La dipendenza dalle automobili è così reale e totale da averci portato a pensare che non ci siano alternative credibili? Bene, è il momento di trovarle, perché così non andremo molto lontano. Crisi energetica, crisi economica, crisi ambientale, crisi sociale, crisi politica. Possiamo girarci intorno quanto vogliamo, ma quelli a cui stiamo assistendo sono gli spasimi di un sistema economico in fase terminale.
Andrea Coccia ci racconta come l’industria automobilistica abbia completamente plasmato il mondo in cui viviamo, creando una società costruita attorno all’automobile. A partire dal passaggio da ferrovie ad autostrade, per giungere ai nostri giorni e alle nostre città costantemente intasate dalle colonne di automobili bloccate l’una dietro l’altra, l’autore ci apre gli occhi sull’urgenza di opporci a un mondo al servizio dell’automobile e immagina nuove strategie di mobilità più sostenibili.
Un'interessante analisi sul ruolo dell'automobile nella società capitalistica. Un po' debole forse la parte propositiva, dove troviamo condivisibili proposte utopistiche, ma manca di quella concretezza che servirebbe per superare davvero l'uso sconsiderato che facciamo dell'auto. Assolutamente convincente la conclusione che lega a doppio filo il discorso sulla riappropriazione del tempo lavorativo e dell'uso dell'automobile - anche se, va detto, il telelavoro è una possibilità che riguarda solo una fetta privilegiata di lavoratori e, almeno in questo, l'autore suona un po' radical chic.
Un saggio interessante soprattutto per chi come me vorrebbe limitare al massimo l'uso dell'auto. Molto ben fatta la parte che parla dell'egemonia anche culturale dell'automobile, con tanti accenni storici interessanti. Forse un po' meno approfondita la parte finale, in cui mi sarei aspettato qualche proposta concreta in più.
Il libro non mi è piaciuto. Il linguaggio colloquiale adottato (“fare il cazzo che mi pare”) non è quello che preferisco in un saggio, per quanto breve esso possa essere (60 paginette). Le citazioni pop mi sono sembrate forzate: passi Walter Benjamin con i suoi “Passages di Parigi” (B descrive il progetto di rifacimento di Parigi nella seconda metà dell’Ottocento*), ma tirare in ballo Inception solo per rendere l’idea dell’arzigogolata industria automobilistica e delle sue spire (reparto marketing, product placement, lobbying) mi è sembrato inutile, oltre che dispendioso in termini di battute. È l’apparato statistico la parte più interessante: “Un’automobile di media grandezza occupa circa 10 metri quadrati. Significa che quel miliardo e 300 milioni di macchine che già circolano nel mondo in questo preciso momento stanno occupando circa 13 miliardi di metri quadrati. Se contiamo che in un metro quadrato ci possono stare largamente due persone, ciò significa che in questo momento le automobili stanno occupando sul pianeta Terra uno spazio equivalente almeno al doppio degli esseri umani che ci vivono”. “In Italia circolano circa 37 milioni di veicoli. Per ogni automobile c’è in media un abitante e mezzo, una media che si impenna in città. A Roma ci sono 2 milioni e 700mila macchine: una per ogni abitante. A Milano ne circolano 1 milione e 800 mila su 1 milione e 400mila abitanti. A Napoli altrettante, per un numero di abitanti ancora minore”. : “Secondo i calcoli della AAA Foundation for Traffic Safety un americano medio passa circa 24 ore al mese in auto, quasi sempre da solo (…) consumando il 95% della benzina che ci buttiamo dentro per non realizzare nessuna delle sue promesse: andare lontano, andare veloce, andarci in tanti, trasportare cose, essere liberi, scoprire il mondo. L’automobilista medio non fa nessuna di queste cose”. È vero che “il tempo è l’unica ricchezza che abbiamo, una ricchezza egualitaria per definizione (...) è l’unica ricchezza che non si compra e non si vende e anche l’unica che non si accumula, si spende e basta”, ma è vero anche che spero di non vedere mai il totale delle ore che butto per lavare i piatti, o per asciugare e pettinare i capelli. Di tempo ne sprechiamo un'infinità.
