È una gelida sera di gennaio a Viareggio: con il conforto di una cospicua dose di cioccolato, don Tony si dispone ad ascoltare le confessioni dei parrocchiani - cogitabonde disamine in cui l'autoelogio è secondo solo al biasimo per le miserie altrui -, e intanto sogna il tepore del proprio appartamento e di una montagna di junk food. Proprio quella notte, però, un omicidio scuote la comunità. In tanti si aggiravano attorno alla scena del delitto: il dottor Ferri, vanitoso ginecologo obiettore, la Pia, onnipresente pettegola non priva di un certo acume induttivo, un gruppo di adolescenti della meglio gioventù viareggina, il traffichino Franco LaVoce... Le indagini sono affidate al commissario Klaus Russo, aspirante giallista che interpreta il proprio lavoro attraverso il filtro dei romanzi che ha letto e che sogna di scrivere, affiancato dall'agente Carini, truce e taciturno - il braccio violento della legge. Don Tony si ritrova suo malgrado nell'occhio del ciclone e viene ulteriormente messo in crisi dall'intransigenza di una bella ragazza vegana in cui si è imbattuto per strada la notte dell'omicidio, che oltre a bistrattarlo per le sue deprecabili abitudini alimentari gli chiede di nasconderla rifiutandosi di dare spiegazioni. Quando il commissario Russo decide di rinunciare al giallo per darsi al noir, la svolta si ripercuote sul tono della narrazione, che si fa più tesa e torbida, fino al sorprendente scioglimento finale.
Dario Ferrari (Viareggio, 1982) ha passato il primo trentennio di vita a studiare, fino a diventare dottore di ricerca in Filosofia, un titolo ornamentale che serve quasi esclusivamente a impreziosire le note biografiche. Insegna in un liceo romano ed è traduttore.
Succede con i fornitori, con gli allenatori, con i medici, succede un po’ con chiunque ci abbia soddisfatto entro una certa misura e si sia guadagnato la nostra fiducia. Potrebbe non accadere con gli scrittori? Ferrari mi aveva divertito con “La ricreazione è finita” e all’inizio ha continuato a divertirmi con il suo Giuda. Ho apprezzato il gusto toscano per il soprannome che ha reso Francesco Primotti, Francesco 1° e poi la scelta di chiamare la bacchettona, beghina, maldicente, impicciona Pia tanto perché il lettore la trasformasse da solo in ar-pia. Il mio divertimento ha iniziato a calare via via che i personaggi aumentavano Don Tony Tarcisia LaVoce Ferri Bercoli … … … … … Carini Russo E Russo ahimè è un commissario, per di più aspirante scrittore. Purtroppo sono capitato in mezzo ad un giallo con ambizioni da meta giallo filosofico-religioso. Non bastasse il classico morto ammazzato sono stato costretto a leggere le disquisizioni sugli autori di genere
la sua sarà una prima pagina molto introduttiva, d’atmosfera, e comunque servirà principalmente a presentare il protagonista, un commissario di PS appassionato di letteratura e di cucina (nessun commissario letterario può permettersi di snobbare la buona tavola: occorre snocciolare uno via l’altro ristoranti, ricette e veementi passioni culinarie). Accento e fascino siculi, come Montalbano, acume sabaudo da Santamaria (anche lui un esiliato al Nord), una praticaccia del mondo alla Ingravallo, un’empatia maigrettiana e l’inflessibilità deduttiva di Auguste Dupin. Ma soprattutto lo stile e la disinvoltura ironica di Dylan Dog (per il quale baratterebbe senza esitare tutti i detective sopraelencati). In compenso, niente noir. Niente politica alla Pepe Carvalho, niente violenti Fabi Montali, niente Alligatori selvaggi.
