“Us” è la storia di Tommaso che da 18 mesi non esce di casa.
Tommaso ha 16 anni ed è un hikikomori: un adolescente che ha scelto di confinarsi nella sua camera ad oziare o giocare ai videogiochi.
Da qualche giorno il suo unico pensiero fisso è un gioco in particolare: “Us“.
Come ogni gioco di ruolo che si rispetti, anche questo ha delle regole: vince la squadra che, fino alla fine, porta a termine 100 campagne in un anno restando unita.
Ma “Us” è un gioco particolare e ogni giorno propone ai suoi giocatori delle missioni “storiche” dove le tragedie sono sempre dietro l’angolo.
Ogni giorno, attraverso il videogioco, Tommaso e la sua squadra ripercorrono la storia di tutti i massacri del ‘900.
Sono costretti ad affrontare missioni feroci, senza la possibilità di scegliere se stare dalla parte delle vittime o dei carnefici.
“Us ci costringe a essere vittime o carnefici, militari o ribelli, violenti o pacifici. All’inizio ti sembra uno sparatutto come gli altri, sei forte perché hai un fucile ma poi capisci che avere un’arma non è decisivo, che nella vita Tommaso si può scegliere, si deve scegliere.”
Michele Cocchi, psicoterapeuta dell’infanzia e dell’adolescenza, con questo suo romanzo, sceglie di parlarci di una tematica ancora molto spinosa in Italia, e lo fa in moto arguto, rispettoso e professionale.
Lo stile narrativo che adopera nel testo è pulito, senza troppe pretese.
L’autore mette a proprio agio il lettore e riesce a farlo immergere in un mondo completamente nuovo, esponendolo continuamente a numerose riflessioni.
È difficile prendere una posizione durante tutto il romanzo, ancora più complicato stabilire quale sia il punto di vista che più si avvicina alla razionalità.
E alla fine ti rendi contro che non c’è una vera e propria chiave di lettura per questo libro.
Michele mette a nudo i suoi personaggi facendoci assaporare le loro ansie, le loro preoccupazioni e perfino i loro dubbi.
Si diviene un tutt’uno con il protagonista principale e, cosa fondamentale, lo si comprende.
“Ha sentito che se avesse voluto non ci sarebbe stato più bisogno di sparare, di faticare per restare competitivi, esistevano videogiochi che poteva portare a termine senza dover dimostrare niente a nessuno, per il solo piacere di giocare, grazie ai quali scollegarsi dal mondo ed entrare in un luogo dove lui era l’unico vero protagonista.“
Credo che, a prescindere dal luogo geografico, dalla cultura e dalla religione a cui si è devoti, un hikikomori non è altro che una persona come le altre.
Ragazzi, adolescenti o quasi adulti che hanno bisogno di un aiuto in più, di vedersi tendere una mano alla quale potersi aggrappare, di poter fare affidamento su una persona in grado di infondergli coraggio e fargli ritrovare la fiducia in sé stessi.
Perché, in fondo, è quello il punto di partenza necessario per arrivare a trovare il loro posto nel mondo e poter mirare, finalmente, ad un successo personale.