Questo di Jensen è un poverissimo libro, d'una estrema superficialità e profondamente impreciso, che s'aggrappa nel diluvio ad un appiglio che non può salvarlo, che si regge su stampelle di carta e che ogni cosa non vedano le sue lenti sporche – accuratamente oscurate per vedere anche di giorno la notte – dà per evanescente o irrilevante. Ancorandosi disperato al morbo dell'umanesimo scientifico, a questa scienza non davvero tale, Jensen trova il diritto di escludere tutto quanto non capisce, e tutto quanto di veramente importante. Ed è tanto saldamente abbracciato alla sua "scienza", che se essa non gli dicesse che il cielo è azzurro Jensen direbbe che non esiste cielo: «L'emozione è un fatto [...] che ora sembra, sulla base dei recenti progressi nelle scienze comportamentali, guidata più da "priorità intuitive" che da riflessioni razionali» (p. 208): Jensen spiega la differenza tra politeismo e monoteismo in 6 righe (p. 87), ma di cosa esattamente siano le «priorità intuitive», neppure una parola; tuttavia, supponendo che ciò significhi quel che sembra significare, il fatto che solo sulla base dei «recenti progressi nelle scienze comportamentali (sic!)» Jensen possa supporre che le emozioni, «così sembra», non siano esattamente un frutto di ragione, fa notare come tutto il libro non sia che un'abnegazione a qualsiasi pensiero o facoltà intellettiva, un bricolage delle "scienze" – in un mondo dove la scienza ottiene diversi risultati da identici esperimenti – che tornano meglio al supporto della confusa idea alla base del libro.
Quest'abdicazione al pensiero critico si potrebbe dire il fil rouge dell'intero scritto, sommato però al testardo ostinarsi a vedere le cose da un preciso punto di vista, il quale consente a Jensen, il più possibile, di farsi meno domande che può, e d'ignorare tutto quanto possa esserci di significativo nello studio delle religioni: «Il linguaggio ordinario [all'interno del rito] è utilizzato con differenti intonazioni o prosodia (tono e ritmo) perché sia ovvio per i partecipanti che sta accadendo qualcosa di speciale» (pp. 158, 159) mentre è più che evidente il contrario!: dato che sta accadendo qualcosa di speciale, si utilizza un linguaggio speciale, o in casi specifici parole di potere: gli spettatori sanno benissimo che quello che sta accadendo non è un avvenimento dell'ordinario, non sono turisti americani in vacanza e non hanno bisogno di opuscoli esplicativi. Jensen si propone uno studio comparativo delle religioni (p. 234), ma quello che sviluppa è solo uno studio generalizzato di queste, e senza mai affrontare quello che è il tema fondamentale della materia: il come, e il perché, l'uomo religioso esperisca ciò che esperisce.
Il fatto che il libro sia scritto da cani passa quasi in secondo piano: «"roba" buona da pensare» (p. 193), e altri termini del genere ricorrono spesso, le cose non vengono spiegate e gli esempi sono omessi quando servirebbero a spiegare qualcosa, ed abbondanti invece quando servono a dare equilibrio a tesi traballanti e dubbie.
In sostanza, il libro di Jensen è un chiaro sintomo del cancro che appesta tutto l'umanesimo: il fascino della semplicità scientifica, del poter dire che questo è un fatto e che le cose funzionino così e basta – anche se la realtà è più complessa persino nelle scienze vere –. Questo spirito scientifico, qui dove scienza non dovrebbe esistere, resta appannaggio per spiriti insulsi e menti mediocri, e si spera rimanga per sempre tale.