Dalla seconda/terza di copertina Ferdinando Salamino è nato nel 1971. Laureato in Psicologia Clinica a Torino, la sua vita si divide tra Milano, dove è nato, e il Regno Unito, dove esercita come psicoterapeuta e insegna Psicologia all'Università di Northampton. "Il Kamikaze di Cellophane" è il suo primo romanzo, inizialmente pubblicato con Prospero, nel 2019, e ora entrato a far parte della collana Ombre di Golem Edizioni. Il suo racconto breve "Sangue Bianco" compare nell'antologia "Il Tallone di Achille': curata da Massimo Tallone (Golem Edizioni). Nel gennaio 2020 vede la luce il suo secondo romanzo, "Il Margine della Notte" (Golem Edizioni).
Dalla quarta di copertina La lama obliqua incise la pelle e la sentii flettersi contro le ossa craniche, ma non mi fermai. Centimetro dopo centimetro, si fece strada da una tempia all'altra. Non avvertii dolore, o forse non lo seppi riconoscere. Non ero vivo, non ero più nemmeno carne. Ero cellophane che si squarciava, rivelando il profondo niente di cui ero fatto.
Veramente un libro coi fiocchi. Ho apprezzato tutto, dallo stile di scrittura, fluido e coinvolgente, all'ottima caratterizzazione del protagonista, in tutte le sue sfaccettature. Il linguaggio utilizzato, i comportamenti e le paranoie di Michele ci mettono davanti a una persona in carne e ossa. E non una qualunque, ma di quelle che riescono a far vacillare le certezze che ci si è costruiti nella testa. Michele Sabella è infatti un personaggio dai mille volti, è un folle, e nel farci vivere la sua follia sembra quasi dirci: “Fai attenzione! Questa è la mia storia, ma potrebbe benissimo essere la tua”. E in effetti è così, perché il lettore si rispecchia nei tratti più oscuri dell’animo umano. A livello critico, ho riscontrato qualche forzatura tecnica nel settimo capitolo e in qualche altro passaggio, ma nulla che possa sminuire la qualità dell’opera. Non mi capita spesso di trovare libri di questa caratura (almeno, non nella narrativa di genere) con un tale mix tra storia intrigante e quantità di contenuti e spunti riflessivi. I miei complimenti all’autore. Consiglio la lettura a tutti.
Libro inaspettatamente coinvolgente. In alcune parti anche commuovente. Pensavo fosse un thriller, e invece è un affondo nella psiche umana e nella complessità e densità della vita. Da cosa siamo tratti, e quali conseguenze nascono dalle varie scelte…e quando emergono? Assolutamente consigliato. Bellissima anche la tipologia di scrittura, la prima persona, e il rivolgersi al lettore a tratti.
Eccoci, devo ammettere che sono giorni che rifletto su cosa voglio mostrarvi di questo primo libro dell’autore. Anzitutto mettiamo due paletti: questa non sarà una recensione ordinaria, perché vi dirò come ho vissuto io questo libro e ve lo farò vedere. Poi starà a voi decidere cosa questo libro è per voi e cosa ci vedete dentro, anche tramite gli estratti che aggiungerò in questa piccola critica letteraria. Ma se volete leggere una verità, ve lo scrivo ci metto la faccia: un libro che si fa leggere due volte da me è veramente da comprare. Buona lettura!
Per quelli come me arriva sempre il giorno. Quello in cui uccidi o ti fai ammazzare, o entrambe le cose. Perché alla fine è tutta una questione di impulsi, capite? Di impulsi e di controllo.
Le prime righe di questo libro contengono tutto il libro stesso. Nell’incedere del ritmo, delle parole e dei significati riuscite a vederlo il toro che entra nell’arena con tutta la sua potenza? Ecco, il nostro protagonista è un animale costretto ad arrabbiarsi, che tira fuori tutte le sue risorse al fine di proteggere sé stesso, poi gli altri da sé, infine ciò che ama, l’amore della sua vita, Elena. Una evoluzione del personaggio atipica e anticonformista. Un protagonista che viene presentato come un codardo, ma che in realtà ha molto più che il coraggio di essere l’eroe di qualcuno che sta aspettando.
