Ce livre rassemble les lettres que Zehra Dogan, durant ses 600 jours d'incarcération, a adressées à Naz Öke, journaliste turque vivant à Paris et animatrice, avec Daniel Fleury, du site d'information Kedistan pour la liberté d'expression. C'est dans le cadre de la grande campagne de solidarité que ces derniers ont mené avec le PEN Club international que Naz Öke a commencé à écrire à la jeune journaliste et artiste kurde, qu'elle n'avait jamais rencontrée auparavant. Au fil de ces lettres se noue une très belle amitié entre deux femmes : « Zehra m'a dit en sortant de prison que nos échanges épistolaires lui avaient procuré des forces, car ils ont tissé un lien avec "la vie qui coule comme une rivière au-delà des murs gris" [...] Pourtant, pour moi, c'est elle qui fut une véritable source d'espoir, un rayon de soleil à travers les nuages sombres qui planent au-dessus du monde, pour préserver la précieuse conviction qui nous anime : "Nous aurons aussi des beaux jours ". » Pendant ces mois de détention, la jeune femme n'a cessé de créer, animant des ateliers de peinture avec ses codétenues dont elle dresse de très beaux portraits. Démunie de tout matériel, elle fabrique des pinceaux avec les plumes d'oiseau ramassées dans la promenade puis avec les cheveux de ses camarades qui les coupent pour elle, et des pigments avec tout ce qui lui tombe sous la main : sauce tomate, marc de café, épluchures de salade et de fruits, bouts de drap, et même du sang menstruel et de la fiente d'oiseau. Ces lettres révèlent une femme d'une générosité et d'une énergie exceptionnelles, une artiste surdouée, une poétesse, une militante pour la liberté des femmes et les droits des kurdes, soucieuse des autres et du monde. On n'a pas fini de parler d'elle... De grands artistes l'ont d'ailleurs soutenue, comme le peintre dissident chinois Ai Weiwei qui lui a écrit une lettre, ou l'artiste américain Bansky qui a créé à Manhattan une fresque en son hommage. Elle vit désormais à Londres où elle va exposer, ainsi qu'en Italie et en France notamment à l'Espace des femmes-Antoinette Fouque, à Paris, au mois de novembre 2019.
Zehra Doğan è un’artista e una giornalista curda che è stata arrestata e condannata per aver pubblicato un suo dipinto in cui raffigurava la distruzione di Nusaybin. Nei suoi 600 giorni di carcere, Zehra ha spedito a Naz Öke, giornalista turca, diverse lettere che sono state poi raccolte nel libro Avremo anche noi dei bei giorni (frase ripetuta più volte nelle sue lettere). Leggendo questi scritti, siamo testimoni della nascita di un’amicizia profonda, di come Zehra non smetta di creare nemmeno in prigione, nemmeno quando – per non si sa quale motivo – tutto il suo materiale da disegno e pittura le viene sequestrato. Zehra non si arrende, mai, e ogni oggetto viene usato come tela, come pennello, come colore. Per la tela è facile: fogli di giornale, i fogli delle lettere che la stessa Naz le manda, carta da imballaggio, lenzuola, vestiti. Per i pennelli usa i capelli che le sue compagne, imprigionate come lei, a qualsiasi età, si tagliano e le donano appositamente, ma vanno benissimo anche le piume degli uccelli. Per i colori, be’ usa tutto quello che le capita sottomano: salsa di pomodoro, spezie, fondi di caffè, scarti di cibo, guano e sangue mestruale. Ma Zehra oltre a dipingere scrive, e quando non è impegnata in queste due attività, parla e si confronta e dialoga e discute con le sue amiche, compagne di prigione: si parla di filosofia, di politica, di Storia, del loro passato, di femminismo, di repressione, di patriarcato, della vita quotidiana nel carcere. Avremo anche noi dei bei giorni è stato un libro davvero molto interessante e anche illuminante per certi aspetti – e sicuramente doloroso. Non dovete pensarlo come un libro che chiarisce aspetti della storia curda, dei turchi, di Kobane, ma più come un diario personale, scritto da una donna incarcerata per un dipinto.