Concordo con Andrea Coccia sul tema e la sua importanza in termini di impatto ambientale e sociale, ma le sue argomentazioni mi sono sembrate poco efficaci e tendenti ad una reductio ad hitlerum (“L’automobile è come l’eroina”), cosa che non aiuta a prenderlo sul serio. Presentando Henry Ford dice: “Henry Ford, lo stesso che nel 1939 regalò a Hitler 50mila dollari per il suo compleanno e che ispirò il tedesco con alcuni degli scritti antisemiti più virulenti dell’epoca”… Cosa farà Henry Ford al termine della frase? Omaggerà i dipendenti delle fabbriche con dei buoni da spendere nei suoi stessi negozi. Mettere in mezzo l’olocausto per una tredicesima mi è sembrato eccessivo.
"Non si scappa. Le auto sono tutto. Le auto sono sempre. Le auto sono ovunque. Si mangiano il nostro spazio. Occupano il nostro tempo. Spesso lavoriamo per loro anche senza saperlo."
Il titolo di questo pamphlet può sembrare utopistico: "Contro l'automobile" è un chiaro segnale di scontro frontale nei confronti di un mezzo che tutti utilizziamo e che ormai è parte integrante della nostra vita quotidiana. Eppure... Eppure Andrea Coccia, mediante il concetto di "inception" (mutuato dal celebre film di Christopher Nolan) spiega bene, anzi dimostra, come la necessità dell'automobile sia tutta una costruzione del capitalismo finanziario e industriale, che ce la fa vedere come indispensabile quando invece per centinaia di anni ne abbiamo fatto a meno. Tutto questo a detrimento della salute (fisica e mentale) nostra e del pianeta. Forse è un po' debole la pars construens, ma in ogni caso al termine della lettura di questo breve libello sorgono domande che nessuno prima si sarebbe mai posto.
Libro interessante che riporta in modo efficace e preciso dati relativi alla presenza delle auto nella nostra vita (con anche cenni storici molto accurati e digressioni curiose). Si parla anche del rapporto e del ruolo che i veicoli ricoprono nella vita quotidiana, il più delle volte partendo da dati concreti che vengono analizzati. Nonostante il contenuto di per sé abbastanza positivo mi trovo molto insoddisfatta dalla lettura. Sarebbe di per sé un piccolo saggio introduttivo sul tema che offre spunti di riflessione e approfondimento interessanti, peccato che l'autore dimostri una spocchia rara e una boria da intellettuale che non arricchiscono il libro, anzi lo rovinano (io quantomeno l'ho letto odiando l'autore e questo mi ha compromesso la lettura). Coccia spesso fa collegamenti letterari inappropriati e ridicoli ed è generalmente imbarazzante nel momento in cui esprime le proprie opinioni (che, seppur condivisibili sul piano teorico, vengono esposte in modo talmente patetico* da far venire il nervoso).
E' una tendenza che ho ritrovato in diversi testi della collana (che comunque in generale apprezzo). Dovrebbero essere dei pamphlet informativi e divulgativi, adatti anche a chi su determinate tematiche non è informato e ricerca un primo approccio. Questo libro, come altri della serie, è il classico esempio di prodotto realizzato da chi scrive per dare dimostrazione della propria cultura, cadendo nella strumentalizzazione dei riferimenti culturali inappropriati (veramente messi senza un minimo di coerenza interna e attenzione al contesto). Semplicemente per me non è così che si fa divulgazione.
