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Essere senza casa. Sulla condizione di vivere in tempi strani

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Viviamo in tempi strani. Il nostro mondo è scosso da ondate di populismo nichilista e terrorismo, proiettato in un futuro fantascientifico di viaggi su Marte e transumanesimo, minacciato dall'apocalisse climatica: il nostro mondo sembra, insomma, essere sfuggito al controllo. In questo decennio, senza davvero accorgercene, siamo entrati nell'epoca ipermoderna, un'era fatta di accelerazione vertiginosa e orizzonti postumani in cui i contorni familiari della realtà sono mutati troppo rapidamente perché riuscissimo a stare al passo. Dalla Brexit al riscaldamento globale, dalle migrazioni di massa alla ricerca di vita nel sistema solare e oltre, l'intima stranezza dell'ipermodernità ci parla di un progressivo indebolirsi del senso di casa come luogo protetto dalle minacce dell'esterno. Oggi viviamo una crisi dell'abitare reale e metaforica, esposti alle logiche del capitalismo digitale e alle minacce di un'oscurità dove i significati umani smettono di esistere. È su questa soglia tra umano e macchina, umano e animale, interno ed esterno, che prolifera la stranezza dei nostri tempi.

172 pages, Paperback

First published June 1, 2020

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Gianluca Didino

6 books92 followers

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Displaying 1 - 7 of 7 reviews
Profile Image for Vincenzo Politi.
171 reviews165 followers
December 17, 2020
L'ho letto sotto consiglio di un mio amico, che ne aveva detto e scritto tutto il meglio possibile. C'è da dire che, inoltre, mi incuriosiva molto questo saggio scritto da un italiano a Londra e che ha vissuto sulla sua pelle il referendum per la Brexit. Anche io ho abitato a Londra ed anche io vivevo in Inghilterra ai tempi del referendum. Andai via dal Regno Unito (e credo, a questo punto, per sempre) poco più di sei mesi dopo quel fatidico giugno 2016, tradito da una nazione che non era più 'casa mia' e che, mi rendo conto, forse non lo era mai stata. Mi sono quindi avvicinato a questo saggio con un misto di curiosità e di empatia, se non di simpatia (nel senso etimologico di 'patimento condiviso').

Le aspettative non sono state deluse. Didino ha imparato molto bene la lezione del New Journalism ed ha imbastito un interessante viaggio attorno ai concetti di 'spaesamento', 'sradicamento' e 'homelessness' senza però dimenticare la propria esperienza personale, che anzi arricchisce il suo libro. Didino parla dunque dello spaesamento parlando (anche) di sé, ma senza perdere di vista la prospettiva teorica, che lui stesso riconosce esplicitamente essere quella fornitagli dal critico culturale Mark Fisher, il compianto autore di saggi influenti come The Weird and the Eerie. Senza voler necessariamente scoprire nulla di radicalmente nuovo, Didino rielabora (diligentemente ed agilmente) il pensiero di Fisher, allargandolo ed filtrandolo attraverso il punto di vista di un italiano all'estero. Il risultato è davvero molto godibile, leggibile e, come direbbero gli inglesi, thought provoking.

