segni di punteggiatura, ne mette uno dopo ogni parola, con preferenza per il punto e virgola. L'autobiografia è scritta nella lingua che Rabito parla, tra l'italiano e il siciliano entrambi sgrammaticati e con le parole distorte dal suono con cui le pronuncia. Ne esce un libro straordinario da molti punti di vista ma di non facile lettura (se siete siciliani vi risulterà sicuramente un po' più facile). Rabito ha fatto la prima guerra mondiale, è stato in Africa e si è mosso in modo molto opportunistico tra i vari regimi succedutisi in Italia nel corso della sua vita che è stata a lungo una battaglia per condurre una vita dignitosa. La parte che riguarda la partecipazione alla prima guerra mondiale è un grandissimo manifesto contro ogni guerra. Il memoriale vinse il premio Saverio Tutino dedicato alle opere che vengono consegnate all'Archivio Diaristico Nazionale a Pieve Santo Stefano (AR). I testi vincitori vengono pubblicati da case editrici nazionali. Quello di Rabito è stato pubblicato da Einaudi dopo un lavoro di revisione che è servito a renderlo leggibile. Tra le altre cose è stata rimossa la punteggiatura casuale usata dopo ogni singola parola. Una pagina originale è stampata nelle pagine iniziali. Di più su Rabito, il suo memoriale e tante opere analoghe raccolte a Pieve Santo Stefano si possono venire a conoscere visitando lo straordinario Piccolo Museo del Diario.
Un bello spaccato di storia del Novecento scritto sotto forma di diario. La storia delle due Guerre e del dopoguerra è raccontata da una persona umile, ma con grande senso dell'ironia, che mostra i fatti storici da una propsettiva diversa rispetto a quella che siamo abituati a studiare sui libri di storia. Il racconto non è immediato essendo scritto in siciliano da parte di un autore analfabeta, ma proprio questo è il suo bello. Faticoso da leggere fino in fondo, ma ne vale la pena, come dopo aver scalato la montangna!
Rabito è un cantastorie e il depositario di un’esperienza di vita potentissima; ha attraversato decenni di storia complicatissimi e l’ha fatto nella forma umanamente più umile (forse a volte senza davvero capire cosa stesse avvenendo). E in questo senso siamo tutti un po’ Rabito, pur non avendo tutti la sua stessa lingua vulcanica: la sua più grande risorsa linguistica, per quanto assurdo sia, è secondo me proprio il suo semianalfabetismo.
La storia d'Italia della prima metà del '900 raccontata da un vero protagonista: un contadino siciliano semi-analfabeta. Avventure mirabolanti, meccanismi sociali atavici, bestemmie a profusione per una vita sfruttata e bistrattata, ma con lieto fine.
La storia del primo ‘900 italiano vista dagli occhi di una persona comune, che si trova ad affrontare povertà, fame, guerra e in qualche modo ne esce. Una metafora del popolo italiano di quel periodo. Una lettura necessaria.
Strepitosa epopea dei diseredati. Un'opera sui generis, unica, un racconto vivido (soprattutto riguardo la prima guerra mondiale) come raramente ho letto.
La vita di un uomo semplice che ha attraversato la prima metà del Novecento ed è stato protagonista dei più grandi eventi di questo secolo. Di non facile lettura all'inizio, ma poi vi si abitua alla sintassi e al lessico di un siciliano/italiano di un semianalfabeta che però è carico di emozioni e sentimenti fortissimi. Un po' fiacco nella parte finale.