Se potessi copiare l'intero primo capitolo, lo farei. Perché è oro.
We shape our tools and then our tools shape us. Modelliamo i nostri strumenti e dopo essi modellano noi, secondo il filosofo e scienziato canadese Marshall McLuhan. McLuhan è morto nel 1980, ma finora nessuno ha scritto più efficacemente di lui sulla tecnologia e i suoi effetti. Lo scrittore Tom Wolfe lo ha definito «il pensatore più importante dopo Newton, Darwin, Freud e Einstein». Già negli anni sessanta McLuhan aveva previsto l’avvento di Internet (ragion per cui la rivista tecnologica Wired ne ha fatto il suo patrono postumo). La sua frase più famosa è senza dubbio «The medium is the message».
La risposta a questi interrogativi prefigura il futuro, secondo McLuhan, perché alla fine ogni vantaggio si trasformerà in uno svantaggio. Un eccesso diventa una carenza, la forza muta in debolezza.
Ogni tecnica, ha scritto McLuhan, ogni apparecchio, strumento o mezzo creato dall’uomo ha costituito un miglioramento del suo corpo. Dal coltello alla ruota, dall’automobile a Internet formano tutti un’estensione di parti del corpo – il coltello delle unghie, la ruota e l’automobile delle gambe, e Internet del cervello.
Mi sono assentata dalla scuola, dal lavoro, dalle amicizie, dalla vita e dall’amore. Funziona così: chi si assenta trova un buco nel tempo. Questa è la sensazione, come varcare una porta che conduce in un universo parallelo. Nel mondo normale tutto va avanti, tutti lavorano sodo al proprio futuro, come dovresti fare anche tu, ma dall’altra parte della porta quel futuro non esiste. Lì non ci sono regole né comandamenti, nessuno che voglia qualcosa da noi, lì siamo liberi. Ubriacarsi è assentarsi. Fare uso di droghe è assentarsi. Scrivere è assentarsi. È una fuga dalla realtà, dalla propria testa.
Non la doppia vita, ma la sua mancanza è ciò che ci affligge, ha scritto una volta Arnon Grunberg sull’nrc Handelsblad. «Non l’altro, ma l’essere prigionieri in un’unica storia da cui non è possibile fuggire, è l’inferno.» (....)Secondo Bertrand Russell è tutto frutto della civiltà. Il desiderio di fuggire, di assentarsi, in realtà non è che il desiderio di sfuggire all’adattamento che la civiltà chiede a tutti noi. Senza la civiltà l’umanità non sarebbe mai riuscita ad arrivare in cima alla catena alimentare. La civiltà ci ha permesso di funzionare in gruppi numerosi, di avere delle città, la scienza e la democrazia. Le leggi, gli usi e i costumi imposti dalla civiltà, consentono a milioni, addirittura a miliardi di persone di vivere insieme senza conflitti e di sopportarsi. Al tempo stesso, scrive Russell, in ogni individuo civilizzato alberga la coscienza sopita che qualcosa con quelle leggi, quegli usi e quei costumi, sia andato perduto. Chiamatelo istinto, passione, o la primitiva interiorità animale.
Riconoscere che insieme ai benefici di una salute e di una produttività ottimali che ci fanno rendere al massimo delle nostre possibilità c’è anche qualcosa di noi che va perduto. La follia, l’entusiasmo, la temerarietà e non da ultimo la consapevolezza di essere inermi.
Ma ho trovato quel che cercavo. Per un po’ sono sfuggita al mondo dell’utilità pratica, degli scopi e degli obiettivi, del dover investire su me stessa o, peggio ancora, di dovermi ottimizzare. Per qualche istante non ho sentito la pesantezza del futuro che getta su tutto la sua ombra, ma ero libera. Forse avrei potuto fare di più, ma in ogni caso sono riuscita ogni tanto a non essere una «schiava martirizzata dal Tempo».
Secondo Denys la gente si aspetta troppo dalla vita, la filosofia della plasmabilità del mondo ha vinto, le persone pensano di poter controllare tutto e perciò non riescono più ad accettare una sconfitta.
Il filosofo tedesco-coreano Byung-Chul Han, nel suo libro La società della stanchezza, la chiama «la violenza della positività». Se esistessero davvero i demoni, questo è il veleno che hanno iniettato a tutti noi. L’illusione non consiste nel fatto che tutto debba essere bello e piacevole, ma che dobbiamo affrontare in modo positivo tutto ciò che non lo è.
Per quanto uno possa chiedere, gridare o supplicare, l’altro non si lascia plasmare, proprio come non ci lasciamo plasmare noi. Tutto è stato discusso, tutti sono stati messi a nudo, si è analizzato perché uno si comporta come si comporta e perché l’altro fa altrettanto, ma è tutto inutile. Ci sono sempre litigi, incomprensioni e fraintendimenti. L’uno non comprende il modo di pensare dell’altro. Ma proprio per questo l’altro continua a sorprenderti.
Alla fine credo che tutte le espressioni culturali siano un’ode. Tutti i libri, i quadri e i film, perfino l’ennesima foto del tramonto su Instagram o un video di gattini che giocano su YouTube; sono tutti tentativi di fermare il tempo, di afferrare l’istante e poi condividerlo. È come dice il celebrato poeta nel film The Hours: «Io volevo scrivere di tutto, di tutto ciò che può accadere in un momento… e invece ho fallito». Perché il riflesso non regge mai il confronto con la realtà. E il momento, l’idea o la sensazione, non possono mai venire condivisi nella loro interezza. Per questo non andiamo mai più in là di un’ode.
Per Harari è lo spauracchio peggiore, perché proprio nel fatto di compiere scelte risiede la nostra umanità. Tutte le grandi storie si basano su una scelta e le conseguenze drammatiche che ne derivano. A sinistra o a destra, partire o restare, essere o non essere? Sappiamo chi siamo grazie alle scelte che facciamo e agli sbagli che commettiamo. Sono gli sbagli a insegnarci a essere indulgenti con noi stessi e con gli altri. Attraverso di essi impariamo cosa vogliamo veramente. E che non è mai troppo tardi per ricominciare.
Fin quando quel sistema, o qualsiasi altro sistema basato sull’oppressione, non crolla «coloro che fanno più danni» secondo Wilde «sono proprio quelli che più cercano di fare del bene».
L’outsider è diventato uno che non vede l’ora di prendere parte al gioco, che vuole ottenere un posto a tavola, ma che per il momento non c’è ancora riuscito.
La definizione attuale che ci viene continuamente scaricata addosso dalla cultura dominante sotto forma di manuali di auto-aiuto, ted Talk e social media è soprattutto orientata a un migliore adattamento al mondo così com’è, allo scopo di potervi lavorare in modo più produttivo ed efficiente, e di esserne anche grati e felici. Ma il suo unico risultato è quello di renderci dei servitori migliori.