Torno dopo due settimane di blocco del recensore con “I divoratori”, quella che mi è rimasta forse più impressa fra le ultime letture.
Il titolo mi aveva attirata perché era proprio come mi sentivo in quei giorni, una divoratrice: volevo leggere tanto e cose diversissime fra loro.
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Tutta la vicenda si svolge in un ristorante di lusso, rimbalza da un tavolo all’altro, bianche isole che nascondono il marcio sotto la tovaglia.
Daniel William King e sua moglie sono i catalizzatori dell’attenzione dei commensali: bellissimi, famosissimi, perfettissimi. Felici?
Ma dove sta la verità, dove si ferma l’apparenza? Perché Daniel ha smesso di essere se stesso per diventare un bell’involucro su cui investire soldi. Persino la sua relazione è patinata, finta. È in crisi, Daniel, sta per esplodere e potrebbe farlo davanti a tutti.
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Spostiamo l’obbiettivo sugli altri. C’è una coppia seduta più in là, sono Giordano e Frida. La differenza d’età potrebbe suggerire che sono padre e figlia, ma il modo in cui lui la guarda, così affamato, suggerisce un’altra cosa.
E quella tavolata schiamazzante? È la famiglia di Carlo, il maitre, che il posto se l’è guadagnato in un modo tutt’altro che pulito.
Elena e Saverio sono i più anonimi, benché lei indossi lo stesso vestito dell’acclamata moglie di King. Non hanno più nulla da dirsi, forse non l’avevano neanche prima di finire a letto insieme.
La narrazione è cinematografica, si muove a fotogrammi. Usciamo dal ristorante con dei flashback, ritorniamo ad uno dei tavoli, sbirciamo le ossessioni e le perversioni dei commensali. Ci sentiamo invadenti come il padre di Carlo, che per fare una foto a King si piazza in mezzo alla sala disturbando tutti.
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È un libro crudele, una storia che si consuma nell’arco di una sera e in un solo luogo, il ristorante, e che si ferma quando siamo costretti ad andarcene, lasciandoci insoddisfatti come un pasto interrotto alla portata più succulenta.
Ho apprezzato molto lo stile dell’autore, quel suo indagare senza vergogna la vita di queste persone e loro fragilità. La tragedia resa teatrale, il grottesco che ti impedisce di distogliere lo sguardo.