Ho creduto che Ingravallo fosse una topica al posto di itifallo, ho dovuto chiedere alla rete perché “Quer Pasticciaccio” non l’ho letto e non ho intenzione di leggerlo “Tutti oramai lo chiamavano don Ciccio. Era il dottor Francesco Ingravallo comandato alla mobile: uno dei più giovani e, non si sa perché, invidiati funzionari della sezione investigativa: ubiquo ai casi, onnipresente su gli affari tenebrosi”
Russo e Carini come Dick Dastardly e Muttley; il libro non è il mio, il commento sì, rivendico la libertà di riferimenti extra polizieschi. A metà lettura ero propenso a gettare la spugna, ho tenuto duro è sono giunto alla terza ed ultima parte, intitolata - Il noir. A conferma dei miei gusti, l’ho preferita alle precedenti, seppur in realtà si tratti per buona parte del disvelamento del giallo. Carini avrà la sua medaglia, Russo riuscirà a tagliare il traguardo per primo a bordo della 00. La mia valutazione in stelle è viziata dalle cento pagine di ittero.
Come anche ne “La ricreazione è finita” le brevi note finali dell’autore sono gustose. Questo libro è stato innescato da un racconto di Borges – – Anche il titolo del romanzo rimanda a un racconto di Borges, Le tre versioni di Giuda; ma a parte questi due debiti temo che di borgesiano questo libro non abbia altro.
Non ho Borges in libreria, non posso né confermare né smentire. Posso dire che Ferrari nel 2020 scriveva già con una gustosa ironia e che con “La ricreazione è finita” nel 2023, l’ha regimentata. C’è riuscito anche con il numero dei personaggi.
Sicuramente meno riuscito del suo secondo libro ma il titolo mi aveva incuriosito e sono contenta di averlo trovato. Personalmente trovo i riferimenti ad altre opere e autori sempre un po' pretenziosi, ma questo può essere davvero un mio cruccio. In ogni caso, sará che sto leggendo anche siascia, sará che la ragione é che ho da poco visto todo modo, questo libro é pieno di questo tipo di riferimenti. Non ho ancora letto l'idiota di famiglia ma noto che ferrari scrive libri tra loro sempre molto simili nell impostazione: c'é sempre un meta libro che viene scritto, c'é sempre viareggio, c'é sempre una critica a un tema specifico (religione, concorsi universitari, editoria). Trovo la sua scrittura divertente ma non sono sicura mi convinca del tutto.
"Se, pistola alla tempia, don Tony dovesse dire quali sono le cose che più detesta del suo lavoro, non avrebbe dubbi: 1. L'alito di suor Tarcisia. 2. La messa delle sette di mattina. 3. Il giovedì." Con questo incipit inizia questo bel giallo, intriso fin dall'inizio di una simpatica ironia. È anche un libro in cui si respira letteratura, come lo sono i libri di Ferrari, e in questo caso anche delle conoscenze/pillole di teologia. Dopo aver letto e apprezzato molto La ricreazione è finita, ho avuto modo di assaporare nuovamente lo stile di scrittura di quest'autore e sono molto incuriosita di leggere il suo nuovo romanzo, L'idiota di famiglia.
E chi se lo aspettava? Un romanzo intelligente, divertente, folgorante pagina dopo pagina. Una trama che ti chiappa e non ti lascia più, protagonisti indimenticabili e comprimari all'altezza del tutto. In copertina si citano Fruttero & Lucentini, ma forse quei due sono arrivati a questi livelli dopo molti romanzi! Questo Ferrari (a quanto pare al primo romanzo) lascia ben sperare. Letto d'un fiato e consigliatissimo.
