Vuoi per il caldo soffocante, vuoi perché, grazie a Dio, è un mese in cui si lavora un sacco e non cancella la stanchezza il riposo della sera, la scelta di cosa leggere ad Agosto è sempre un po' complicata (first world problem meme). Deve essere un libro che sia al contempo scritto abbastanza bene da non risultare fastidioso o sciatto, sia non troppo complicato da richiedere una particolare concentrazione. Se poi è abbastanza lungo da coprire l'intero mese, è perfetto. Tutte caratteristiche che ritroviamo ne "Il ciclo della fondazioni" di Isaac Asimov. Se poi aggiungiamo che a Settembre esce la serie tv e la possibilità di potersi attaccare con la gente su internet che si lamenta che hanno stravolto i libri, ora signora mia ci stanno pure le donne, dove andremo a finire?, capite che è la scelta perfetta. Due piccioni con una fava.
"Il ciclo della fondazione" è composto da sette libri, divisi in tre volumi. Il primo in ordine di scrittura risale agli anni '50 ed è composto da tre libri, "Fondazione" (1951), "Fondazione e Impero" (1952), "Seconda Fondazione" (1953), che sono, a loro volta, raccolte di racconti e romanzi brevi e che coprono un arco di circa 500 anni. Il secondo è un dittico ed è il sequel del primo ciclo, ed è stato scritto quasi trent'anni dopo: "L'orlo della Fondazione" (1982) e "Fondazione e Terra" (1986), e questi sono due romanzi. Così come sono due romanzi gli ultimi due volumi del terzo ciclo, che, a sua volta, è un prequel: "Preludio alla Fondazione" (1988) e "Fondazione Anno Zero" (1993), uscito postumo.
Siccome Mondadori ha deciso di numerare i diversi volumi, sono stato costretto dalle mie fisime a leggerli in ordine cronologico (cioè prequel, trilogia originale, sequel). Il che non ha particolarmente giovato al ciclo, in tutta sincerità. Quindi facciamo che ve ne parlo in ordine di scrittura - che, casualmente, è pure l'ordine di quali sono meglio e quali si potrebbero tranquillamente evitare.
LA TRILOGIA ORIGINALE
I primi tre libri, composti a loro volta da raccolte di racconti e romanzi brevi, mostrano il crollo del millenario Impero Galattico e la nascita di un secondo impero, guidata e programmata dal Piano Seldon, che ha previsto tutte le diverse tappe che dovranno essere attraversate prima della sua rifondazione, passando dal caos all'ordine, grazie alla disciplina scientifica della psicostoria.
Parlando del "Ciclo della fondazione", specialmente nel caso di questo primo volume, si sottolinea spesso come Isaac Asimov si sia ispirato al crollo dell'impero romano, e in effetti non è difficile riscontrare le diverse suggestioni e i diversi momenti che vengono trasposti qua, dalla disgregazione della periferia al rapporto fra generali e imperatori, ma anche al ruolo fondamentale della trasmissione del sapere attraverso gli enciclopedisti/monasteri. Ma, altrettanto fondamentale, è, per me, l'apporto che Asimov prende da "Guerra e pace", in particolare il saggio finale di Tolstoj sulla Storia. Ovvero, detto in modo (nemmeno troppo) estremizzato: quelle 150 pagine che concludono l'epopea di Tolstoj possono essere lette tranquillamente in calce all'epopea galattica di Asimov, sostituendo i nomi dei conquistatori galattici a quelli di Napoleone e dei russi. Sia Tolstoj che Asimov riflettono sul ruolo della Storia e su come sia possibile conciliare libertà individuale e determinismo storico. "La presenza della questione del libero arbitrio, seppure inespressa, si avverte a ogni passo della storia", così Tolstoj. "Faccia ciò che le pare. Eserciti il suo libero arbitrio. Verrebbe comunque sconfitto. [...] A causa del vicolo cieco della matematica del comportamento umano che non può essere fermato, annullato o deviato", così Asimov.
