La sinistra senza lotta di classe non è sinistra, la sinistra che non sostiene il metodo di ribellione scelto da chi è ai gradini più bassi della società non è sinistra, la sinistra che riduce a categorizzare come criminali e vittime chi vive ai margini, che concepisce un'azione nei loro confronti solo in termini di carità o di sanzione non è sinistra. È paternalismo borghese.
"La classe a cui appartengo determina la maniera in cui vedo il mondo e come interagisco" io sono una persona privilegiata, non ho mai avuto la paura di non sapere quando sarà il mio prossimo pasto, non ho subito violenze sistemiche, sono bianca, sono cisgender, sono etero.
Per quanto non voglia tutti (compresa io) misuriamo il valore delle persone in termini economici, ed essere cresciuta nella sicurezza economica mi valorizza immediatamente di più di chi invece stenta ad arrivare a fine mese. Perché?
Odio il capitalismo, odio il patriarcato, odio il suprematismo bianco, odio me stessa per non essere in grado di rompere questi schemi, perché far parte della middle class è così viscerale dentro di me che risuona in tutto quello che faccio anche se non voglio.
L'altro tema centrale del libro è la solidarietà. È commovente e avvilente insieme leggere che ci sia molta più solidarietà tra chi non ha niente che tra chi ha tanto. È forse più naturale essere solidali tra chi ne ha un disperato bisogno che tra chi sta bene. La solidarietà raccontata nel libro è la stessa che ho riscontrato sulla mia pelle in un momento di profonda crisi nella mia famiglia, negli ultimi mesi di malattia di mia madre. Per più di un mese ogni giorno persone venivano a casa nostra a portarci il pranzo, la cena, tanta frutta, ad aiutarci pulendo casa o come potevano, senza mai pretendere nemmeno un grazie in cambio, ma per pura solidarietà. Questo tema mi commuove sempre perché credo che sia una di quelle poche cose per cui vale davvero la pena vivere: amare, dare, essere tutt'uno con gli altri.
Questo libro non è un saggio politico, è una storia personale, è dare voce a chi non ne ha, è prendere a forza lo spazio pubblico. L'attivismo radicale di sinistra spesso è escludente, perché gli attivisti dotati di risorse culturali e materiali spesso tendono a ragionare negli stessi schemi di ciò che è reputato socialmente accettabile, quindi giusto, quindi degno di essere difeso, e ciò che non lo è (chi ruba, chi spaccia, chi fa sex work) e questa dicotomia lascia fuori i veri protagonisti della lotta. Se si vuole combattere il razzismo si deve dar voce ai non bianchi, se si vuole abbattere il patriarcato si deve ascoltare chi non appartiene al genere maschile, e allo stesso modo se si vogliono contrastare le disuguaglianze si deve partire da chi in prima persona vive la precarietà dell'economia.