È la storia, mi pare, di un avvicinamento agli esseri umani, da parte di un sacerdote, don Ardito Piccardi, uomo certamente non freddo ma arso da una passione alienante per Dio; preda, forse, di un’idea disumana di Dio – non paia una contraddizione che vi debba essere una misura umana in Dio.
«Solo ora ho scoperto una cosa: che tu, Ardito, ami gli uomini in Dio, e non Dio negli uomini.»
Questo il punto di partenza, col suo corteo di tormenti per un sacerdote che non riesce ad accettare la fragilità umana. Don Ardito andrà oltre, attraverso esperienze, incontri, riflessioni – soprattutto incontri: con persone che cercheranno il suo aiuto e che gli sfuggiranno, o che si rivolgeranno a lui per confidargli la loro verità.
Quando don Ardito diventerà un famoso pensatore cristiano e in una sua opera affermerà che «la povertà è di Dio […] per povertà s’intende non desiderare, e allora è uno stato dello spirito», un sacerdote napoletano che vive fra i poveri gli scriverà per offrirgli la propria testimonianza su di loro: «un filo sottile di desiderio li tiene desti: per esso si fanno astuti, e si scuotono e vivono. Direi che è la loro anima. Da generazioni, questi uomini cercano di sostentare loro stessi con la speranza. Desiderando. Se Gesù, beatificando i poveri, intendeva questi poveri, ha benedetto il peccato, perché accanto a una povertà come questa, ti dirò che c’è soltanto il peccato».
Nell’Italia del Ventennio, Don Ardito viaggerà anche fisicamente, da un paese a una città, da una città all’altra, in cerca del suo prossimo – e di una nuova visione di Dio.
«Amare, vuol dire amare Dio negli uomini. Dio non è solo nell’alto del cielo, sparso fra le stelle: è qui in terra, fra gli uomini. È negli uomini. Amare la terra, gli uomini anche se sono peccatori, amare il loro peccato. Ho scoperto che la Tua soglia non si varca se Tu non discendi fra noi. E abbiamo una maniera per costringerTi a discendere: l’amore.»
«E forse, poiché siamo qui sulla terra, da questa parte del ponte, bisogna amare Dio negli uomini, e non gli uomini in Dio. E questo, vuol dire Gesù Cristo.»
Infine, don Ardito tornerà nel paesino fra le montagne dove era iniziata la sua vicenda di parroco. Sono i mesi del passaggio del fronte, degli scontri fra truppe tedesche e partigiani, di attentati e rappresaglie.
«– Verrò su con lei, le farò da interprete presso i tedeschi, per quei loro morti… – Dica nostri – corresse il prete con una dolcezza quasi femminea, sorridendo. – Dica nostri, non sa? Ogni morto è di tutti, è una ricchezza comune, i morti cessano d’appartenere a se stessi, e diventano un bene comune…»
Il punto di vista si abbassa a tal punto sulla terra, a tal punto vi sprofonda da condurre a una perdita di sé, inevitabile, desiderata, che segnerà, in un sacrificio, la fine della ricerca di don Ardito, il suo incontro totale con tutti gli altri uomini e con Dio, nell’abolizione di ogni limite, umano o divino.
«In campagna chi muore pare non si distacchi, da chi vive, per sempre. Il morto è come una cosa conservata, messa temporaneamente in disparte. Le tombe sono come le madie dove si conserva la farina, o l’orcio dove si mettono le uova con la calce perché non si guastino, e ogni tanto vien la massaia, v’introduce la mano e ne tira fuori una od un paio (forse questa è la resurrezione).»
Il romanzo ha un seguito, La pietra bianca.