Ho solo alcune piccole riserve. Parlare del presente è sempre complicatissimo: è talmente 'ampio' che non lo si può mai vedere per intero, perché è troppo vicino. Bisogna quindi fare un accurato lavoro di selezione. Fin qui, nulla di male. Una fastidiosa sensazione che però ho avvertito in alcuni momenti è che Didino, effettivamente, non avesse un 'criterio di selezione' comprensibile, al di là del proprio gusto personale. Spesso ho anche notato che Didino proprio non ce la fa a frenare un certo intellettualismo, che a volte ho trovato fuori luogo. Sottolineo: non c'è nulla di male a formulare considerazioni critiche di un certo tipo, anche inquadrandole all'interno di determinati dibattiti teorici. Il problema nasce dalle aspettative create. Recita la quarta di copertina del libro: «Dalla Brexit al riscaldamento globale, dalle migrazioni di massa alla ricerca di vita nel sistema solare e oltre, l'intima stranezza dell'ipermodernità ci parla di un progressivo indebolirsi del senso di casa come luogo protetto dalle minacce dell'esterno». Queste, le aspettative. Poi però si apre il libro e le migrazioni di massa, o la tragedia di chi lascia una nazione che poi viene rasa al suolo (e perde la propria casa in senso davvero definitivo o irrimediabile), o il surriscaldamento globale, o i viaggi galattici rimangono sullo sfondo, a volte sono appena accennati. Al posto di considerazioni su queste tematiche, Didino prende spunto da certi autori (che poi, gira che ti rigira, sono sempre gli stessi autori: Foucault, Lyotard, e compagnia) per imbastire interpretazioni sulla 'iper-modernità' che saranno interessanti (e lo sono), ma che a volte perdono di vista il mondo così come lo viviamo, non come ce lo rappresentiamo col senno di poi e con i dovuti apparati teorici. L'ultima parte, poi, diventa proprio un saggio di critica letteraria, con una discussione sulla struttura dei romanzi contemporanei. Si arriva a parlare di 'storie' partendo dalla premessa che "essere senza casa significa essere spaesati, anche le storie contenute nei romanzi contemporanei sono spaesanti, quindi parliamo del romanzo contemporaneo": un ragionamento che mi pare un po' tirato per i capelli. Avrei preferito una discussione più approfondita sui diversi fenomeni sociali, politici ed economici relativi all'"essere senza casa", magari con un po' più di ricerca da parte dell'autore, invece di una teoria del romanzo iper-moderno. Ma ripeto: si tratta di una semplice espressione di preferenza. Il saggio merita tantissimo, è scritto sicuramente molto meglio di tanti 'saggi divulgativi' incomprensibili, e sicuramente continuerò a seguire questo autore.
Profile Image for Hex75.
986 reviews60 followers
February 19, 2021
premessa: ho come il dubbio che in questo momento la saggistica (quella vera, non gli instant-book fatti da qualche "grande firma" per cavalcare il tema del momento) sia una delle parti più interessanti dell'editoria italiana, più di una narrativa che spesso trovo abbia difficoltà a seguire il presente e sembra rifugiarsi su situazioni "comode" (storie autobiografiche, nostalgie varie, riscoperta del passato) per un pubblico che forse on chiede altro.

"essere senza casa" è un libro che sicuramente non fugge dal presente, e cerca anche di porsi delle domande sul futuro, da anni il grande rimosso di gran parte delle narrazioni circolanti nel nostro paese, e non è un caso che a scriverlo sia un autore che da tempo risiede a londra, ancora centro culturale di alto livello e ottimo punto di osservazione sul mondo (si notino i tanti riferimenti a libri non ancora o mai tradotti in italiano): partendo dalle sue esperienze personali gianluca didino si lancia in un viaggio che comprende filosofia e letteratura (occhio: a segnarsi i titoli citati c'è da costruirsi un favoloso piano di letture capace di durare un annetto...), sociologia e arte, cinema/serie tv e scienza, notando ispirazioni e sensazioni comuni ma senza nascondersi dubbi e preoccupazioni.
il libro ha l'ottimo dono di essere coinciso, nonostante la tantissima carne sul fuoco, e persino se non si è d'accordo con l'autore (non è il mio caso, ma suppongo possa succedere) si resta al termine del libro con diverse tracce da inseguire e argomenti su cui tornare, un po' come mi era successo lo scorso anno con "nuova era oscura" di james bridle: e per un libro di saggistica non credo ci possa essere risultato migliore.
Profile Image for Sara.
177 reviews98 followers
May 3, 2023
"[...] oggi la casa non è il luogo fisico in cui viviamo, perché nel capitalismo globalizzato ogni luogo è un non-luogo e tutto cambia troppo in fretta perché sia possibile mettere radici; non è la Terra, resa aliena e inospitale dal riscaldamento globale; non è il corpo, che è solo l'oggetto imperfetto che racchiude e limita il nostro desiderio; non è l'identità, resa problematica dall'ambiguità del concetto del Sé."
Profile Image for Leandro.
15 reviews
May 16, 2022
Un saggio interessante, scritto sulla scorta del più noto 'The Weird and the Eerie' di Mark Fisher.
Da Fisher, Didino riprende sicuramente tematiche ed ampiezza di riferimenti: dalla letteratura sci-fi al film e alle arti visive, dalla musica alla filosofia, passando per la cronaca e la storia.
Ogni riferimento o citazione è problematizzato dal punto di vista di un italiano residente a Londra ai tempi della Brexit, ma il corpo della tesi dell'autore - la concezione del vivere un tempo fuor di sesto vittima di cataclismi e turbamenti storici è assimilabile alla crisi contemporanea della "casa" (in senso abitativo e simbolico) - è perfettamente adattabile a molti lettori, e in larga parte condivisibile.
Solo che, a parer mio, lo stile di scrittura e di esposizione ricalca un po' troppo quello di Fisher, e a volte si ha la fastidiosa sensazione di percorrere un percorso già tracciato e definito da altri.
18 reviews
May 15, 2025
Non era quello che mi aspettavo, è andato in una direzione completamente diversa. Ma il viaggio, in questo vero e proprio tunnel abissale fino a scoprire la grana del nostro “mondo” (e uso questa parola con cognizione di causa rispetto al significato che vi dà l’autore) per quanto spaventoso in molti punti, e familiare in altri, in quanto contestualizza parte di pensieri e riflessioni che avevo già percorso, mi è piaciuto moltissimo. Alla fine di questo libro mi sono sentito come Giovanni Drogo alla fine del Deserto dei Tartari, di fronte al mare oscuro e tempestoso dell’Ignoto, atterrito, un po’ deluso ma anche affascinato.

