Il sottotitolo di questo saggio “Viaggio in Russia in compagnia di Puškin, Tolstoj e altri geni dell’Età d’Oro” ci dà subito un’idea del suo contenuto.
Il titolo invece deriva da una citazione di Turgenev messa in epigrafe:
“Noi ce ne stiamo nel fango, amico mio, e cerchiamo di raggiungere le stelle”.
Ma non aspettatevi un saggio accademico sulla letteratura russa ottocentesca. È piuttosto un reportage di viaggio che tocca i luoghi legati agli autori citati o ai loro scritti, e che unisce quindi dettagli concreti sulla vita nell’epoca post-sovietica a notizie biografiche e letterarie sui suoi autori classici più conosciuti.
L’autrice ha viaggiato molto in Russia negli scorsi vent’anni e ne ha studiato la lingua. Dal suo racconto traspare l’entusiasmo per la scoperta e la fascinazione per un paese vicino ma al tempo stesso estraneo; moderno ma, specie nelle regioni più sperdute, rimasto fermo da secoli. Un paese tanto ricco di contraddizioni quanto esteso.
“Non esiste nulla che corrisponda all’anima russa, e forse nemmeno alla cultura russa: è un paese troppo grande (un sesto della massa terrestre) ed è troppo diverso e diviso dal punto di vista sociale. […] I libri di cui si parla in queste pagine non riguardano quella chimera, bensì la complessità dell’esperienza umana; c’è un paesaggio letterario russo e una sua controparte emotiva.”
Il confronto tra passato e presente, che percorre tutto il libro, è forse ciò che permette di comprendere meglio l’anima del popolo russo, il suo modo di vivere e di pensare. Se anche ad alcuni potrebbe sembrare un modo di raccontare un po’ dispersivo, che passa dall’analisi di Tolstoj alle uova di pesce mangiate sui gradini di un ufficio postale in Siberia, io l’ho trovato molto utile e immersivo. È tra i palazzoni popolari dell’epoca di Nikita Chruščëv— chiamati Chruščëvka — e i venditori ambulanti di funghi e pesce secco, tra le banchine ferroviarie ghiacciate e scricchiolanti del gelido Nord e l’ombra azzurra delle montagne del Caucaso; tra gli appartamenti un tempo condivisi da più famiglie e le antiche tenute di campagna nobiliari, che possiamo intravedere un frammento della vera anima russa.
La stessa che i suoi autori ottocenteschi più celebri hanno tentato di creare pressoché dal nulla e unificare, fino a farne una sorta di mito. Prima di Puškin, la Russia era un territorio immenso e variegato, dove ogni regione aveva pochi o nessun legame con quella accanto. Solo la mano dell’uomo — degli zar prima e degli oligarchi sovietici poi — è riuscita a creare una sorta di ordine nel caos delle mille culture del territorio (spesso a prezzo di sangue versato e di persecuzione delle minoranze). Un potere centrale tanto ignorato sulla carta, almeno nelle periferie, quanto entrato con prepotenza nella mentalità comune. Mi ha colpita, in questo senso, una frase riportata all’inizio, riguardo alle apparizioni di Putin in tv mentre compie cose bizzarre come piegare sbarre di ferro: “Sarà anche un mostro, ma è il nostro mostro”.
Mette un po’ i brividi, ma illustra almeno un concetto: secoli di oppressione, censura e isolamento non hanno creato rabbia verso il potere, come sarebbe stato normale aspettarsi, ma verso gli stranieri, i nemici, la decadenza occidentale. Se c’è una cosa che è riuscita bene alla propaganda russa zarista e poi sovietica, è stato inculcare nelle menti dei suoi cittadini la diffidenza verso tutto ciò che viene dall’estero.
Come spesso succede nei regimi autoritari, per creare e cementare un sentimento di unità nazionale è bastato indicare con chiarezza un nemico esterno, la cui corruzione potenziale nelle idee sembrava più pericolosa della corruzione reale ai vertici del governo (pare che ogni infrastruttura costruita in Russia costi dieci volte più che altrove, perché buona parte dei fondi finisce in tasca a qualcuno).
È interessante che le abitazioni dei pilastri della cultura russa siano conservate e custodite religiosamente, nonostante i loro antichi proprietari o le loro opere siano stati spesso perseguitati sia dalla monarchia che dai soviet (troppo rivoluzionari per la prima e troppo reazionari per gli altri).