Un vero gioiellino, forse uno dei migliori libri letti quest'anno. Un thriller che non segue gli schemi classici, un romanzo in cui l' autore si sofferma magistralmente sulle descrizioni dei vari personaggi, cogliendone le intimità più profonde. Consigliato ai sessantenni🙂
"Il caso è ingarbugliato, si dice infine a mo' di conclusione. Delle persone che ho davanti, pensa concedendo forse un po' troppo alla letteratura, non ce n'è una che sembra essere ciò che mostra. Ognuno ha dei segreti, ognuno appare per ciò che non è. Ognuno, inoltre, potrebbe avere una sua rilevanza drammatica. Se fossimo in un romanzo di Fruttero e Lucentini, riflette, saprei di dover indagare senza indugi in direzione del signor La Voce e del sindaco Mendioli. Se fossimo in un romanzo di Camilleri, ci sarebbe senz'altro da approfondire il rapporto tra questa moglie algida e quell'avvocato scaltro, mentre se fossimo in un romanzo di Sciascia quel prete di sicuro non ce la conterebbe giusta. Ma chi lo sa, in che mani siamo? Se solo conoscessimo l'autore delle nostre vite, o quanto meno il genere letterario cui esse appartengono, sarebbe tutto più semplice. Uno si preparerebbe, in un certo senso, delle azioni e delle reazioni commisurate. Sono il protagonista di una commedia americana con lieto fine garantito oppure di un film neorealista in bianco e nero? Sono il comprimario di una farsa zigana alla Kusturica oppure di un drammone depressivo di Lars Von Trier? Sappiamo già in partenza che alla fine le nostre vicende ci insegneranno una morale, oppure siamo alla mercé degli eventi, picari sbattuti qua e là da eventi casuali e imprevedibili? Ma così, senza sapere a che genere letterario fa capo la nostra storia, come si fa a decidere come comportarsi? Come si fa a sapere se è meglio essere istrionici o impulsivi, cinici o romantici? Se essere generosi o spietati? E soprattutto: come si fa a non finire per essere delle comparse trascurabili?" (pp. 135-136)
Perché è venuto ormai il momento di negare Tutto ciò che è falsità, le fedi fatte di abitudine e paura Una politica che è solo far carriera Il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto L'ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto
Ispirato già dal titolo da un racconto di Borges (che vi consiglio di rileggere, o leggere, dopo il romanzo. Si intitola le tre versioni di Giuda ed è contenuto nella raccolta Finzioni), unisce diversi temi in modo abbastanza riuscito, per quanto con diversi punti deboli. Questo romanzo racconta una storia che si svolge in una parrocchia alla periferia di una città italiana di provincia (Viareggio) e che riguarda un omicidio, la sua indagine e al tempo stesso vuole fare un po’di critica sociale (peraltro senza dire cose particolarmente originali o innovative, sono le stesse cose che cantava Guccini sessant’anni fa) e anche alcune interessanti e coinvolgenti considerazioni sulla religione e in particolare sul personaggio citato nel titolo. Non può considerarsi un giallo mancando tutta la parte di indizi e deduzioni, anche se movente e colpevole sono interessanti e originali. Piacevole (anche se a tratti ripetitiva) anche se come detto non molto originale la fotografia del piccolo mondo di provincia. In complesso bello ma ho decisamente preferito il suo romanzo successivo, “La ricreazione è finita” (che non è un giallo, anche se costruito in modo molto valido proprio dal punto di vista dei colpi di scena)
Un buon debutto, una trama tutto sommato piacevole da seguire, con personaggi ben mischiati in uno scenario un po' troppo neutro. Libro comprato durante soggiorno a Pietrasanta, speravo di trovarci piú riferimenti ai luoghi, piú scenari...invece tutto ruota strettamente attorno ai personaggi, che potrebbero davvero essere ovunque e non ce ne accorgeremmo. La trama non è male, anche se l'inizio del romanzo, con continui salti di scenario che avvengono sfruttando il legame tra l'ultima parola di una paragrafoe la prima del seguente, sa un po' di già visto e letto. Idem per la risoluzione finale. L'autore dice di rifarsi a Borges, io ci ho trovato molto dello stile di tanti romanzieri nordici (Adler-Olsen e Nesbo) nello stile. Ma niente di male! Alla fine il prodotto scorre piacevole. Uniche note che non mi hanno convinto: la caratterizzazione della parlata romana in uno dei due poliziotti, e la trasformazione di Don Tony da Don Abbondio a Fra Cristoforo (per usare una metafora citata nel libro) senza apparente soluzione di continuità. Simpatico il buon Klaus Russo, poliziotto sfigato che non puó che risultare amichevole al lettore. Nel complesso, letto in 72 ore, una piacevole distrazione.
Ho recuperato questo romanzo di esordio di Dario Ferrari dopo avere letto, e molto apprezzato, la sua seconda opera, “La ricreazione è finita”. Purtroppo non posso dire lo stesso di “La quarta versione di Giuda”. Lettura senza dubbio piacevole, ma anche piuttosto leggera e in fin dei conti insoddisfacente: ho trovato la comicità forzata, la trama gialla assai debole, i personaggi quasi macchiettistici sullo sfondo della più prevedibile provincia toscana, le citazioni letterarie sovrabbondanti e i richiami metatestuali pretestuosi. Ho certo ritrovato la “voce” originale dell’autore, che mescola in continuazione atmosfere e situazioni di genere a riflessioni metaletterarie, ma qui la ricetta non mi ha convinto: le “dosi” risultano sbagliate; a tratti ho avuto l’impressione di assistere a un gioco di stile. Non sono riuscito a empatizzare con i personaggi né ad afferrare un messaggio chiaro.
