Ho questa strana mania collaterale di leggere “diari di scuola”, ovvero libri scritti da insegnanti che parlano delle loro esperienze in classe; è anche strano dato che la scuola, per me, non è stata una bella esperienza e, una volta conclusa, ho giurato a me stesso che mai e poi mai avrei fatto l’insegnante (poi, non è stato del tutto vero; saltuariamente mi è anche capitato di insegnare, ma gli allievi erano adulti, quindi non so se vale).
Questa è peraltro la prima volta che vedo un “diario di scuola” uscire dalla penna di una professoressa, anziché di un professore. Ed è la prima volta in cui lo spirito di chi l’ha scritto non è quello dettato da un sordo dolore per il fatto che i ragazzi non sono come lui vorrebbe che fossero, e una generale incapacità di comprendere la loro cultura (Starnone), o un degnato compassionevole chinarsi sui loro disagi (Visitilli, Cilento). Qui c’è una professoressa di lettere che insegna in un istituto professionale, a Vercelli, lo fa e lo racconta con grande umorismo, e soprattutto, nonostante tutti i problemi del caso (eh, gli istituti professionali…) con stima e simpatia per il materiale umano che si trova a gestire (che poi, sono un po’ caduto dal pero nello scoprire che negli istituti professionali si insegnano anche materie come italiano e storia; pensavo che per gli studi teorici ci fossero i licei, per quelli teorico-pratici gli istituti tecnici, e i professionali fossero solo per quelli pratici; invece pare sia prassi costringere gli studenti a seguire argomenti di cui non gliene frega niente, e gli insegnanti ad insegnarglieli. Almeno fino a quando non arriva una professoressa come Valentina Petri, e tutto sembra ritrovare un senso…)
La narrazione è scandita, come è ovvio forse fin dai tempi di “Cuore”, dai ritmi dell’anno scolastico. Ogni personaggio è definito con un soprannome che ne coglie una caratteristica peculiare, con la sola sorprendente eccezione dei due segretari, l’isterico (ed esilarante) Adriano e la minuscola ed efficiente Augusta. Ma poi abbiamo il professor Rombo, da cui si guardano studenti e colleghi per la sua noiosità, e che si chiama così perché porta solo maglioni a rombi; il sarto di Panama, studente maestro di stile che si veste come l’Uomo Delmonte; Piallato che giace sempre sul banco; Cuffia di Lana, per ovvi motivi; Leoparda, ragazza islamica che porta sempre veli leopardati o con fantasie cromatiche esplosive; e così via (a proposito, non so se la professoressa Gloria Swanson, sussiegosa e omofobica, esista veramente, ma se non esiste è meglio, perché se la incontrassi le sputerei in un occhio). In più la professoressa Petri ha disseminato il libro di perle letterarie, come un capitolo che comincia con una divertente parafrasi dell’inizio di “Orgoglio e pregiudizio”, e svariati altri citazionismi nascosti (non sono nemmeno sicuro di averli colti tutti). Un’altra cosa che ho gradito è il fatto che non si scandalizza per certe battute (comunque garbate) che gli studenti fanno sulla sua avvenenza, anzi un po’ ci gioca anche.
Uno degli episodi più rilevanti è la messa in scena di una piéce teatrale, nata quasi per caso, che satireggia (con rispetto e umorismo) il teatro di Shakespeare. Il libro racconta l’idea e le vicissitudini della messa in scena, ovviamente problematicissima, ma sembra non dire molto altro, e un po’ mi dispiaceva… salvo, arrivato alla fine del libro, scoprire che con un vero e proprio “coup de theatre” il testo, ovviamente esilarante, è integralmente riportato in appendice.
(Comunque, se leggerete questo libro, preparate i fazzoletti. Non solo per le lacrime delle risate, ma anche per le altre. Perché momenti di commozione ce ne sono molti).
Qualcuno, Borges mi pare, parlava delle persone che stanno salvando il mondo e non lo sanno. Tra queste sicuramente c’è la professoressa Petri (la quale peraltro forse un po’ lo sa). Non solo per la sua empatia, non solo per l’amore per il suo lavoro, non solo per il rispetto umano con cui tratta i suoi allievi (anche quando gli strappa le cuffiette o fa volar via i berretti tenuti ostentatamente in classe). Ma anche per il fatto di andare a scuola su tacchi da dieci.