Emblematico il caso di Puškin, che dopo essere stato censurato dallo zar per le sue idee politiche progressiste venne bandito anche dai comunisti. Ma nel centenario della morte (1937) questi ultimi decisero che in fondo poteva servire a rilanciare la causa, e diventò così poeta nazionale. Il Comitato centrale arrivò a definirlo “il padre del comunismo”… Ad ogni modo, nonostante quell’anno dieci milioni di persone avessero ordinato la nuova edizione delle sue opere, le ricevettero con dodici anni di ritardo, perché gli addetti alla stampa venivano ripetutamente a mancare per le purghe staliniane.
Sono note curiose che fanno sorridere, nonostante la tragicità della situazione, e che rendono bene le contraddizioni, per noi stranieri incomprensibili, che compongono la storia russa.
Ma ci sono anche dettagli attuali e stonati che dicono più di mille parole: il fatto che ogni guida turistica abbia un suo “territorio” e non possa entrare in quelli altrui, la difficoltà per uno straniero di visitare alcuni luoghi, il fatto che quasi la metà delle case e dei villaggi di campagna non abbia ancora l’elettricità, mentre a pochi chilometri svetta una centrale nucleare, l’immenso investimento statale per le Olimpiadi invernali di Soči del 1914, che ha stravolto la geografia di una piccola città affacciata sul Mar Nero senza migliorare minimamente le condizioni di vita dei suoi abitanti. Dettagli che illuminano di una luce impietosa un mondo fatto di esibizione pacchiana del potere di pochi e di povertà rassegnata dei molti. Un mondo dove per lo più ci si arrangia, si sopravvive e si tira avanti con uno stoicismo antico quanto le montagne, le paludi o i grandi laghi ghiacciati.
Iconica la frase riportata a pagina 40: “Quando si vive vicino a un confine” disse Anna, la guida che si era unita a noi per la sua parte di territorio “si impara a dipendere da Dio e da se stessi”.
Ed è forse il concetto che riassume meglio il carattere nazionale: molti popoli sparpagliati in uno spazio enorme, dove il governo centrale è rappresentato solo da uno strano tizio in tv che piega le sbarre o accarezza leopardi: si può contare solo su se stessi, e al limite, forse, su Dio (per chi è credente). Per questo, secondo l’autrice, le chiese russe di provincia sono spesso piccole, raccolte, a misura d’uomo: sono luoghi in cui c’è assoluto bisogno di un Dio vicino, altrimenti non sanno che farsene.
Gli autori di cui l’autrice sceglie di parlare sono un po’ i fondatori della letteratura russa (prima la lingua letteraria era soprattutto il francese, il russo era considerato popolare): Puškin, Turgenev, Tolstoj, Dostoevskij, Gogol, Čechov. E molti altri che conoscevo poco o per nulla, quindi è stata una lettura davvero interessante da cui ho appreso molte cose nuove e preso diversi spunti per le prossime letture. Perché al di là della politica intricata e della geografia troppo estesa e scoraggiante, al di là del freddo e della rarità dei sorrisi, c’è qualcosa che attira nel modo di essere e nella mentalità russa. Nonostante i molti governi oppressivi, la gente normale si è adattata, è andata avanti, sviluppando idee e valori tutti suoi, che i suoi autori più osannati hanno cercato di racchiudere nell’unico mezzo che conoscevano: le pagine (spesso esorbitanti per numero) dei loro romanzi. Quello che ne esce è un mondo lontano ma per molti versi ancora attuale. Leggendo Anna Karenina o L’idiota si può ancora cogliere qualcosa dell’anima russa, qualcosa che è particolare e al tempo stesso universale.
“Fango e stelle” è più di un semplice saggio: è un’immersione nelle idee, nella storia, nella geografia, nella mente della Russia. Magari, come specifica l’autrice, non è un compendio scientifico o accademico, ma racconta molte storie a chi è ansioso di ascoltarne. È un saggio che suscita pensieri, visioni e domande, sorrisi e stupore. Da leggere, se come me avete degli autori russi che hanno accompagnato la vostra crescita e vi sono rimasti nel cuore, se volete conoscere meglio un paese difficile e contraddittorio ma ricco di fascino.