Gilbert Durand (1921 – 2012) oltre ad essere professore emerito di Antropologia culturale e di sociologia all’università di Grenoble, è stato anche il co-fondatore e direttore del “Centre de Recherche sur l’Imaginaire”. Questa sua opera, pubblicata per la prima volta ormai mezzo secolo fa, è un grande lavoro sia di “organizzazione” (se così si può dire) dell’immaginario umano, cercandone dei “centri” semantici attorno a cui l’immaginazione elabora poi tutta una serie di simboli (ma evitando con forza qualsiasi schematizzazione che Durand trova inapplicabile all’immaginario), sia di (ri)valutazione dell’importanza dell’immaginazione, per esempio ponendola alla base della ricerca scientifica. Anzi, questo lavoro parte proprio come una risposta, come un controbattere alla svalutazione culturale dell’immaginario umano nel pensiero ufficiale dell’Occidente, quando invece è sempre l’immaginazione che è alla base dei nostri progetti (o proiezioni personali) – e che sono anche ciò che qualifica la nostra vita – della politica e ancora una volta della scienza. Grande avversario di Sartre e del suo nichilismo (grande Durand!!), grande ammiratore invece di Lévy-Strauss (grandissimo Durand!!) e di Bachelard (che non conosco, ma credo che ne leggerò qualcosa), critico quel tanto che basta nei confronti di Jung (col quale ho un rapporto difficilissimo, perché se da una parte l’analisi junghiana è quella che meglio si applica al mito e all’immaginario, d’altra parte non condivido tanto di questo psicoanalista, specialmente come lui, alla fin fine, se la faccia molto facile arrivando “inconsciamente” a definire tutto il contrario di tutto), Durand espone le sue teorie e le sue conclusioni. Sulle teorie ho faticato, visto che pescavano ad ampie mani sia da Jung che dagli studi sulla schizofrenia (in voga, mezzo secolo fa) arrivando a conclusioni che ho trovato fin troppo soggettive per essere scientifiche, ma sulle conclusioni, specialmente sulle osservazioni sul mito, io mi sono ritrovata molto e con il solo terzo finale di questo lavoro l’ho rivalutato moltissimo. Un gran bel lavoro.