Irene Runggaldier, classe 1963, gardenese di Ortisei, membro del consiglio direttivo del Trento Film Festival dal 2023, pubblicista, autrice anche per radio e televisione, ha elaborato con questo libro un’interessante storia dell’alpinismo femminile internazionale (anche se con una maggior attenzione al mondo germanofono, che non guasta) che va dagli albori sino alla seconda guerra mondiale. La scelta di fissare a questo momento storico il termine per la sua ricerca risiede nel fatto che dopo il secondo conflitto sono avvenuti talmente tanti cambiamenti anche sociali che hanno impregnato anche l’alpinismo e la posizione delle donne al suo interno che avrebbe richiesto tutto un altro tipo di lavoro: convincente. Corredato da un apparato iconografico di prim’ordine, il librone (grande formato, carta patinata) è suddiviso in sette parti (ciascuna poi è suddivisa in paragrafi in cui vengono presentate singolarmente le donne selezionate) ben intitolate: primi passi; le intrepidi; le donne possono scalare?; Le montagne come luogo di vita e di lavoro; Chi scala da primo? Unite siamo più forti; Le montagne viste dalle donne. La Runggaldier, che scrive veramente bene, in maniera scorrevole, usando un vocabolario accessibile a tutti ma mai banale, capace di presentare con molta expertise (sia dal punto di vista stilistico che di cernita) le parti salienti del percorso delle donne prescelte e di inserirle bene all’interno della sezione dedicata, si sofferma più su qualcuna piuttosto che su altre. Non ci è chiaro il motivo: non sappiamo se è perché abbia trovato più materiale per qualcuna che per altre oppure perché abbia reputato più interessanti alcune figure rispetto ad altre. Di fatto, si tratta di una scelta che penso ben fatta e che mi ha permesso di approfondire ritratti veramente interessanti (quello che mi ha colpita di più è stata la storia di Hettie Dyhrenfurth che dopo essersi sacrificata al massimo per il marito, poi si ritrova separata perché lui ha intrecciato una storia con un’altra: mi ha ricordato la storia di Elisabeth Maxwell, la madre di Ghislaine Maxwell, la compagna di Epstein). Dal punto di vista alpinistico però la Runggaldier si è presa non poche libertà perché ha incluso anche tante donne che in montagna ci andavano a livello di trekking ed esse, anche se hanno espresso pensieri interessanti a prescindere sull’alpinismo (con cui loro erano appena entrate in contatto), da un punto di vista “alpinistico” non c’entrano molto (e difatti l’autrice, con molta sagacia, intitola il suo libro “donne in ascesa” e non “storia dell’alpinismo femminile). Se si segue benissimo l’interessante percorso anche solo dell’abbigliamento delle donne in montagna e come si evolve, delle regole sociali (che prevedevano a valle un certo comportamento tra uomini e donne mentre in montagna era diverso) e dell’influsso che ha su corpo e mente (proprio come gli uomini!), purtroppo la Runggaldier cade malamente sul finale: anche lei insiste (come in tutto il mondo germanofono, e chissà perché) sul dichiarare Oh Eun Sun come prima donna ad aver completato l’Himalayan Crown, quando invece è stata Edurne Pasaban; dichiara che Nives Meroi abbia smesso di completare il suo Himalayan Crown a causa del malore del marito (completata cinque anni dopo la pubblicazione del libro) ma soprattutto perché non ha preso posizione CONTRO Leni Riefenstahl, incomprensibilmente la beniamina dei sudtirolesi: non si può semplicemente condirla via come un’ “opportunista” ed apprezzare per il fatto che abbia reso le donne finalmente protagoniste dei film d’avventura. No. Questo no. Perché l’opportunismo non è mai bello a prescindere, specialmente poi quando si è opportunisti con certa gente come Hitler. Tirando le somme, dunque, un libro interessante, molto ben scritto, per cui l’autrice si è chiaramente ben preparata e che ci ha saputo restituire con grande professionalità (e quindi piacevolezza). Comunque, mi sento di consigliarlo a chi è appassionato di queste tematiche.