Non avevo mai ucciso prima di stanotte e, se non stessi per morire io stesso, credo lo farei ancora, per la magia dell’istante conclusivo, quando capisci di aver esaurito i trucchi, bruciato l’ultima carta. Smetti di lottare e ti senti pervadere da una strana calma, a volte persino euforia.
Ti spegni in un fiorire di luci abbaglianti, cori di angeli e persone amate che chiamano il tuo nome e tendono la ma-no. Non c’è niente di mistico, sapete? Niente di spirituale. Il cervello realizza che non c’è più nulla da fare e produce be-ta-endorfine per prepararti alla resa. Muori annegato nelle tue stesse droghe, convinto che tutto andrà per il meglio, mentre la verità è che andrà e basta. Allucinazioni misericordiose, inganni neurochimici. Ce ne andiamo con le palpebre socchiuse e una parola di perdono sulle labbra, per fare bella figura in quel Paradiso dove crediamo di essere attesi; oppure guardando il cielo, per portare con noi la bellezza del mondo. Accettiamo di essere vittime e lasciamo questo mondo con occhi languidi, acquosi. Quasi tutti noi. L’uomo di fronte a me appartiene a una razza diversa. Quelli come lui non si arrendono, non cercano la pace, né la concedono.
Ed eccoci, il protagonista graffiante di questa storia sta per uccidere qualcuno, un uomo che lo ha esasperato e nella mente si affollano una serie di domande: chi dei due è veramente cattivo? Come ci si è arrivati a tutto questo? Ho percepito questo inizio storia come il grip che tiene inchiodate le gomme a terra in modo saldo, affidabile e ruvido. La compenetrazione tra il bene e il male e le motivazioni dell’uno e dell’altro in contrasto sono subito evidenti. Ho visto due personaggi forti, padroni del loro piccolo regno e delle vite ivi contenute. La pellicola poi si riavvolge quindi, e ci mostra dove l’equilibrio si è spezzato. L’effetto successivo sarà un Domino che magistralmente guida il movimento fluido di causa effetto. Ogni evento successivo si snoda con un unico movente: la compenetrazione. I personaggi e la loro ambivalenza, l’ambiente, le ragioni di contrasto emotivo e fisico, chiare e velate, vengono pennellati in modo compatto e millimetrico. … e la porta socchiusa oltre il quale c’è la soluzione rimane celata… Con la stessa normalità di un foglio mosso pigramente da un ventilatore dozzinale d’estate.
Resto fermo, in mezzo al vicolo deserto, mentre un acquazzone tiepido e sporco solleva cattivi odori dai bidoni dell’immondizia schierati sui due lati del marciapiede. Aspetto. “Michele, sei tu?” “Mi serve che tu mi faccia un favore.” Le parole mi escono a sputi, secche e gracchianti a causa dell’adrenalina. Sento gli strati di cellophane avvilupparsi attorno al cuore, spire di serpente che soffocano la coscienza e la nascondono alla vista. “Che ti serve?” La voce all’altro capo del filo è esitante, preoccupata. “Devo uccidere qualcuno.” Silenzio. “Mi hai sentito?” “Chi devi uccidere?” “Non ne sono ancora sicuro. Domani lo saprò.” “Ti ascolti? Dici cose senza senso.” Gli racconto tutto. Di lei, del nemico invisibile, della porta chiusa e del suo contenuto. Sono il kamikaze in picchiata sulla portaerei. La mia estinzione, l’annichilimento del nemico, sigillati in un unico patto con un diavolo senza nome. “Allora, mi aiuti o no?” “Tu sei pazzo, Michele. Io non ammazzo nessuno.” Potessi soltanto impazzire, lasciare che la verità si dissolva nel crollo delle sinapsi, sarebbe facile. Persino bello. “Non tu. Io uccido. Tu mi servi per dopo.” Lo sento ansimare all’altro capo del filo, mentre l’idea lo seduce. È bello, l’omicidio, ha una grazia feroce. Nessuno di voi ucciderebbe qualcuno, ma tutti vi fermereste a guardare mentre accade. Fissereste ipnotizzati la lama affondare nella carne fino a lambire il cuore. Penetrarlo, spaccarlo. Scinderlo. Non lo fareste, ma lo vorreste vedere. Non mentite.