P.S. Le sezioni aneddotiche sono secondo la punta narrativa più gustosa, se non centrata, di questo saggio.
Profile Image for Alberto Palumbo.
316 reviews43 followers
May 22, 2022
Ora direte: ma è un libro nato da saggi già pubblicati prima. E io vi dirò: in editoria è normale. Un libro di saggistica nasce anche da uno sviluppo più complesso di interventi già pubblicati prima.
Detto questo, lasciate perdere il fatto che “Essere senza casa” contenga qualche intervento pubblicato prima altrove e leggetevelo, perché Didino ha scritto qualcosa che in Italia forse non era mai stato fatto prima, ovvero un saggio sul weird, cercando di rielaborare il pensiero di Mark Fisher e aggiornandolo parlandoci di social media, migrazioni, l’idea di casa e tanto altro. Uno di quei saggi che hanno iniziato il discorso sul weird in Italia, che secondo me non è esaurito, anzi, è appena iniziato.
A partire dall’esperienza personale con la Brexit, Didino intreccia il discorso del weird con quello altrettanto importante - ripreso in ottica ecologica da Amitav Ghosh, ma che poi si leggerà più avanti in Malvestio - del post-umano: l’ipermodernità e l’accelerazione, infatti, hanno comportato un cambio di paradigma che ha condotto all’infiltrazione di ciò che è al di fuori dell’umano, impossibile da controllare. La paura del non-umano, ma anche dell’annullamento dei confini, di vivere un non-mondo, ovvero una realtà senza significato. E allora, come la bomboletta di Ubik (bellissima metafora usata da Didino), entra il gioco non tanto la metanarrazione, che con l’11 settembre viene meno, ma la micronarrazione, il susseguirsi di storie che servono a riempire il vuoto eerie che ci spaventa, ma nel farlo falsifica la realtà e annulla il confine fra finzione e verità. È questo, secondo Didino, che ha comportato la Brexit piuttosto che l’ascesa di Trump e dei populismi in generale: la paura del buio, dell’Altro. Didino, però, conclude che questi tempi strani, questo essere senza casa è diventata ormai la nostra condizione: bisogna solo cercare di non averne paura e di accogliere l’Altro nelle nostre narrazioni. La creazione di un racconto condiviso con l’Altro è il presupposto necessario per avere una possibilità di futuro.
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