Zehra Dogan viene arrestata nel 2017 con l'accusa di "propaganda terroristica" per aver diffuso sui social 𝙪𝙣 𝙙𝙞𝙨𝙚𝙜𝙣𝙤 𝙘𝙝𝙚 𝙧𝙖𝙥𝙥𝙧𝙚𝙨𝙚𝙣𝙩𝙖𝙫𝙖 𝙡𝙖 𝙘𝙞𝙩𝙩à 𝙙𝙞 𝙉𝙪𝙨𝙖𝙮𝙗𝙞𝙣 𝙧𝙖𝙨𝙖 𝙖𝙡 𝙨𝙪𝙤𝙡𝙤 dall'esercito turco.
🖌️Per quell’opera, Zehra Doğan fu ᴄᴏɴᴅᴀɴɴᴀᴛᴀ ᴀ ǫᴜᴀsɪ ᴛʀᴇ ᴀɴɴɪ ᴅɪ ᴄᴀʀᴄᴇʀᴇ, che scontò senza mai smettere di dipingere nonostante le venisse continuamente confiscato il materiale apposito.
🎨 Zehra non può rinunciare all'arte perchè 𝐥'𝐚𝐫𝐭𝐞 è 𝐥𝐚 𝐯𝐢𝐭𝐚 𝐬𝐭𝐞𝐬𝐬𝐚: fabbrica pennelli con le piume degli uccelli raccolte nella sua ora d'aria quotidiana e con i capelli delle compagne che se li tagliano per lei.
📰Dipinge su carta di giornale, vestiti, lenzuola, carta da imballaggio.
💌 Attraverso le lettere che l'artista scrive conosciamo anche le sue compagne con cui si intrattiene a parlare di filosofia , storia, politica e i loro ideali comuni: è fondamentale, anche in cella, continuare a lottare per la libertà di espressione e i diritti fondamentali e inviolabili che vengono loro negati.
📖Le lettere di Zehra Dogan sono dure come un pugno nello stomaco ma al contempo di una profondità impressionante: parole capaci di colpire emotivamente il lettore, il quale sarà costretto a riprendere fiato a causa dell'intensità del contenuto dell'opera.
📖 Un libro imprescindibile che testimonia il grande coraggio, la solidarietà e la determinazione di Zehra Dogan nella lotta per i suoi principi e il suo popolo, dove l'arte diventa strumento di ribellione ai soprusi e alle ingiustizie.
📖 Zehra Dogan è una grande donna: idealista, intelligente, saggia, appassionata; una combattente e un esempio da seguire per le nuove generazioni.
📖Nel volume sono presenti le immagini di alcune opere che Zehra ha creato in carcere con i materiali che aveva disposizione.
📖"Avremo anche noi dei bei giorni" è un libro meraviglioso, potente e spietato da leggere assolutamente!
Ho avuto già la possibilità di conoscere Zehra 8 meravigliosa graphic novel 𝑃𝑟𝑖𝑔𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑛.5 edita da @beccogiallo. La vedete in foto.
Per chi non la conoscesse, Zehra Doğan è una giornalista una attivista e un'artista curda di origini turche.
Nel 2016 Doğan è stata accusata di fare propaganda per l’organizzazione terroristica PKK, e di conseguenza è stata arrestata e condannata a 2 anni, 9 mesi e 22 giorni di prigionia nelle carceri di Mardin.
La sua colpa non è stata altro che rielaborare una fotografia, pubblicata qualche giorno prima su Twitter dalla polizia speciale turca che mostra il paese distrutto dai bombardamenti e dai mezzi blindati che avevano finalmente conquistato le rovine.
Venne accusata di "propaganda terroristica",
𝐴𝑣𝑟𝑒𝑚𝑜 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑖 𝑑𝑒𝑖 𝑏𝑒𝑖 𝑔𝑖𝑜𝑟𝑛𝑖 raccoglie le lettere Zehra ha spedito, durante i suoi 600 giorni di carcere, alla giornalista turca Naz Öke.
Racconta ogni giorno della sua prigionia e delle sue compagne di celle.
Nella galera curda ogni donna ha una triste storia da raccontare. Sono voci che si alzano da quelle mura che le tengono prigioniere per ingiustizie e si aggrappano al filo spinato. Queste voci, colpiscono al volto, al cuore, all'anima, e cantano la rivolta della loro lotto in tutta la sua nudità.
