«Un giorno, io e la mia ragazza abbiamo detto basta alla vita di città. Abbiamo sentito il nostro bimbo e la nostra bimba lamentarsi perché avevano le mani sporche di terra, nonché una paura fottuta degli insetti e di rotolarsi nell’erba, e abbiamo deciso, in quell’esatto istante, che saremmo andati a vivere in campagna.»Con queste parole Massimiliano Loizzi ci introduce al suo “secondo capolavoro”, un racconto tra satira e poesia di quella maledetta primavera in cui il mondo si è fermato. Non un romanzo sulla quarantena, ma un romanzo in quarantena. Abituato alla vita raminga della tournée, un attore può finalmente esaudire il desiderio di passare più tempo con i propri figli (anzi, con “il piccolino grande” e “la piccolina piccola”), che diventano il pubblico privilegiato della messa in scena di favole reinterpretate dal loro “papone” e compagni di avventure nel microcosmo del paese di campagna, popolato da personaggi in bilico tra realtà e fantasia «perché alla fine un uomo, o una donna, a furia di raccontare le sue storie, diventa quelle storie.»
L’impressione che ho di questo libro è che non si tratti di un romanzo, ma di uno spettacolo che l’autore ha scritto, dato che non poteva portarlo sul palco. Le continue battute sul “lettore leghista” fanno sicuramente ridere dal vivo, ma per iscritto dopo un po’ sono noiose. Idem per il capito dove l’autore cita l’Agenzia delle Entrate. Diciamo che non basta essere di sinistra per scrivere un bel romanzo. Ci vuole una storia e secondo me l’autore la storia non ce l’ha. Ha solo in testa uno spettacolo (che andrei a vedere!), ma dato che i teatri sono chiusi è stato costretto a trasformarlo in libro. Le uniche pagine che ho apprezzato sono quelle in cui parla dei suoi figli e dello sforzo che fa per trasformare il mondo in un posto migliore.