"Il ciclo della fondazione" di Asimov è composto da tre volumi e da diversi racconti e romanzi brevi. Come, appunto, una specie di Storia in progredire. Il senso, però, è ovviamente comprensibile soltanto nella lettura del ciclo completo. In particolare, possiamo suddividere il tutto in due grosse macro-sezioni: la prima che ci mostra il progredire del Piano Seldon - ovvero la Provvidenza laica di Asimov, ovvero la Storia - con una società in divenire e nella costruzione di una complessità sempre maggiore attraverso cicli di evoluzione-stasi-crisi; e una seconda parte che riflette profondamente sui limiti del libero arbitrio, in particolare con la figura del Mulo, vera e propria figura super-omistica, paragonabile a quello che per la letteratura e la filosofia ottocentesca fu Napoleone.
L'assunto base e ripetuto letteralmente a ogni pie' di pagina da cui parte Asimov è che il comportamento di enormi masse umane è prevedibile statisticamente secondo delle complessissime leggi e tutto, ma comunque prevedibile statisticamente. La materia che si occupa di questa previsione è la psicostoria e una delle regole basi affinché possa riuscire nelle sue previsioni è che le persone non sappiano di queste previsioni. Ovviamente la psicostoria non si occupa di prevedere il comportamento del singolo individuo, ma di intere masse: non prevede se la mia storia d'amore andrà in frantumi, ma fra quanto ci andrà la società occidentale in cui vivo. "La vita dei popoli non è riducibile alla vita di pochi uomini, perché il nesso fra questi pochi uomini e i popoli non è stato trovato. La teoria secondo la quale questo nesso si baserebbe sul trasferimento della somma delle volontà delle masse ai personaggi storci è un'ipotesi non confermata dall'esperienza della storia" (Tolstoj). Questo concetto raggiunge l'apice nel romanzo breve "Il generale", il primo del secondo volume, "Fondazione e Impero", dove le azioni e le volontà individuali appaiono non soltanto inutili, ma ridicolmente inutili rispetto l'andamento storico. Quello che è interessante è che nonostante la visione di Asimov della Storia sia priva di qualsiasi trascendenza, il modo in cui ci viene mostrato Seldon e la Seconda Fondazione - la fondazione segreta che ha il compito di vigilare sul fatto che il Piano Seldon rimanga sui giusti binari - assumano contorni piuttosto magici. Sia per noi che per i personaggi dei romanzi. Ma è comprensibile: è quello che viene definito pensiero magico, ovvero la costituzione di nessi di causa-effetto completamente arbitrari, che ci appaiono e gli appaiono come magici, al limite della preveggenza e del destino. Seldon, seconda Fondazione, seppur umani sono in realtà la personificazione della Storia. O meglio la personificazione di un'ipotesi di lavoro assurda che però si basa su un'ipotesi di analisi della realtà piuttosto concreta: la stesura di un Piano millenario nel momento in cui si conosce il comportamento di tutta la massa umana (ipotesi assurda), poiché determinale e analizzabile e prevedibile (ipotesi concreta).
Il fatto che sia una scienza e non una religione è al centro di tutta la parte del Mulo e conseguente crisi. Il Mulo, come dicevo, è l'oltre-uomo, è Napoleone, è l'imprevedibile. La lotta allora fra Mulo e Seconda Fondazione è la lotta fra individuo e necessità storica. Cioè, mentre il generale del racconto precedente è soltanto l'ennesima forma prevedibile di conquista e crisi che si inserisce nel grande progredire delle cose storiche, il Mulo è un'eccezione, un vero e proprio mostro, una meraviglia della Natura, non a caso un mutante. Il che mette ovviamente in crisi il Piano, perché mentre la Provvidenza ha letteralmente tuto sotto controllo e non può esistere nulla che esuli da Lei - altrimenti che Provvidenza sarebbe -, la psicostoria è una scienza e l'imprevedibile può accadere e qua entra in gioco la Seconda Fondazione, specie di poliziotti della Storia. E il modo che hanno per sconfiggere il Mulo non è quello di sconfiggerlo in battaglia o che, ma di renderlo uomo, di toglierlo dalla sua eccezionalità e rimetterlo all'interno della massa su cui agisce la Storia. Sul tema dello sforzo per riportare gli eventi all'interno dei binari del Piano Seldon insiste l'ultimo racconto - forse il più debolino della raccolta, "La ricerca da parte della Fondazione", fatto di intrighi e contro-intrighi dove una ragazzina viene coinvolta nella ricerca della Seconda Fondazione. A questo proposito: fatta eccezione per il Mulo, ogni volta che Asimov lascia spazio ai personaggi, qualcosa scricchiola: la forza del Ciclo, proprio come la psicostoria, sta nella massa.