L’uso di due trame parallele che non si confondono a meno che l’autore non lo decida, e i flashback all’interno di ognuna di esse sono un puzzle disordinato sul tavolo. L’occhio esita sull’immagine sulla copertina della scatola e non vede veramente dove va quel pezzo finché non è il momento giusto, finché lo scrittore non decide che lo sia, e smette di incantare la tua mente lasciandoti lo spazio per percepire tutto ciò che ha seminato. Come nasce la capacità di uccidere in una persona? O stessi come in questo caso per non fare del male? Chi di voi lo sa? Chi di voi lo nega? Come nasce e si addestra in automatico la capacità di anestetizzare la figura di sé che in quel momento è inappropriata a essere l’eroe?
Uso un cliché, e chiedo venia all’autore e al suo Michele.
“Non esiste cattivo peggiore di un buono che diventa cattivo”. Michele era un ragazzino che se ne stava per i fatti suoi, il naso affossato nei libri a sognare, e quando gli sono stati tolti, è stato costretto a guardare tutto ciò che non poteva affrontare.
Lo ha fatto in modo non convenzionale, perché in realtà lui è “fuori taglia”, troppo secco e fragile, troppo non avvezzo alla crudezza e stupidità del mondo reale. Ma è la persona speciale di Elena, un folle autolesionista che disegna in modo indelebile sulle sue braccia cicatrici che testimoniano il non sentirsi al suo posto, ma anche le cattiverie che riceve e l’amore, la cura che gli vengono negati. Ma tutto ciò lo renderà anche l’eroe della sua Elena, che davvero non può risolvere da sola quella situazione. E i tagli cambiano motivo. Avvengono perché ama disperatamente mentre viene accettato interamente, così com’è. E qui, mi fermo. Perché leggere la storia di Michele? Perché il suo dolore scende lento e di un rosso scuso come il sangue senza ossigeno. Perché è una storia che può essere letta a più livelli e prende un pezzo di chiunque la legga. Poiché sono convinta che nessuno di voi possa affermare con certezza assoluta di non aver pensato di fare ciò che lui trova il coraggio di vivere e di farci vivere.
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Michele Sabella, IL Kamikaze di Cellophane, è uno di quei tipi che sfugge a qualsiasi categorizzazione. È un folle serial killer - con tanto di certificato ufficiale recante una lunga lista di patologie - in un romanzo tra il noir e il thriller psicologico? È un giovane uomo alle prese con una famiglia che chiamarla disastrata è un eufemismo e una testa popolata di voci in un romanzo di introspezione sulla psicosi moderna? O è l’eroe impensabile, il principe dal mantello macchiato di sangue e ruggine che (forse) salva la bella principessa in un romanzo d’amore il cui finale è (forse) lieto? È tutto questo è molto di più il romanzo di esordio di Ferdinando Salamino, che inganna il lettore lasciandogli credere di essere una matricola e poi, in quel linguaggio a volte crudo e in altre lirico, lo spiazza con colpi di scena, suspence, emozioni, giochi intellettuali e metafore originali degne dei migliori romanzieri dell’epoca moderna. Dalla prima parola all’ultima, non crederete ai vostri occhi (o alle orecchie se qualcuno lo legge per voi). Vedrete voi stessi nella figura di questo allampanato ragazzone che riesce a leggere lui voi, a scoprire i vostri segreti mentre vi svela i suoi. E finirete per innamorarvene, sia del suo cuore avvolto nel cellophane, sia delle sue mani che affettano... provare per credere! Spoiler alert: la fine non è la fine. Michele ritorna in Il Margine della Notte e in un terzo romanzo conclusivo non ancora edito - non provateci nemmeno a resistere perché finirete comunque per leggerli tutti!
