Un formidabile romanzo d’esordio che descrive la società multiculturale contemporanea con quello che James Wood ha chiamato “realismo isterico”: la prosa caleidoscopica, esagerata ed esilarante si contrappone all’estrema minuzia e alla concretezza con cui si espongono i fatti storici, i nomi dei quartieri di Londra, la complessità del contesto socio-politico e culturale.
Queste 554 pagine ci fanno viaggiare nel tempo e nello spazio: si inizia a metà degli anni 70 per poi risalire ancora più indietro, alla Seconda Guerra Mondiale, ci catapulta poi negli anni 80 e infine una corsa impazzita fino agli anni 90. Ambientato in una Londra globalizzata, affollato crocevia di mille destini, perfetta per un romanzo globale che fa ribollire il suo melting pot narrativo.
Inglesi, giamaicani, bengalesi. Proletari, sottoproletari, borghesi. Adolescenti, adulti, vecchi. Uomini, donne, topi del futuro. Atei, fondamentalisti religiosi, testimoni di Geova, musulmani, animalisti. Un continuo scontro e una continua compenetrazione tra credenze opposte, tra culture diverse, tra idee inconciliabili. Gli esseri umani di Zadie Smith crescono come i denti all’interno della nostra bocca: costretti a stare vicini in uno spazio limitato, non tutti vengono su dritti e in fila, alcuni prendono posizioni diverse, altri saranno inevitabilmente storti. I denti sono come i figli, lo sviluppo è imprevedibile. Soprattutto quando – come i protagonisti di questo romanzo multigenerazionale – si ritrovano in un conflitto identitario perenne tra l’etnia della loro famiglia d’origine e la cultura della società “acquisita” in cui sono nati e cresciuti.
Attraverso la satira, Zadie Smith racconta, come nei migliori romanzi di Franzen, l’arrovellarsi interiore di padri e figli, di madri e figlie, divisi tra la tradizione e il desiderio di cambiare, tra ciò che è giusto e morale e ciò che corrompe lo spirito. Chi ha paura di perdersi, prova a ritornare alle sue radici. Chi non ha mai capito nemmeno quali fossero le sue radici, prova ad adattarsi, mimetizzandosi al caos della contemporaneità. Altri, fanno resistenza, negano tutto ciò che è diverso da loro e si arroccano in posizioni estreme. Altri ancora, semplicemente, diventano qualcun altro. Questo continuo incontro e scontro tra classi sociali e posizioni economiche diverse, tra colti e incolti, tra parenti e amici, tra famiglie ereditate e famiglie acquisite, tra scienza e fede, tra determinismo e casualità, tutto questo fiume in piena miracolosamente – nonostante un finale tremolante e la quantità di temi portati in tavola – riesce a trovare un equilibrio perfetto e a regalarci un banchetto sontuoso.
La prosa di Zadie Smith è una caramella che si scioglie in bocca e fa esplodere una cuccagna di sapori. L’ibridazione stilistica di Denti bianchi fa sfilare davanti al lettore, capitolo dopo capitolo, la caricatura satirica accanto al dramma, il genere della saga familiare con quello meta-storico, fino alla fantascienza. La scelta di macedonizzare il romanzo per temi e stile è il prodotto della lettura di certi maestri postmodernisti. In primis, Salman Rushdie. Sia per un certo gusto nel raccontare la storia dell’India, che fa capolino tra le pagine di Denti bianchi, ma soprattutto per l’uso vivacissimo delle digressioni, della lingua mescolata e per l’ironia funambolica. C’è anche qualcosa di Pynchon nell’uso umoristico delle sigle e degli acronimi (KEVIN e FATE). Ma soprattutto c’è la voce grintosa di Zadie Smith che pungola, commuove, azzarda.
È per merito di questa voce irresistibile da Sirena per cui le perdoniamo le troppe turbolenze narrative e le molte decisioni no-sense di personaggi mutevoli che portano la trama su un livello iperbolico nei capitoli finali. Ti perdoniamo, Zadie. Perché ti amiamo.