I SEQUEL FORSE NON PROPRIO NECESSARI
Pubblicati a più di 30 anni di distanza dalla trilogia originale, le motivazioni dietro "L'orlo della Fondazione" e "Fondazione e Terra" le spiega Asimov stesso: pressioni dell'editore e degli appassionati e un anticipo decuplicato rispetto gli altri suoi libri. E in fondo, che Asimov stia scrivendo questo romanzo più perché costretto/invogliato che per un qualche interesse nei riguardi della Fondazione é palese. Ne "L'orlo della Fondazione" il piano Seldon viene messo ai margini e in "Fondazione e Terra" scompare quasi completamente, cambia il tipo di fantascienza, il racconto stesso é stirato quasi all'inverosimile. Tutto questo per dire che questi due sequel sono tutto tranne che romanzi perfetti, anzi, sono estremamente verboso, in molti punti girano a vuoto e di molte parti non si capisce effettivamente a che servano, ma d'altra parte, la premessa é così affascinante e lo sviluppo così piacevolmente assurdo (viste le premesse del ciclo fino a quel momento) che non si può non rimanere catturati. Cioè, nessuno mi toglierà dalla testa che l'idea di Battlestar Galactica di ricercare la Terra sia stata presa di peso da questi romanzi.
Però, ecco, quando si diceva che ad Asimov non gliene teneva mezza di tornare a parlare della Fondazione e della progressione storica del Piano Seldon, intendevo proprio la scelta di far deragliare narrativamente Piano, Seldon, e Fondazioni varie. Con tutta una serie di capovolgimenti narrativi, che nella migliore delle ipotesi sono arzigogolati e nella peggiore, beh, campati in aria, Asimov sposta l'idea di un Piano millenaristico portato avanti dalla scienza a una specie di fusione di coscienze che si rifà alla nuova concezione ecologista di James Lovelock: l'ipotesi Gaia, da cui Asimov riprende non solo il nome del pianeta che vive in una sorta di coscienza collettiva che unisce l'intero mondo, dagli umani ai sassi, ma proprio l'idea di una realtà interconnessa a livello di coscienza e percezione, e che lui porta a livelli galattici. Il cambiamento a questo punto non é soltanto narrativo, ma proprio a livello di paradigma teorico e scientifico su cui si muove Asimov. Cioè, al di là di ogni possibile intermezzo e interludio che Asimov ci butta dentro, il centro del libro é la scelta - fatta da un uomo che non può sbagliare - fra Galaxia, ovvero la svolta intergalattica di Gaia, o il proseguimento della Storia com'é stata finora, fra prima fondazione (il progresso tecnico-militare, "un impero militare fondato sulla lotta, mantenuto in piedi con la lotta e destinato alla fine a essere distrutti dalla lotta") e seconda fondazione ("un impero paternalistico, fondato sul calcolo, mantenuto in piedi col calcolo, destinato a una sorte di morte quotidiana provocata dal calcolo"). A rendere ancora più palese il discorso che porta avanti Asimov ci pensa il secondo libro, "Fondazione e Terra" dove la trama è letteralmente un viaggio attraverso quattro metafore grosse come pianeti, dove vengono mostrate le conseguenze dell'isolamento.
