Qualcuno ha detto che un grande artista in fondo crea sempre la stessa opera.
Severini ha scambiato quest’asserzione per un assioma e l’ha fatto suo al cento per cento.
È il terzo libro che leggo e sembra di essere sempre dentro lo stesso, un filo unico forte come una gomena li unisce tutti. Fatto è che sarà anche “lo scrittore più sottovalutato d’Italia” come sosteneva Tondelli (la vera ragione per cui Severini è capitato fra le mie mani e continua a tornarci), ma un po’ di varietà gli avrebbe giovato.
Siamo sempre nelle Marche, fra Osimo e Ancona, e c’è sempre un pretesto (qui il trasloco degli ultimi mobili, altrove un funerale) per ritornare nel 'borgo natio' e raccontare le stagioni passate: e, quindi, per ripercorrerle da distanza incerta, sempre un po’ umida di nostalgia, e sturare il vaso dei ricordi e delle illusioni perdute.
Ci sono sempre semi intellettuali, o presunti tali, avvolti in un doloroso benessere, qui più pirati che artisti (il che mi aveva fatto sperare per qualcosa di finalmente diverso), e anche un accidente di mezzo nobile decadente che ruba la scena agli altri personaggi, protagonista incluso.
Se altrove la struttura narrativa si appoggia all’epistolario o al diario, qui la forma scelta è sfrenatamente dialogica, purtroppo non sviluppata in maniera felice.
L’omosessualità è sempre tema centrale, questa volta per fortuna affrontato con meno reticenze, dando spazio al corpo e all’anima.
Il fatto è che dopo questo incipit In quei giorni non si sapeva in quale letto ci si sarebbe risvegliati, né accanto a chi, speravo tanto di non finire con brani così: Mi evoca il sentimento di tutti i ricordi che ho dimenticato: un vago malessere, una struggente nostalgia, e chissà perché, pochi versi di Carducci imparati svogliatamente a memoria per la scuola ed ora ritrovati, in questa notte di dicembre, come un superfluo ammonimento che mi intenerisce. È spiacevolmente spiazzante. Non solo per via di Carducci.