Glenn Cooper ha scritto questo libro ben prima del coronavirus, e per quanto possa all’apparenza stupire un’apparente previsione del genere, non è così imprevedibile l’idea che il mondo collassi sotto un virus altamente contagioso. Lo diceva da anni l’OMS, pure Bill Gates e nel libro stesso si capisce come un virus voglia essere più contagioso che letale.
I primi capitoli sembrano narrati con un tono quasi sarcastico, soprattutto se letto nella seconda metà del 2020, in cui un dottore arrogante e, permettetemelo, idiota, decide di ignorare le regole di sicurezza per portare avanti un progetto sì monumentale ma che chiaramente gli interessa solo per la fama che gli porterebbe. E qui ci si potrebbe soffermare a valutare l’idiozia di un comportamento del genere, che se anche non ci fossero altre 500 pagine di libro si potrebbe già immaginare la catastrofe che avrebbe portato. Cooper lo fa con quella nota di sarcasmo che solo un “io lo avevo detto” potrebbe superare, e non si risparmia i dettagli meno igienici e, sfortunatamente assai comuni, di chi tossisce in faccia agli altri senza tante cure, mentre mostra con quanta facilità un virus si propaga da un laboratorio al resto del mondo.
Da lì alla fine di quasi ogni civiltà passano pochi giorni, giusto il tempo di un blackout e qualche saccheggio che l’indole umana si mostra nella sua natura più violenta o compassionevole, con molte poche vie di mezzo. I malati, ormai più burattini che esseri umani, seguono il cibo e altri istinti carnali, i sani seguono il cibo e altri istinti carnali senza un briciolo di coscienza. Le eccezioni si contano su una mano e anche quelle raggiungono e superano qualche limite, ma alla fine quando nulla ha più senso i limiti a cosa servono?
La maggior parte del libro segue il Dottor Jamie Abbott, uno di quelli che aveva stabilito le famose regole poi infrante, ma anche quello che aveva costruito il veicolo dell’esperimento ora diventato pandemia mondiale. Vedovo da una dozzina d’anni non si fa problemi a portare avanti una relazione con una donna sposata, mentre passa metà del suo tempo a lamentarsi della figlia adolescente che non lo ascolta e l’altra metà a dire che è l’unico a poter trovare una cura. Dire che è sfortunato toglierebbe un po’ di colpa a Cooper che sembra divertirsi a farlo passare da un rapimento ad un altro, facendo morire praticamente ogni compagno che ha il coraggio di salire in macchina con lui, in delle vicissitudini degne di un cartone o di una serie tv.
Per tutti gli altri personaggi si dovrebbe fare una distinzione in due gruppi, da una parte gli uomini e dall’altra le donne. Iniziando dal primo si può semplicemente dire che sono praticamente tutti cattivi. Razzisti, omofobi, estremisti, violenti, stupratori… La lista è lunga e l’unico che si salva è il santo dottore, con forse qualche eccezione nei personaggi morti troppo presto per poter fare danni.
Dall’altra parte le donne, che subiscono ogni violenza in modi ben poco combattivi, eccezione di Linda che se si chiamasse Paul cadrebbe in pieno nel primo gruppo. Non hanno praticamente spina dorsale, non lottano e mancano di tutti quei tratti che rendono una donna tale. E su questo, onestamente, non vedo molte eccezioni, soprattutto nel finale, ma ci arriviamo.
Tolti questi difetti in cui gli autori maschi cadono fin troppo spesso, senza generalizzare né perdonare, la storia risulta accattivante, manca un po’ di quelle brave persone che negli ultimi mesi abbiamo scoperto in chi aiutava i vicini anziani senza chiedere nulla o che andava al lavoro nonostante gli alti rischi di contagio, e questo si può perdonare visto il taglio drastico del libro. Un thriller a tutti gli effetti, perché anche nei periodi più lenti, il lettore resta attaccato alla pagina per sapere il piano di fuga o aspetta la prossima catastrofe, soprattutto con la scrittura di Cooper che non sacrifica i passaggi riflessivi e lenti per le scene più animate e, quasi sempre, violente.
E ora arriviamo al finale, perché se fino al penultimo capitolo, o tecnicamente ultimo visto che il finale si trova nell’epilogo, il ritmo serrato segue il dottore nella sua missione di vitale importanza di salvare il mondo da una pandemia che in parte ha causato, il libro si conclude come se Cooper avesse terminato le pagine in cui scrivere. Avrebbe potuto scrivere un seguito, altri venti capitoli, avrebbe potuto peggiorare o migliorare la situazione, invece dopo tutto quello che era successo, il dottore riesce a raggiungere un centro di ricerca dove c’erano dei poveri ricercatori che aspettavano solo un leader per salvare il mondo nel giro di qualche mese.
Fine.
Anzi no, perché poi il dottore riesce anche a tornare indietro come nulla fosse dalla sua nuova compagna, con entrambe le figlie perfettamente sane e incinte dai loro fidanzati tutti felici e contenti.
Ma la cura? No, niente cura perché gli unici sani, i genitori, preferiscono i figli così, vuoti, bambineschi e burattini, non più adolescenti ribelli che forse avrebbero bisogno di fare una bella chiacchierata con qualcuno. Cooper ci nega la possibilità di vedere la figlia del dottore scatenare la fine del mondo, per davvero, dopo aver scoperto che per colpa delle mancanze del padre, perdonabili o no, lei si ritrova incinta, costretta a mettere al mondo un bambino che nessuno le ha chiesto se vuole, mentre tutti i ricordi dei morti e delle violenze subite resteranno per sempre. O Kyra, ora orfana, incinta di uno stupratore violento e con un fidanzato convinto di essere il padre che in realtà se la faceva con lei quando lei nemmeno sapeva chi fosse, se non per le poche parole nuove imparate.
In quel no finale c’è un fondo di maschilismo e sessismo così spesso che rovina tutto il resto del libro, che lascia anche l’amaro nel ripensare a tutte quelle decisioni che i genitori sempre prendono per i figli senza tenere in considerazione ciò che un bambino è ancora troppo piccolo per decidere.
Se in partenza il libro sembra parlare di un mondo non pronto ad affrontare una pandemia, una società ormai sul baratro etico per i compromessi che prende, alla fine sembra un saggio su come una persona che si ritiene più intelligente, più saggia, migliore degli altri vorrà sempre prendere decisioni senza ascoltare altro parere che il proprio. E se finché non c’era una cura il dottor Abbott si sentiva in colpa e faceva del suo meglio, ora è semplicemente colpevole, non di aver creato il vettore del virus ma di essere un pessimo padre che mette i propri desideri al di sopra di quelli di una figlia che chiaramente ha sempre preferito l’indipendenza, solo per poter stare ancora un altro po’ con quell’essere che di sua figlia ha solo l’aspetto.
Nel complesso il libro meriterebbe cinque stelle, o quattro e mezza, se si ignora l’epilogo, ma è proprio quella delusione finale che mi spinge a darne quattro. Il libro resta un thriller coinvolgente, dal ritmo intenso e la scrittura fluida ed elegante che ha sempre caratterizzato Cooper, forse ci vorrebbe solo una piccola angioletta sulla spalla dello scrittore che lo spinga a scrivere qualche personaggio un po’ più realistico.