Scritto bene, ma con personaggi (per me) insopportabili. Ho trovato meglio scritti i comprimari che i protagonisti che sono - secondo me - delle intollerabili macchiette di perdenti, contenti di essere dei perdenti. L'ignavia di Don Tony e di Russo, che di fatto sono i protagonisti di questo romanzo piuttosto corale, mi ha reso indigesto il racconto. Molto meglio il personaggio di Pia, l'anziana beghina impicciona su cui avrei preferito si concentrasse l'autore, e persino quello di Carini, apoteosi del poliziotto/braccio violento della legge che con la scusa di risolvere il caso compie una serie di abusi abominevole e sbaglia pure bersaglio! I tanti (troppi) personaggi di contorno, le elucubrazioni da meta-racconto, le tante citazioni, più che arricchire il racconto allungano il brodo per le classiche 100 pagine di cui il romanzo avrebbe potuto tranquillamente fare a meno.
Alla fine mi è piaciuto. Davvero è scritto bene e con degli stacchi perfetti (da cercare e leggere altre cose di questo Ferrari). Io che storcevo il naso a vedere la giostra di personaggi stereotipati, alla fine ho messo da parte tutto e non vedevo l'ora di leggere il finale.
Bravo, mi hai fregato (sull'assassinio non avevo dubbi che non lo avrei scoperto fino alla fine ma sul farmi coinvolgere al punto da pensarci a libro chiuso¹ no, quello non capita facilmente ormai)
¹ Kindle spento² a dire il vero. ² Sempre che si spengano davvero 'sti cosi...
Avrei messo quattro stelle e mezzo se fosse stato possibile. Debutto molto interessante, stile brillante, divertente, che non disdegna periodi lunghi e un linguaggio forbito, anche esagerato alle volte, ma usato con ironia e che comunque ben si sposa con i contenuti di questo giallo filosofico-teologico. Ho apprezzato molto il sottile umorismo, la resa dei personaggi e del loro registro. Consiglio anche l'audiolibro letto da Martorelli, che secondo me è veramente ben fatto!
Simpatico giallo ambientato a Viareggio. Umorismo mescolato al giallo e al noir, un sacerdote, i parrocchiani, un politico, un'amante il tutto condito dalle chiacchiere di paese e il gioco è fatto.
Forse si dilunga in po' troppo nelle storie dei vari personaggi.
"Se fossimo in un romanzo di Fruttero e Lucentini, riflette, saprei di dover indagare senza indu- gi in direzione del signor LaVoce e del sindaco Medioli. Se fossimo in un romanzo di Camilleri, ci sarebbe senz'altro da approfondire il rapporto tra questa moglie algida e quell'avvocato scaltro, mentre se fossimo in un romanzo di Sciascia quel prete di sicuro non ce la conterebbe giusta. Ma chi lo sa, in che mani siamo? Se solo conoscessimo l'autore delle nostre vite, o quanto meno il genere letterario cui esse appartengono, sarebbe tutto più semplice. Uno si preparerebbe, in un certo senso, delle azioni e delle reazioni commisurate.
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Mi pare che Ferrari, oltre ad avere una scrittura per nulla sciatta, abbia un certo interesse nell’umano, nelle fragilità e difetti che ci rendono tragicamente buffi e sia incredibilmente bravo a riportarli sulla pagina. Libro divertente e a tratti arguto. Piaciuto!
Notevole, Sarcastico. Diversi i temi trattati. Dall'integralismo religioso alla calunnia paesana, dall'antiabortismo alla politica intrallazzata,ecc.Magnifici colpi di scena.
Si apprezza per qualche lampo di ironia. Per il resto un po' contorto pur essendo una storia abbastanza banale. Niente a che vedere con La ricreazione è finita.