Questo libro raccoglie alcune delle domande che mi ha fatto Charlot quando la vita gli ha inflitto le prime ferite. Quelle ferite di cui non si riesce a capire il senso anche volendone cercare uno a tutti i costi. Crediamo di non poter vivere senza spiegazioni, senza una ragione, senza che ci sia un motivo per ogni cosa. Ignoriamo che dovremo per forza imparare a vivere con certe ferite che non hanno né ragioni né motivi.
Maryse è una dottoressa molto temuta e rispettata nel suo campo, il suo obbiettivo nella vita è quello di distruggere il cancro non per salvare la vita dei suoi giovani pazienti ma per essere ‘colei che l’ha sconfitto‘, per poter essere ammirata e premiata.
Maryse è la voce narrante e il personaggio fulcro della storia perché proprio lei rappresenta il tanto temuto ego che si impossessa della nostra vita e ci impedisce di viverla al meglio.
Ero diventata insomma il ritratto della modernità: un pallone gonfiato con un signor ombelico al posto del cuore. La profondità richiede lentezza. Io non avevo tempo da perdere con quello che richiedeva tempo, prima che la tristezza di Charlot mi bloccasse in pieno volo. Quando si ha l’impressione di sapere tutto, l’ignoranza innervosisce. E anche il mistero.
[…] In un mondo che privilegia la superficie delle cose e crede di trovare la verità nelle parole di un uomo d’affari, un giornalista o un attore, si fa presto a smettere di farsi domande. I miei toni non ammettevano repliche.
[..] Dentro di me c’era una politica abile, subdola, capace di individuare chi dovevo blandire per ottenere quello che volevo al momento opportuno.
Dopo un’avventura impetuosa e passionale con un clown, Jerome, Maryse ha visto tutti i suoi sogni di grandezza interrompersi bruscamente di fronte alla nascita di suo figlio Charlot, che fin da piccolo dimostra intelligenza e perspicacia sopra la media.
Se già la presenza di Charlot nella sua vita, nel bene e nel male, non l’avesse sconvolta abbastanza, tutto viene messo in discussione quando il figlio di nove anni le pone una domanda all’apparenza tanto semplice quanto profonda: “Mamma, che cos’è l’ego?”
Charlot ha sentito la parola “ego” a scuola durante una discussione tra due insegnanti e capisce che è qualcosa di importante; nessuno gli sa spiegare cosa sia e questo lo ostina a insistere per trovare una risposta.
Quando finalmente ho messo a fuoco che ero incapace di rispondere in maniera corretta a un bambino di nove anni, le mie certezze sono crollate. La grande Maryse du Bonheur ha iniziato a riempirsi di crepe.
In occasione del blog tour dedicato al romanzo, ecco un piccolo focus su Marie-Lou:
Dalla ricerca dell’ego, Charlot intraprende una ricerca costante, profonda e tortuosa per disegnare, creare, visualizzare l’ego. Accanto a lui si accostano Hadid e Marie-Lou che, a dieci anni, comprendono il suo bisogno di conoscenza e formano un trio intelligente e fuori dal comune.
È qui che entra in gioco l’importante personaggio di cui vi parlo oggi: Marie-Lou è diventata sorda per colpa della meningite, è stata operata alle orecchie ma dopo diverso tempo non riesce ancora a parlare, come se avesse qualcosa incastrato in gola che le impedisce di dare voce alle sue parole.
Lei e Charlot diventano ben presto inseparabili e decidono di dedicare ogni giorno della loro vita alla ricerca ossessiva di disegnare Egoman, un supereroe che si impossessa delle persone e impedisce loro di essere “presenti“.
Marie-Lou era una piccola ombra che tremava quando le si rivolgeva la parola o si chiudeva in sé stessa al minimo cenno di contatto.
La crescita di Marie-Lou come personaggio va a braccetto con la sua crescita all’interno della storia: pagina dopo pagina, Marie-Lou diventa la spalla di Charlot, un’amica, un’amante, un supporto e uno scudo; è il pezzo del puzzle che completa Charlot.
La sua presenza è fondamentale per la crescita di Maryse, di Charlot e del lettore stesso.
Marie-Lou trasmette la forza di rivalsa, la crescita personale, la compassione, la tenerezza e la gioia di vivere. È un personaggio pieno di colori e privo di ombre, un personaggio a cui ci si affeziona subito e in cui è facile immedesimarsi.
Marie-Lou, per me, simboleggia un’importante vittoria contro l’ego.
“Oggi so cosa vuol dire l’espressione: ‘Volersi bene’. È quando non c’è più un ‘io’ alle prese con certi tormenti, il disprezzo, la paura di scomparire o di essere dimenticati. […] Ora so che il giorno in cui ho cominciato a volermi bene non c’era più nessun ‘io’, ma soltanto una presenza benevola.”
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“Il giorno in cui ho imparato a volermi bene” è un romanzo attraverso il quale Serge Marquis ha voluto far luce su una questione reale e importante: l’ego.
Questo meraviglioso romanzo è un manifesto, un’analisi approfondita, delicata e amorevole di un sentimento che ci impedisce di essere presenti nella vita di tutti i giorni: l’ego ci distoglie da ciò che ci circonda, dai fiori, dal sole, dalla nostra luce interiore, annulla la nostra capacità di amare e taglia ogni connessione con il resto del mondo.
Se tutti noi riuscissimo a sconfiggere Egoman, il mondo sarebbe sicuramente un posto migliore.
Questo romanzo mi ha trasmesso tanto e lo rileggerò più volte per riuscire a cogliere le mille sfaccettature nascoste tra le sue pagine.
“Mentre l’ego si accanisce a confermare la sua durevolezza, immutabilità e perennità, niente dura in eterno su questo pianeta. Ogni forma dotata di vita ha una fine. La quercia, l’ape, la rosa.”
[…] “Le mie sculture spariranno un giorno e se non avessero questa vocazione a sparire non mi sarei nemmeno messo a scolpirle. Nulla permane e, più del cancro, ciò che uccide è l’attaccamento alle cose, a ogni tipo di cosa, alle idee, alle opinioni, e impedisce anche di amare.”
“A cosa servo io, allora?”
“Quando non è Egoman che muove i tuoi passi, tu servi la vita, tutto qui.”