C’è qualcosa di irresistibile nei romanzi di Thimotèe de Fombelle.
Non è la storia (per quanto mai banale e sempre assai complessa), non è lo stile (lineare e scevro di qualsivoglia orpello), non sono i personaggi (alcuni notevoli, altri meno), ma è l’architettura della narrazione a fare la differenza. I suoi libri sono dei perfetti meccanismi a orologeria, dove la messa in scena delle numerose storie intrecciantesi dà vita ad un fregio dall'incastro perfetto, e dove i misteri vengono pian piano risolti unicamente per far spazio a nuovi enigmi, avvincendo il lettore sempre di più, fino allo svelamento finale.
In questo caso, trattandosi d'un romanzo d'avventure marinaresche, il riferimento sovrano è lampante: Stevenson e la sua Isola; però qui il veliero è una nave negriera e Jim Hawkins e Long John Silver parrebbero coesistere nella stessa persona.
Inoltre, va riconosciuta all'Autore un'importante nota di merito: riesce ad affrontare con la giusta crudezza un tema complesso come quello dello schiavismo, raccontandolo con gli occhi dei popoli africani, cosa oggi considerata da molti di dubbio gusto se fatta da uno scrittore europeo -e quindi, per sua natura, colonialista nell'anima-, ma per fortuna la letteratura per ragazzi parrebbe ancora immune a queste critiche a mio avviso poco edificanti, e de Fombelle fa bene a osare, raggiungendo alte vette di emozione.
Tutto ciò non fa che confermare le mie ottime impressioni sull'Autore, che non scrive Young Adults modaioli, ma vera letteratura per ragazzi; che non s'imbarca in saghe da decine di tomi, ma dà il meglio di sé in agili romanzi in due volumi, interrompendo la narrazione proprio sul più bello!
Ora non mi resta che aspettare che finisca di scrivere il secondo volume, per l'appunto.