Asimov, quindi, con questi sequel non si distacca soltanto narrativamente da ciò che ha costruito finora, ma sembra quasi scagliarsi contro di esso a livello viscerale e molto più personale. Il che é comprensibile se si considera che il primo racconto della Fondazione risale al 1941 e questo volume al 1982, con in mezzo guerre mondiali, nucleari, cambiamenti climatici e così via, in una parola: il Novecento.
I PREQUEL DECISAMENTE NON NECESSARI
Oltre ai soldi, un'altra importante motivazione dietro i sequel è la volontà di Asimov di unire il Ciclo delle Fondazioni al Ciclo dei Robot, altro suo ciclo fondamentale in cui racconta il futuro tecnologico dell'umanità. E chi sono io per giudicare le fisse degli altri? Quindi va bene così. Questo stesso piano si trova anche nei prequel. In tutta sincerità non mi viene altro termine che bruttini per definire "Il Preludio alla Fondazione" e "Fondazione Anno Zero".
Ne "Il Preludio alla Fondazione" si ha, infatti, la sensazione che l'azione, la storia in sé sia piuttosto posticcia, costruita in modo disarmonico per mostrare l'elaborazione della teoria psicostorica a Hari Seldon in un modo che fosse accattivante per il lettore, quindi intrecciandola con una specie di spy-story fra intrighi e doppi giochi. Il problema é che della spy-story in sé frega poco che nulla, la tensione non viene mai percepita - nemmeno i personaggi sembrano percepirla, figurarsi noi -, e tutto appare come un pretesto per muovere qua e là Seldon e farci conoscere i diversi ambienti. Ambienti, che però, paradossalmente, risultano altrettanto macchiettistici - un po' come tutti i personaggi d'altronde. Ogni ambiente é una scusa per mostrare un determinato tipo di società, anche con intenti in alcuni casi satirici, ma risultano sempre distanti e, beh, privi di quel realismo immaginario che aveva contraddistinto Asimov. Ecco, in fondo, credo sia questo il problema maggiore del Preludio, da cui discendono tutti gli altri: la mancanza totale di concretezza, sembra un abbozzo di storia. Oltre a utilizzare espedienti narrativi (la storia d'amore fra Seldon e un robot) ricalcati dal romanzo precedente, "Fondazione e Terra", che stonano molto per la loro pigrizia.
Pigrizia che ritroviamo anche in "Fondazione Anno Zero": strutturato in quattro racconti che coprono diversi decenni, ancora più che nel precedente, qua si percepisce la sua natura di prequel, specialmente mostrando da dove vengono molte cose che avranno una centralità maggiore nella trilogia classica. I primi due racconti vedono Hari Seldon in lotta contro un gruppo politico capitanato da una specie di Beppe Grillo intergalattico (e qua Asimov purtroppo fa, di nuovo, la scelta infelice di utilizzare due volte la stessa svolta narrativa per una trama già sostanzialmente simile), il terzo é una sorta di whodunit (forse il mio preferito, ma anche il più debole), il quarto é la ricerca disperata dei fondi per la ricerca e conclusione e ponte della serie. Pur soffrendo delle stesse difficoltà narrative del primo volume - personaggi macchiettistiche, storie che giricchiano a vuoto -, il fascino di questo volume conclusivo risiede nella messa in scena del crollo imperiale. Se nel primo, infatti, l'Impero ristagnava, qua inizia il suo lento, ma inesorabile, crollo. Ed é affascinante come Asimov insceni questo crollo attraverso eventi tanto pratici, quanto quotidiani. Dalla giustizia alla manutenzione. É proprio questa sensazione di familiarità e matericità del crollo imperiale, che non risulta mai una roba astratta, bensì concreta, fisica, fatta di eventi e accumuli, che é la cosa migliore del romanzo. Di cui però si farebbe tranquillamente a meno.