Vista la brevità (saranno circa 2 ore di lettura) poteva essere curato meglio. Se si danno delle cifre, ci vuole una certa coerenza, invece si trova di tutto, ad esempio: - 17600 - 8 mila 469 - 4.500 - 95.706.29 (qui mancherebbe pure una cifra finale, altrimenti non ha senso). Sarebbe il caso di decidere se usare o meno il separatore delle migliaia (oppure scriverle a lettere), e avere un qualche criterio per stabilire se un numero deve essere riportato approssimato o specificato all'ultima cifra. Altrimenti sembra che hai copia-incollato i dati dalle varie fonti e sei stato così pigro da non aver nemmeno uniformato il tutto per renderlo più presentabile ai tuoi lettori.
Poi non ho capito perché verso la fine ce l'ha con il car sharing ("un mondo in cui le auto sono poche è semplicemente impossibile", "quelli che credono che il car sharing esteso a modalità di vita sia una soluzione definitiva percorribile, purtroppo sono preda di una illusione"... mi sarebbe piaciuto sapere perché, ma dopo queste affermazioni apodittiche prosegue passando ad altro).
[Segnalo, per chi fosse interessato ad approfondire l'argomento, "Una passione divorante" e "Un mito che non tramonta" di Alain de Benoist, per alcuni versi simili (il discorso sull'immaginario, la contestualizzazione storica e politica, il legame con l'ideologia liberale), ma meno pop e con un linguaggio più adatto a un saggio.]
Stimolante pamphlet che sfrutta intelligentemente l’automobile come cavallo di Troia per una riflessione allargata sull’impatto del Capitalismo sulle nostre vite e sulla nostra visione del mondo e della Modernità. Sfacciatamente di parte (su alcuni punti, riconosco, un po’ troppo tranchant) ma ce n’è bisogno perché di riflessioni analoghe non ne ho mica incrociate molte nel dibattito pubblico, quindi bene. La soluzione realistica che viene prospettata sta nella diminuzione progressiva delle occasioni d’uso, corroborata dalla tecnologia per un ripensamento dell’idea di trasporto: un abbozzo su tela ancora da disegnare.
P. S. L’autore di questa review (si, io) si occupa di Automotive.
Un assaig breu i bo. Reconec que me l’he llegit perquè volia refrescar el meu italià i el tema m’ha semblat interessant. Sempre m’han agradat les qüestions lligades a la mobilitat i Coccia posa sobre la taula no solament moltes dades interessantíssimes: també certs plantejaments i qüestions a replantejar-nos. Imaginem abans la fi del món que del cotxe (i del capitalisme). Et fa plantejar-te moltíssimes coses.
Espere que alguna editorial dels Països Catalans l’edite en la nostra llengua perquè és un llibre curt (60pp), fàcil i molt bo. La col·lecció i la resta de llibres van en esta línia: plantejar-se molts hàbits assumits com a normals.
Breve introduzione ricca di spunti su cui riflettere, come la maggior parte dei libri di questa collana. Personalmente mi ha fatto riflettere molto su quanto sia difficile rinunciare al comfort di un singolo per il bene della collettività, e di quanto quest'invenzione che avrebbe dovuto renderci liberi ed indipendenti sia diventata a tutti gli effetti una schiavitù.
Stamattina, aprendo la finestra, non ho solo guardato il traffico, ho visto un problema. Una questione che dovremmo porci, prima o poi (ma meglio prima): ci sono troppe auto. “Le automobili sono di gran lunga l’elemento della realtà più ricorrente della nostra epoca. Ne siamo letteralmente sommersi. Sono dovunque”, scrive Andrea Coccia nel suo Contro l’automobile. Ma non è solo una voce, un grido. Ci sono dati, inequivocabili e insopportabili, che ci parlano dello spazio (per non parlare del tempo) che ci sottraggono le auto. E anche se sembra impossibile immaginare un futuro senza, fa bene mettersi negli occhi uno sguardo nuovo, alternativo. Sì, perché un altro merito di questo libro è che le alternative le propone, invitandoci a raccoglierle e farne qualcosa.