“C’era un’altra voce nella mia testa, una voce fatta di malignità repressa, uscita da chissà quale quartiere malfamato dell’anima, che pretendeva di essere ascoltata.” Non possiamo smettere di leggere, Michele Sabella ci conduce nei suoi abissi, un mondo interiore che lo porta a ferirsi, a fare del male a se stesso per riuscire a sopravvivere oppure per non farlo agli altri. Certi disturbi nascono sempre in seno alla famiglia, la famiglia è sempre il fulcro di tutto, il nostro protagonista diventa quello che è per la lacerante disperazione in cui lo getta il suo conflitto interiore generato da uno strano connubio: il rapporto di amore con la fragile madre vittima di suo padre, uomo alcolizzato e violento, la passione per i libri, unico sollievo e fonte di felicità in una vita triste, i bulli a scuola. Eppure c’è qualcosa che può salvarlo, l’amore per Elena, una ragazza anoressica e bellissima che lui chiama “la mia dea di ossa”. Si incontrano nell’ospedale psichiatrico e si innamorano e quell’amore può costituire la salvezza, ma c’è un male sotterraneo che lo impedisce. Fin dall’inizio ci chiediamo chi sia l’uomo che Michele sta torturando, con l’intenzione di ucciderlo, alla fine, dopo l’espiazione, siamo solo certi che quell’uomo ha una colpa: sta distruggendo la vita di Elena, è per colpa sua che lei si lascia morire di fame e, in una notte più disperata delle altre, tenta il suicidio. L’autore è molto bravo a depistarci, facendoci intuire la verità senza svelarla mai veramente fino alla fine.
“Il kamikaze di cellophane” di Ferdinando Salamino pag. 288
Michele Sabella è un ragazzino cresciuto in un ambiente a dir poco difficile. La sua vita a casa è stata scandita dagli umori di un padre violento fisicamente con la madre e psicologicamente con lui. A scuola ha buoni voti ma questo si accompagna alla solitudine e alle umiliazioni dei compagni di scuola. Michele si rifugia nei libri ma quando anche questi gli vengono proibiti, il suo sottile equilibrio si spezza e lui inizia ad autoinfliggersi tagli ma la sua corazza di cellophane gli impedisce di sentire il dolore di queste ferite. Cominciano i ricoveri e le diagnosi (disturbo borderline, schizofrenia paranoide, disturbo schizotipico, schizoaffettivo, antisociale), fino alla permanenza in quella che Michele chiama la Escape room e di cui pian piano impara le regole. Riuscirà ad uscire dall’escape room grazie all’amore per Elena, anoressica e come lui in bilico fra ricerca di amore e autolesionismo. Michele cercherà di riprendere in mano la propria vita anche grazie alla palestra di boxe di Frankie, affrontando i nuovi ostacoli che la vita gli pone sulla strada e facendo tutto il possibile per aiutare Elena a liberarsi dei suoi demoni. Michele racconta con lucidità che spesso sfocia in sarcasmo il suo percorso di discesa agli inferi e la presa di coscienza dei demoni che lo attanagliano. Michele si rivolge direttamente al lettore coinvolgendolo nelle sue scelte e tentando di spiegarle con semplicità suscitando simpatia con le sue uscite argute. Lo stile dell’autore è scorrevole, ironico e a tratti sarcastico, capace di trattare con delicatezza argomenti come la violenza domestica, l’autolesionismo come fuga dalla realtà e ricerca implicita di attenzioni e autopunizione e le realtà oscure che si nascondono dietro vite all’apparenza perfette.