Judith, una bambina particolarmente silenziosa e solitaria, abita con la sua famiglia in una piccola casa di periferia, accanto ad una ferrovia. Incoraggiata dal marito, la madre della bambina accetta l’incarico da custode in una dimora di campagna nella quale, di conseguenza, si trasferiscono.
Nella casa nuova sono finalmente al loro agio e possono beneficiare quanto vogliono di tutti i comfort necessari, ad una sola condizione: esiste una sola stanza in cui non devono assolutamente entrare.
Anche volendo, pensano i genitori della bambina, non ci riuscirebbero mai perché è chiusa a chiave, ma la piccola Judith sa che ogni giorno quella porta è tenuta aperta per lei, per andare a giocare con quella misteriosa bambina che nessuno, a parte lei, sembri vedere mai.
“C’era nella sua strana piccola anima un segreto di cui nessuno conosceva l’esistenza. Era una vaga credenza per cui ella stessa non fosse propriamente reale… o che non appartenesse alla vita in cui era nata.“
Nell’estate del 1903, Frances H. Burnett, autrice di “Il giardino segreto“, ancora scossa dalla perdita del suo primogenito avvenuta quattordici anni prima, scrive, in soli quattro giorni, “Nella stanza chiusa“.
“Si fissavano come se si conoscessero da anni e non si sarebbero separate per nulla al mondo. Ciascuna di loro era piuttosto felice di essere vicina all’altra, e non c’era nella mente di entrambe alcun dubbio sul loro rincontrarsi.“
“Nella stanza chiusa” non è altro che uno specchio delle sue più intime emozioni, un piccolo romanzo breve a sfondo drammatico, ma che sa bene come inquietare gli animi. Si percepisce fin dalle prime pagine che nella storia c’è qualche elemento di disturbo, qualcosa che vuole venire fuori con la forza: una violenta disperazione.
Per la prima volta, Frances H. Burnett decide di trattare il tema del paranormale e della morte dei bambini, usati, in questa storia, per dare sfogo alle sue frustrazioni.
Tra atmosfere gotiche, sogni e altre dimensioni, Judith si ritroverà in balía tra due mondi, quasi come se il suo ruolo fosse quello di dare all’autrice l’opportunità, attraverso la scrittura, di scendere a patti con la realtà e accettare finalmente il trauma.