È noto che il mondo sta cambiando. I dati scientifici ci portano a prevedere la fine della vita sulla Terra per come ora la conosciamo. E saranno mutamenti drastici, e più rapidi di quanto si pensasse un tempo. La catastrofe (dal greco katastrophé, ‘rovesciamento’) che attende il genere umano non è però la prima: tutto quel che conosciamo è nato da una catastrofe, si è andato modificando e assestando attraverso catastrofi, e con una catastrofe andrà a terminare – o a proseguire, ma in modo radicalmente diverso. In questo saggio ibrido, per contenuti e forma narrativa, tre grandi autori affrontano tre grandi catastrofi: il Big Bang, e tutte le sue conseguenze, tra cui la nascita dell’umanità; i genocidi che l’umanità ha perpetrato nel corso del suo passaggio sul Pianeta, mostrando attraverso un reportage che ogni catastrofe si compie anche sul proprio genere, nel tentativo di autoannientarsi; e infine il cambiamento climatico, e la chiusura dei tempi che conosciamo, evento che attendiamo senza ancora conoscerne a fondo gli effetti, ma le cui cause, sappiamo, sono principalmente umane.
Due stelle al primo saggio, in cui l'autrice immagina che tutto sia iniziato con il congresso di Vienna del 1815 e che tutto quello che c'è stato prima non sia altro che una costruzione creata ad arte in quel contesto storico. Onestamente non ho capito bene dove si volesse andare a parare.
Tre stelle e al secondo, una diario di viaggio in Indonesia in cui l'autore indaga sul brutale genocidio del 1965 in cui si è cercato di eliminare i comunisti dal paese. Carino.
Quattro stelle all'ultimo, il migliore, in cui si parte dai disastri ambientali che stanno avvenendo sulla terra e che ci stanno già creando non pochi grattacapi per arrivare alla problematica e difficoltosa GdM, Gestione della Morte, da parte di noi individui. Si vede che l'autore è un filosofo.
Trilogia non è e non parla della catastrofe. O almeno. Mette insieme tre definizioni diverse di catastrofe: di una narratrice e filologa, un giornalista e filosofo e un filosofo e influencer (e giornalista, e scrittore, et...). Banalizzo senza che me ne vogliate.
La prosa che più mi ha rapito e convinto di più è stata quella di Carbè, che immagina un'origine del mondo al Congresso di Vienna come correlativo di un esercizio, ansioso e contraddittorio, del dubbio di esistere, e al contempo come allegoria della scrittura, del letterario, quindi del verso filologico (con un ritmo monologante davvero serrato).
La Forgia scarta completamente, con un reportage narrativo sul genocidio Indonesiano, quando morirono n milioni di "comunisti" (etichetta quasi vuota, in questo caso) per un golpe militare nel 1965; storia in pratica ignorata dall'occidente e apertamente negata dall'Indonesia, ancora. Il fascino di queste pagine risiede nella paura, di La Forgia e di chi lo circonda, e nel dolore.
La parte di D'Isa mi ha convinto meno, perché forse avrebbe avuto bisogno, per essere più "convincente" (non nelle premesse teoriche, ma nello sviluppo), di più aria. Ritrovo, anche, ma è una mia idiosincrasia, che la sostanziale continuità tra la sua "lingua" social e la sua scrittura non giovi. Rimane importante il focus sui cambiamenti climatici, sulla gestione della morte, sulle contraddizioni di etica individuale e collettiva. Colpisce la capacità di destreggiarsi in un eterogeneo e tutt'altro che pacifico orizzonte filosofico (dall'Oriente all'Occidente, dalla scienza alla religione).
In meno di duecento pagine si ha l'impressione di attraversare tre libri, nella loro complessità.