Ci hanno rubato i sogni dice un'amica.
Se sei curdo o appartieni ad un popolo oppresso la vita è dieci volte più di mura invece dice Zehra.
Durante la sua prigionia, si darà all'arte, creando opere straordinarie raccogliendo materiali perlopiù da scarti e immodizie. Non avendo materialibda disegno a disposizione, creerà pennelli con i capelli delle sue compagne e realizzerà i colori con scarti alimentari, come fondi di caffè, salsa di pomodoro, e arriverà addorittura ad utilizzare guano di uccelli e sangue mestruale.
Le sue opere sono esposte a Milano alla PROMETEO GALLERY Ida Pisani @prometeogallery a Milano e riflettono tutta la sua potenza, dando colore alla sua storia e alla sua sofferenza.
La sua arte ha spezzato le catene delle prigionia ha dato libertà alle voci silenziose delle donne che popolano le prigioni curde • 𝐴𝑣𝑟𝑒𝑚𝑜 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑖 𝑑𝑒𝑖 𝑏𝑒𝑖 𝑔𝑖𝑜𝑟𝑛𝑖 è un romanzo epistolare che è una denuncia, una testimonianza intima di una potenza ineguagliabile. • Sono letture che fanno male, ma che vanno affrontate. Sono letture da proporre nelle scuole e da divulgare, perché la conoscenza è forse l'arte più grande che possediamo per combattere le ingiustizie. . . 📖 ᴀᴠʀᴇᴍᴏ ᴀɴᴄʜᴇ ɴᴏɪ ᴅᴇɪ ʙᴇɪ ɢɪᴏʀɴɪ - 𝒁𝒆𝒉𝒓𝒂 𝑫𝒐ğ𝒂𝒏
Avremo anche noi bei giorni di Zehra Doğan edito @fandangolibri è una raccolta di lettere che l'artista e giornalista curda invia alla sua collega Naz Oke in cui racconta non solo il periodo di detenzione durato 2 anni 9 mesi e 22 giorni, prima nel carcere di Diyarbakır e poi nel carcere di massima sicurezza di Tarso, ma anche le storie di tutte le altre detenute. Zehra Doğan fu arrestata a Mardin nel giugno del 2017 mentre faceva visita alla sua famiglia perché aveva intenzione di lasciare il paese ed era in attesa del visto per la Svizzera. Fu accusata di "propaganda terroristica" per aver diffuso sui social un disegno che raffigurava la città di Nusaybin distrutta dall'esercito turco. Ma Zehra non smette mai di lottare e di alimentare la speranza di poter cambiare le cose, non si lascia sopraffare dalla durezza della prigionia. Cerca di tenersi sempre occupata e riversa tutte le sue emozioni nei disegni che realizza con mezzi di recupero come avanzi di cibo o sangue mestruale. La commissione di censura ha tentato più volte di sequestrarle tutto il materiale ma lei imperterrita ha continuato. Attraverso questa quotidiana corrispondenza epistolare conosciamo anche le compagne del braccio che provengono da luoghi diversi con storie e caratteri propri ma con un ideale comune: quello di continuare a lottare per la libertà e i diritti della persona, riunendosi e parlando di filosofia, religione, politica e di vita.
Non è stata una lettura facile. Sapevo bene a cosa andavo incontro ma non è bastato. Il terremoto emotivo che ha provocato questo libro è stato enorme. È un libro intimamente vero e drammaticamente spietato ma allo stesso tempo intriso di coraggio, di determinazione e di perseveranza.
"Una vera lotta mobilita ogni istante della vita." La meraviglia della resistenza del popolo e delle donne curde.
Un unico solo appunto che riguarda, però, la casa editrice Fandango: ho trovato questa edizione poco curata, ci sono moltissimi errori di battitura e di punteggiatura... Un gran peccato.
Più si prosegue nella lettura di questo libro più tutti i fatti raccontati paiono impossibile agli occhi di noi occidentali abituati ad una certa idea di libertà. Libertà, parola sconosciuta alle donne curde, palestinesi, iraniane, afghane...